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Sor Maestro Gigi Proietti
Dall’Ultimo Papa Re al cronista di nera, il ricordo del regista Luca Manfredi

Con Trilussa, Belli, Petrolini, Fabrizi, Sordi si fa un viaggio nella lingua dei romani che Gigi Proietti ha preso per mano e modellato, perché “er romanesco s’adatta a tutto”, pure ai silenzi. Epoche e maestri diversi, poesie, sonetti, canzoni e macchiette che racchiudono l’animo romanesco, il cuore e la pancia di un popolo che la parlata romana racconta stando sempre sul pezzo, adattandosi alle naturali evoluzioni, anche linguistiche, di una super città come Roma, bella come è bello “il romano, perché alla fine uno se l’aggiusta come je pare”. Gigi Proietti ha raccontato tutto e tutti, l’Urbe che c’era prima e la città che è diventata, il sacro e il profano, il teatro e la vita, il colto e il popolano, la tragedia e la barzelletta, ed è diventato “Er Sor Maestro” dello spettacolo, quello che riesce a fare tutto,  perfino a creare un teatro shakespeariano in una città che shakespeariana non è. Una sfida culturale vinta che oggi lascia in eredità a Roma. L’onda emotiva suscitata dalla sua scomparsa, ha travolto la città e messo in moto un meccanismo virtuoso di ricordi e  reminiscenze fatte di frasi, versi, canzoni, provocazioni e barzellette che costituiscono  l’eredità culturale di Gigi Proietti. Ma Roma saprà gestire il “vuoto pieno” che solo un artista immenso sa lasciare? La città che oggi sente di aver perso uno dei suoi colli, che vive un lutto collettivo, che ferma la sua immagine con un disegno sulla serranda del Brancaccio, quel teatro sapiente, signore e sincero che racconta tanto di lui e della sua arte, saprà essergli grata? Fondazione Osservatorio Roma e America Oggi incontrano Luca Manfredi, il regista che lo ha diretto nel racconto della Roma papalina del 1867, nel film“ L’ultimo Papa Re” e nella Roma moderna e misteriosa dei cold-case della lunga serie televisiva “Una pallottola nel cuore” ma anche il vicino di casa al mare, il compagno di pranzi in trattoria e cene dopo le riprese, il fan che lo vedeva come un mito  e il figlio di un grande attore, Nino Manfredi, che Gigi definiva un gigante della recitazione.

Il racconto di Luca Manfredi su Gigi Proietti dove e quando comincia?

 Conoscevo Gigi Proietti già da una trentina d’anni prima del nostro incontro professionale, che risale al 2010 quando ho pensato di fare un omaggio al grande Gigi Magni, che aveva realizzato diversi film sulla Roma papalina, facendo un remake di uno dei suoi film più belli, “In nome del Papa Re” in cui il protagonista era Nino Manfredi. Si trattava di reinterpretare il ruolo del Cardinal Colombo che era stato di mio padre e l’allora direttore di RAI Fiction, Fabrizio Del Noce, mi chiese un personaggio all’altezza di una eredità tanto importante. Pensai immediatamente a Gigi Proietti ma sapevo che convincerlo non sarebbe stato semplice. Lo invitai a pranzo nella sua trattoria preferita, da Dante in Prati e gli esposi il progetto di realizzare una versione televisiva più ampia del film, che raccontasse i fatti dell’insurrezione romana del 1867. La sua reazione fu sorprendente, mi guardò e disse: “Ma che sei matto? Io non posso confrontarmi con un gigante come tuo padre”. Perché – gli risposi- io posso confrontarmi con Gigi Magni   che della Roma papalina sa tutto?” Cercai di far passare il concetto che il tema non doveva essere quello del confronto ma quello dell’omaggio affettuoso al regista Magni e a Nino Manfredi.  Sono riuscito a convincerlo ma ci sono voluti sei mesi e una ventina di pranzi, sempre nella stessa trattoria, poco lontana dal suo studio, che per lui era una specie di mensa quotidiana dove si decidevano progetti artistici importanti, tra un piatto di fagioli alla capocaccia e una carbonara.

Come entra Gigi Proietti nella storia dell’insurrezione romana del 1867, gli anni che precedono la Breccia di Porta Pia?

 Solo Gigi, uno dei massimi rappresentanti della romanità, poteva interpretare il personaggio di monsignor Colombo, il cardinale, capo della Polizia Pontificia, alle prese con le indagini su un attentato contro la caserma degli agenti zuavi, l’esercito che proteggeva lo Stato Pontificio. Il cardinale scopre che uno degli attentatori arrestati tra coloro che combattevano per liberare Roma, era Cesare, il figlio che anni prima aveva avuto dalla relazione con una contessa e  che il film di Magni raccontava. Gigi entra nella storia del film che racconta gli anni che precedono la Breccia di Porta Pia, con la straordinaria ricchezza della sua romanità.

Quali sono i colori della romanità di Gigi Proietti?

Attore colto e raffinato, preparatissimo sulla storia di Roma, ha avuto il merito di sapersi esprimere con un linguaggio estremamente popolare per avvicinare il suo pubblico che si è sentito da lui sempre molto rappresentato.

E’ stato definito un intellettuale popolare, per l’impegno profuso nel portare la bellezza dell’arte, del teatro in particolare, anche a chi non ha gli strumenti culturali per poterlo fare. Condivide questa definizione?

Intellettuale lo è stato sicuramente perché aveva una preparazione culturale straordinaria. Popolare perché era vissuto da tutti quasi come una persona di famiglia, capace di essere vicino a tutti. E la straordinaria partecipazione di tutti alla sua scomparsa, ne è dimostrazione.

Gigi Proietti e il cinema, un rapporto su cui oggi si sta discutendo, fatto di occasioni colte e altre perse. E’ il cinema che non si è accostato sufficientemente a Proietti o è Gigi che forse se ne è voluto far coinvolgere in parte?

Gigi è stato innanzitutto un one man show, un artista in grado di stare in palcoscenico per ore. Era un attore completo perché cantava, ballava, recitava, intratteneva però aveva forse una sorta di timore reverenziale per il cinema. La sua forte personalità rischiava di essere anche un po’ preponderante sul ruolo del personaggio da interpretare.

La sua ritrosia può essere stata anche determinata da una romanità tanto caratterizzante quanto forse condizionante per ruoli di più ampio respiro?

E’ stato un artista straordinario che forse ha volutamente scelto di riferirsi a un pubblico più semplice che è poi quello televisivo, diventando il protagonista di serie che sono nel cuore di tutti.  Il cinema lo ha fatto, Febbre da Cavallo, Mandrake ma non solo, perchè ha girato una cinquantina di film. E non è poco.

La serialità televisiva lo ha visto amato protagonista, anche con lei che lo ha diretto ne “Una pallottola nel cuore”. Ma la vostra amicizia quando nasce?

Con Gigi ci siamo incontrati, prima che per collaborazioni professionali, come vicini di casa al mare, a Ponza, dove eravamo quasi confinanti. La nostra amicizia è nata lì. Nella stessa isola aveva anche casa Adriano Ariè, di cui ero dirimpettaio, il produttore della serie “Il Maresciallo Rocca”. Una mattina mi invitarono allo Zanzibar, un bar di Ponza, in località Santa Maria, per propormi la regia della serie dell’avvocato Porta, un avvocato che difendeva solo innocenti e poveracci, che Gigi doveva interpretare per Mediaset ma io non potetti accettare perché stavo seguendo un altro progetto. Gigi rimase un po' deluso ma quando è arrivato il momento di girare “Una pallottola nel cuore”, dove doveva interpretare il ruolo di Bruno Palmieri, un cronista de Il Messaggero che indagava su vecchi casi irrisolti, i cold-case, mi chiamò a dirigere la serie.

Una serie trasmessa per quattro anni su RAI 1, girata a Roma, nel giornale di Roma, che parla di Roma. Una barzelletta concludeva ogni episodio e il cronista Bruno si confondeva con l’attore Proietti. Nelle case degli Italiani in realtà sembrava entrasse Bruno Proietti.

Le nostre giornate di lavoro si concludevano sempre a cena con Gigi che amava tirar tardi, bere un bicchiere di vino bianco e scatenarsi nel racconto di barzellette esilaranti. Ci divertivamo così tanto che proprio durante una cena, pensai che sarebbe stato bello se avesse concluso ogni episodio raccontando una barzelletta alla redazione. Lui accettò e la barzelletta a fine puntata è diventata un appuntamento fisso per tutta la durata della serie. Ne ha raccontate tante, la barzelletta dell’ostrica, quella della moglie sorda…bellissime. Con Gigi le cose nascevano con naturalezza, quasi per caso.

“Una pallottola nel cuore” come si inquadra nel genere televisivo crime abituato a investigatori più tenebrosi?

E’ un poliziesco che si coniuga con la commedia leggera che è nel nostro stile.

Oggi il ricordo di quella quotidiana vicinanza a Gigi Proietti che sapore ha?

Sono stati anni di lavoro vissuti insieme a una persona alla quale ho voluto molto bene, anche e soprattutto quando  mi sono trovato a redarguirlo perché non aveva sufficiente cura della sua salute, fumava veramente troppo tra una scena e l’altra nonostante  avesse già un enfisema polmonare e la cosa non mi piaceva. Ai miei rimproveri rispondeva cantando una sua canzone…”nun me rompe er.. “.

La carbonara “ovo, pecorino, mantecata cor pepe” anch’essa protagonista della serie, piaceva più a Palmieri o a Proietti?

A tutti e due, perché Gigi era veramente un buongustaio.  Le serate passate insieme a mangiare, suonare la chitarra e ad ascoltare le sue barzellette, rimarranno sempre nei miei ricordi più cari. Gigi è stato di una intelligenza e di una piacevolezza straordinaria.

Il Messaggero, via del Tritone, il poster gigantesco di Alberto Sordi in redazione sono i luoghi della fiction. Il dolore di Roma oggi per Proietti è lo stesso di quando morì Sordi. Roma sa essere grata ai suoi figli e custodirne la memoria?

Gigi è uno dei simboli della romanità, come lo sono stati Petrolini, Aldo Fabrizi, Alberto Sordi. Il suo teatro, il Globe Theatre, gli è già stato dedicato, ma si parla anche di altre intitolazioni. Roma deve essergli grata, saprà essergli grata. I romani hanno partecipato con grande dolore alla sua scomparsa, hanno vissuto un lutto collettivo, i funerali che si sono svolti nella Chiesa degli Artisti a Piazza del Popolo, dove siamo stati ammessi solo in sessanta, sono stati accompagnati dalla presenza, sulla Piazza,  di tanti cittadini. Se non ci fossero state le limitazioni dovute al Covid, non sarebbe stato sufficiente il Circo Massimo per contenerli tutti.

Gigi Proietti è stato Er Sor Maestro di Roma?

Assolutamente sì, ci ha lasciato un grande vuoto ma anche un grande pieno con tutta la sua ricca produzione che ora costituisce  la sua eredità. L’immensa eredità di un Sor Maestro.