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Correttezza, lealtà e solitudine del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa
nel ricordo della figlia Rita

Il 27 settembre 1920 nasceva a Saluzzo, nel Piemonte sabaudo, un uomo la cui storia personale ha incrociato per tutta la vita la grande storia italiana, dal regno d’Italia alla repubblica. La sua morte, per mano mafiosa, ha tragicamente consegnato alla storia Carlo Alberto Dalla Chiesa, Generale dell’Arma dei Carabinieri.  Il centenario della nascita cade nello stesso mese in cui si commemorano i 38 anni dalla strage di via Carini, a Palermo, nella quale fu ucciso in una sera di settembre del 1982, 120 giorni dopo essere stato nominato prefetto di Palermo. L’epilogo, tragicamente eroico, della vita di un uomo speciale, carabiniere nell’anima, che per il Tricolore ha combattuto in Montenegro, è stato partigiano, ha sconfitto il banditismo, vinto il terrorismo e rifiutato la logica dell’arroganza mafiosa, nel rispetto dei valori di una carabinierità respirata sin da piccolo, per costruire un’Italia onesta e perbene, quella che oggi, mentre ne celebra il centenario,  ne piange ancora la tragica morte. “In divisa ho vissuto tutta la mia vita, con l’unico scopo di servire lo Stato, le sue istituzioni, la collettività che mi circonda. Penso però che non mi abbia mai fatto dimenticare di essere un cittadino come tutti gli altri”. Un uomo come tutti gli altri,  chiamato UFO  (Ufficiale Fuori Ordinanza) dai suoi collaboratori, che tifava per l’Inter e la Nazionale, collezionava francobolli e costruiva presepi, ascoltava l’opera e le canzoni di Mina e Celentano, si commuoveva per la bandiera e gli Alamari, amava la famiglia e i suoi carabinieri “di oggi, di ieri, di ogni ordine e grado, anche quelli che non sono più”. La storia ha un debito di riconoscenza con il Generale Dalla Chiesa, lo Stato ha molto da farsi perdonare, gli Italiani hanno il compito di custodire e coltivarne la memoria, affinché il nome di Carlo Alberto Dalla Chiesa non sia solo evocativo di un lutto nazionale, ma rimandi all’insieme dei valori, comportamenti e azioni che hanno illuminato una vita intera dedicata all’Italia e agli Italiani. Osservatorio Roma e America Oggi incontrano Rita Dalla Chiesa, per ricordare il militare ma anche il padre, il nonno, l’uomo che, pur essendo eccezionale, amava essere normale.

La storia di Carlo Alberto Dalla Chiesa comincia esattamente 100 anni fa, il 27 settembre 1920. Cosa racconta?

E’ la storia di un bambino che nasce tra i carabinieri, perché il padre era un generale e che ha cominciato subito ad amare l’Arma e le istituzioni, formandosi nel rispetto dei valori rappresentati dalla divisa, con fedeltà, correttezza e lealtà. Ha combattuto nel Montenegro, contro la mafia a Corleone, ha vinto la lotta al terrorismo e alle Brigate Rosse e poi è tornato in Sicilia.

Carabiniere, figlio e fratello di carabinieri, come ha interpretato i valori della carabinierità?

Mio padre è stato sempre molto orgoglioso di appartenere all’Arma e fiero dei suoi carabinieri, che erano la sua famiglia e per lui motivo di vita. I valori che ha cercato di trasmettere sono arrivati ai giovani carabinieri che ancora oggi hanno per lui rispetto, affetto, gratitudine. Alcuni indossano la divisa per ciò che mio padre ha rappresentato, altri hanno la sua foto  appesa nelle loro camerate o alle pareti dei loro uffici. E’ un messaggio straordinario che mio padre ha lasciato e che continua a vivere.

La sua storia personale incrocia la grande storia già dagli anni della II guerra mondiale

Ricercato dai Tedeschi, nel 1941 decise di aiutare i partigiani. Andò a San Benedetto del Tronto dove trovò rifugio presso due anziane sorelle che lo nascosero in casa proteggendolo dai Tedeschi e da lì si imbarcò per il Montenegro. Nel 1942 si arruolò nell’Arma dei Carabinieri, cominciando un servizio e un impegno vissuti sempre con correttezza, lealtà e amore per lo Stato e per la Patria.

A cosa ha dovuto rinunciare?

Ha vissuto anni difficili, soprattutto quando ha combattuto le Brigate Rosse, costretto a vivere blindato in una caserma dei Carabinieri, costantemente sotto scorta. Ha sicuramente dovuto rinunciare a un certo tipo di libertà, con notevoli limitazioni che hanno coinvolto anche mia madre e noi figli.

Il Tricolore e gli Alamari lo commuovevano, ma nella vita personale cosa destava in lui la stessa emozione?

Quando abitavamo a Palermo, nella caserma dei Carabinieri la sera si suonava Il Silenzio prima di dormire. Si affacciava con noi dal terrazzo, volgeva lo sguardo verso le luci delle camerate dei suoi ragazzi che si spegnevano, guardava le finestre una per una, con una tenerezza infinita. Quel momento lo emozionava molto, come lo emozionava ascoltare l’Inno d’Italia e l’Inno dei Carabinieri,  celebrare la Festa dell’Arma  il 5 giugno,  dove ancora oggi io cerco di partecipare sempre, perché in quella occasione ritrovo mio padre e tutto quello che i carabinieri hanno rappresentato per lui, dal Tricolore alle medaglie attribuite, agli orfani dei carabinieri, figli di padri uccisi per difendere la società e i cittadini, ai carabinieri premiati con le medaglie d’argento e di bronzo, alle vedove che ricevono la medaglia d’oro al valore per chi non c’è più. Guardando loro, ritrovo mio padre e la mia famiglia.

Amava il calcio e la musica. La squadra del cuore?

L’Inter, la sua grande passione fino alla fine anche se come tifoso nasce atalantino, perché aveva vissuto per un periodo con il padre a Bergamo. Seguiva molto anche la Nazionale, quando il suo lavoro glielo permetteva. Il suo cuore era sempre con il Tricolore, con qualunque sport portasse alto il nome dell’Italia nel mondo. Amava moltissimo la musica, aveva una grande passione per Renata Tebaldi nella lirica, ma ascoltava anche Adriano Celentano, Mina e Orietta Berti, perché amava tutto quello che era molto italiano.

 Quali erano le sue origini?

Piemontese solo di nascita, figlio di parmigiani, si sentiva profondamente emiliano ma era molto legato al Piemonte e a Torino, dove ha vissuto, anche se è Milano il luogo del cuore, la città che gli ha dato maggiore amore, grande fiducia, dove ha incontrato e frequentato persone illuminate che lavoravano per il bene dell’Italia.

Milano e Torino devono molto al generale Dalla Chiesa che la ha liberate dal terrorismo e che le ha fatte tornare a   vivere dopo i terribili anni di piombo.

E’ così e la ringrazio di averlo ricordato.

Il Generale Dalla Chiesa è stato raccontato da grandi giornalisti, da Enzo Biagi a Giorgio Bocca che ne ha raccolto l’ultima intervista un mese prima dell’attentato. Quanto è stato realmente compreso?

Attraverso le numerose interviste che mio padre rilasciò quando fu nominato prefetto di Palermo e le continue domande sulla sua effettiva convinzione ad accettare il nuovo incarico fatte da grandi giornalisti, cominciai ad allarmarmi e a capire la pericolosità del compito a cui era stato chiamato. Palermo, una città da noi molto amata, custode di piacevoli ricordi personali e famigliari, non era più quella dove avevamo vissuto alla fine degli anni ’60. Era cambiato il periodo, erano cambiati i nomi ed era cambiato il modo di vedere il Generale Dalla Chiesa in Sicilia. Sono convinta che come generale dei Carabinieri mio padre non avrebbe avuto mai alcun problema, come prefetto, senza i suoi carabinieri e senza le persone che conosceva e che era abituato ad avere sempre intorno, i problemi si sono manifestati subito.

La storia militare e personale di Carlo Alberto Dalla Chiesa lo racconta come un grande Italiano. Oggi gli Italiani hanno adeguata cura della sua memoria?

Credo di sì. La gratitudine di Milano per mio padre continua a essere dimostrata sempre, con eventi a lui dedicati non solo in occasione degli anniversari. La Sicilia, soprattutto Palermo, si mobilita il 3 settembre, quando è stato ucciso. In via Carini trovo tante persone che mettono in vetrina la sua foto, espongono il Tricolore, cercano di insegnare ai giovani che c’è un modo diverso di poter vivere e che i loro diritti non sono concessioni ma derivano dalla consapevolezza dell’essere umano che deve camminare con la schiena dritta, senza piegarsi ai compromessi. Sono molto grata alla Sicilia, agli insegnanti, ai ragazzi che si stanno impegnando affinché il messaggio di mio padre non venga dimenticato. In Calabria, lo scorso anno ho trovato per caso un murales dedicato a mio padre realizzato su una cabina dell’Enel, a Girifalco, tra i boschi calabresi. Una intera cabina su cui campeggia la sua figura, un messaggio forte e bello.

L’omaggio, espressione di un sentimento popolare e genuino, lo aggiungiamo idealmente agli encomi solenni, alle medaglie al valor militare e civile, alle croci di guerra, ai riconoscimenti militari e civili dei quali il Generale Dalla Chiesa è stato insignito

E’ un omaggio che mi commuove, scoperto per caso, una cosa bellissima che i calabresi hanno realizzato e di cui li ringrazio tanto.

In molte città italiane ci sono strade, piazze, caserme, scuole intitolate al Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il suo nome di cosa le piacerebbe fosse immediatamente evocativo?

Dell’amore che aveva per i ragazzi, i giovani carabinieri, con i quali amava parlare per far arrivare loro l’importanza della lealtà, correttezza, specialmente l’amore per la Bandiera che per lui comprendeva tutto. Lo ha insegnato a noi in famiglia, ai ragazzi nelle scuole, agli operai nelle fabbriche, alla gente nelle piazze.

La vita del Generale Dalla Chiesa finisce quando qualcuno decide di farla cessare. Cosa è stato sottratto alla famiglia possiamo forse immaginarlo, ma cosa è stato tolto all’Italia e agli Italiani?

All’Italia hanno sicuramente sottratto un uomo che la amava profondamente, di grande spessore morale e militare e che era una certezza per l’Italia, un faro per molte persone. A noi figli è stato tolto un papà attento e presente, un nonno dolcissimo che avrebbe potuto veder crescere i suoi nipoti. Una sera di settembre alle 21.30 lo hanno strappato dalle nostre vite e dalla vita dell’Italia. “Qui giace la speranza dei Siciliani onesti”, il cartello scritto dai palermitani dove è morto mio padre, diceva chiaramente che con il Generale Dalla Chiesa moriva anche la speranza che la Sicilia potesse cambiare. Ma la storia ha preso poi un altro corso e le manifestazioni di solidarietà, le piazze, i cortei hanno dimostrato che questa speranza non doveva essere abbandonata. La forza del popolo siciliano è stata questa e vorrei che continuasse su questa strada.

“E’ diventato troppo pericoloso, ma si può uccidere perché isolato”. E’ l’analisi lucida sulla mafia che uccide i potenti che il Generale Dalla Chiesa affida a Giorgio Bocca nell’ultima intervista. Sapeva che stava anticipando la scena finale del film che qualcuno aveva già scritto per lui?

Non so se mio padre immaginasse che doveva arrivare quel momento. In famiglia non ne parlava per non preoccuparci. Era sceso in Sicilia non chiedendo super poteri ma solo la possibilità di poter lavorare senza intralci, per contrastare la terribile guerra di bande mafiose che era in atto. In quel periodo ci sono state stragi, morti per le strade, fu un’estate di sangue che lasciava intuire quello che dopo è successo. Mio padre è stato lasciato solo dalla politica a combattere contro un fenomeno che aveva già combattuto ma che ora aveva cambiato mezzi, metodologia, finalità. Quando è stato ucciso, mi sono chiesta, nel dramma del momento, perché la Sicilia ci avesse tradito, noi che la amavamo tanto.

Gli Italiani hanno tutti un dovere di memoria, affinché dopo 38 anni il ricordo non diventi oblìo ma continui a essere forza e indirizzo. Lei come ricorda suo padre?

Con molto orgoglio, sono davvero tanto orgogliosa e fiera di mio padre.

Rita, Nando, Simona Dalla Chiesa, come siete riusciti a farcela?

Volendoci bene, come nostro padre ci ha insegnato, imparando a salire, nei momenti di difficoltà, su quella straordinaria zattera di salvataggio che  papà ci ha lasciato, che è la nostra famiglia.