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Chiamatelo Luigi

La notizia di un neonato lasciato nella culla termica antistante una chiesa, riporta a tempi e atmosfere lontane, quando era diffuso il fenomeno dell’abbandono dei bambini, nati nel posto o nel momento sbagliato, in contesti sociali che convertono in un doloroso distacco la gioia di una nascita. Il fenomeno ha origini antiche che si perdono nella notte dei tempi, ricordiamo che Mosè venne messo in una cesta di vimini e abbandonato sulla riva del Nilo e come poi il profeta fu raccolto e adottato dalla figlia del faraone. I bambini abbandonati di tutti i tempi hanno trovato felice accoglienza in famiglie che li adottano, li crescono, li amano.  Luigi, nato da una settimana, in ottime condizioni di salute, nutrito e accudito, vestito di bianco e azzurro e accompagnato da una lettera d’amore firmata da mamma e papà, lasciato in una calda giornata di luglio nella culla termica allestita dal parroco di una chiesa di Bari, racconta la storia di un abbandono dei nostri tempi, in una terra in cui la ruota degli esposti ha svolto storicamente un ruolo sociale fondamentale. Il Tribunale per i Minorenni di Bari ha patrocinato tempo fa un convegno per approfondire i temi legati all’abbandono degli esposti in Puglia, nel corso dei secoli, sulla base di una rigorosa ricostruzione storica che lo studioso Stefano De Carolis ha condotto negli Archivi di Stato.  Lo studio su “I figli della ruota”, storie di trovatelli, esposti, balie, pie ricevitrici, ostetriche, levatrici, ricognizioni di figli naturali, nomi, cognomi e baliatico comunale in terra di Bari, ricostruisce le modalità di abbandono degli esposti e approfondisce il fenomeno  in un tempo, passato ma non superato,  compreso tra il ‘700 e il ‘900.  Il 2020, nella sua modernità, ripropone una storia dal sapore antico con modalità adattate al nuovo tempo, dove una tecnologica culla termica sostituisce la ruota degli esposti, regola  la temperatura all’accoglienza del bambino, attiva allarmi sonori per il parroco e per il Policlinico ma racconta sempre la stessa storia, quella di un figlio che non si vuole o non si può tenere e che si affida a un destino e a un futuro su cui non incidono i genitori naturali, quelli che pur scrivono di amarlo e ne indicano il nome: “chiamatelo Luigi”.

Osservatorio Roma e America Oggi incontrano Melita Cavallo, Presidente Emerito del Tribunale per i Minorenni di Roma, la voce più autorevole del diritto minorile italiano, autrice di libri e saggi specialistici sulle tematiche minorili, che ha dedicato la sua vita professionale al diritto e al mondo dei bambini e che ha incrociato le storie dei tanti piccoli Luigi che per affacciarsi alla vita, hanno bisogno di bussare a una porta.

Presidente, il 2020 è ancora tempo di culla degli esposti?

Installare culle termiche negli ospedali o nel caso di specie, in una parrocchia, è un’opportunità offerta a una donna che porta avanti la gravidanza per dare la vita al suo bambino nella consapevolezza di non essere in grado di sostenerne l’allevamento e la cura. Le situazioni ipotizzabili possono essere molteplici, spesso è una donna rimasta sola, perché l’uomo si è allontanato appena appreso lo stato di gravidanza o perché non ha avuto notizia della gravidanza essendo tornato nel suo paese di origine o perché ha una famiglia con moglie e figli ai quali non vuole e non può rinunziare. Le ragioni personali possono essere tante, non solo economiche e organizzative, ma spesso legate all’esistenza di rapporti difficili nella famiglia di origine. Anche oggi nel 2020, l’opportunità che si dà a un bambino, accogliendolo in una culla termica, di crescere in una famiglia selezionata dal Tribunale, è da riconoscere come valida, anche se il parto che non avviene in struttura sanitaria ha sempre una dose di rischio. L’iniziativa, intesa come alternativa all’abbandono in strada, deve comunque essere pubblicizzata in maniera adeguata per informare le donne dell’esistenza di questa ulteriore possibilità, indicando bene il luogo e le modalità di accoglienza anche in più lingue perché le donne che abbandonano sono spesso di altre nazionalità europee ed extra europee.

Genitori che lasciano il proprio figlio in una culla termica, con una lettera d’amore e l’indicazione di un nome, affidano o abbandonano?

Abbandonano. Il bambino è stato abbandonato da coloro che lo hanno generato e hanno voluto, lasciandolo in un luogo protetto, garantirgli la possibilità di avere una famiglia adottiva che lo accoglierà e lo seguirà nel suo percorso di crescita, ma non hanno voluto lasciare alcuna traccia che possa in futuro ricondurre il bambino ai genitori genetici. Può ritenersi un caso di abbandono responsabile. La differenza tra l’abbandono nella culla termica e il parto anonimo in ospedale sta nel fatto che solo in questo secondo caso la struttura sanitaria garantisce e tutela sia la salute della puerpera sia quella del neonato e che il figlio, all’età di 25 anni, potrà accedere alla ricerca delle origini perché l’ospedale ha la cartella clinica del parto da cui risulta il nome della madre genetica. E questa opportunità ha un grande valore giuridico sociale e psicologico per il quale mi sono sempre battuta.

Nel caso di Luigi la decisione, presa come sembra dalla mamma e dal papà, cosa lascia pensare?

Se la firma della madre e del padre in calce alla lettera che accompagna il bambino è autentica, lascia pensare a una coppia che versa in gravi difficoltà ma che è ancora affettivamente unita o perlomeno lo è fino al momento in cui lascia il neonato. Le ipotesi possono essere tante perché le problematicità del nucleo familiare, che fino a ieri erano quasi sempre rispondenti a un cliché, quali la povertà, l’emigrazione, il matrimonio di entrambi o di uno di due, oggi possono essere le più svariate e impensabili.

Come è cambiato l’abbandono dei minori negli ultimi decenni?

In tempo di guerra i bambini abbandonati erano quelli nati senza un padre, perché ancora in guerra, o morto o disperso o perché la famiglia non ne avrebbe potuto sfamare un altro ancora. Nel post guerra molti bambini erano figli di padri emigrati che mandavano a casa inezie economiche, uomini che spesso si ricostruivano una vita all’estero o di mogli che rimaste in Italia, concepivano figli con altri uomini e non volevano che la cosa si sapesse. Fino al 1975 l’uomo coniugato non poteva riconoscere un figlio nato fuori dal matrimonio, poteva portarlo nella sua casa coniugale, sempre che la moglie avesse accettato, ma avveniva raramente. Molti quindi i figli all’epoca chiamati “adulterini” che venivano abbandonati alla nascita dalle madri nelle ruote degli esposti, ma anche i nati da ragazze nubili, rimaste incinte o perché frutto di abuso sessuale o di  incesto. Ma avveniva anche che la gestante era costretta a lasciare il bambino perché la società italiana, fino agli anni ’70, stigmatizzava e non accettava la madre nubile. Solo negli ultimi decenni la donna ha potuto liberamente portare avanti la sua gravidanza e crescere da sola un figlio senza essere additata come donna di liberi costumi. L’abbandono si è molto ridotto da quando è stata utilizzata in modo consapevole la contraccezione, rifiutando il ricorso a improvvisati e improvvidi metodi di aborto clandestino, operati dalle mammane locali, che mettevano a repentaglio la vita della gestante.

La legislazione italiana come tutela la donna che decide di partorire ma di non trattenere il bambino?

Le nostre istituzioni prevedono un aiuto continuo, stabile e soprattutto psicologico sia alla donna che chiede di essere aiutata a portare avanti la gravidanza, sia alla donna che ha partorito e non è in grado di tornare a casa perché indesiderata e reietta. In Italia il servizio di assistenza è adeguato e diffuso sul territorio. Ci sono leggi che garantiscono l’aiuto alle gestanti, alle madri in difficoltà, alle madri-bambine. Piuttosto va rafforzato il sistema e la rete idonea a intercettare il bisogno e il disagio di queste donne in difficoltà.

La legislazione c’è ed è adeguata ma quali sono gli strumenti culturali con i quali la società può intercettare e contrastare il fenomeno dell’abbandono?

La nostra società non stigmatizza o punta il dito contro una donna che ha problemi nel mantenere il suo bambino. Se una donna in stato di gravidanza si reca al servizio sociale o a una delle tante associazioni femminili che tutte hanno centri di ascolto in aiuto della donna in difficoltà e chiede aiuto perché priva di appoggi familiari, sicuramente otterrà aiuto, sarà collocata in una casa famiglia e seguita. La nostra società è aperta quindi all’accoglienza dei bambini, le istituzioni demandate sono attente e hanno strumenti e persone che possono favorire decisioni consapevoli di una donna in attesa di un figlio. Tutti i servizi che si muovono attorno a una gestante in difficoltà a mantenere il bambino, sono efficienti e in rete tra di loro. Una donna in stato di gravidanza ha il diritto di rivolgersi al servizio sanitario e al servizio sociale per avere informazioni, assistenza anche psicologica e protezione per essere aiutata a partorire in sicurezza, se ha deciso in questo senso.

Eppure c’è la storia di Luigi, lasciato in una culla davanti a una chiesa

Questo forse significa che non riusciamo ancora a intercettare il bisogno di tutte queste donne o che le donne non vogliono lasciare traccia alcuna del parto. Mi chiedo se i genitori di Luigi sapevano di potersi rivolgere a uno dei servizi che avrebbe potuto aiutarli o non hanno voluto lasciare traccia se non questo scritto che a nulla potrà servire. Se quel parroco ha sentito la necessità di installare una culla termica, significa che conosce la sua comunità, ha saputo che si verificano molti aborti e ha quindi deciso di offrire una possibilità di vita a bambini che rischiavano di non nascere o di essere abbandonati sotto un albero del parco o sotto una panchina o nel contenitore della spazzatura, perché la madre vuole rimanere ignota. Un parroco in confessione può conoscere il dubbio o il tormento di una o più donne nel portare avanti la gravidanza in segreto e avrà voluto offrire la possibilità di mettere al mondo i loro bambini restando invisibili.

Lo stato giuridico di Luigi oggi qual è?

Luigi è un bambino in stato di abbandono, per il quale il Tribunale per i Minorenni di Bari dovrà individuare una coppia idonea e adeguata alla sua crescita tra quelle che hanno terminato il percorso di preparazione all’adozione e sono state ritenute idonee all’adozione. Dopo l’anno di affidamento preadottivo, in cui il bambino viene seguito da un tutore che valuta la capacità e la responsabilità educativa dei genitori, il procedimento si definisce con l’adozione del bambino che sarà figlio della coppia a tutti gli effetti.