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Donne che parlano alle donne

Il 25 novembre, giornata internazionale ONU contro la violenza alle donne, ha 24 ore. I 364 giorni che completano il calendario, di ore ne hanno 8.736. Numeri che parlano da soli, come le 93 donne uccise finora nel 2020 in Italia, 1 donna ogni 3 giorni, 1 donna oggetto di violenza ogni 15 minuti. La panchina rossa simbolo della lotta contro la violenza alle donne, è una panchina di lancio, da cui partire il 25 novembre con la forza della disperazione e continuare a correre e a gridare tutti i 365 giorni dell’anno “Basta, si cambia pagina e lo si fa per sempre”. Fondazione Osservatorio Roma e America Oggi ospitano idealmente sulla panchina rossa 7 donne straordinarie, impegnate socialmente, professionalmente, moralmente ad aiutare le tante donne in bilico, vittime di tragedie palesi e di abusi taciuti. Enrica Bonaccorti, conduttrice televisiva e scrittrice, Melita Cavallo, magistrato e giurista, Maria Grazia Cucinotta attrice e produttrice, Tiziana Ferrario, giornalista e scrittrice, Tiziana Pezone, chirurgo otorino, Manuela Olivieri Mennea, avvocato e Livia Turco, politico e presidente della Fondazione Nilde Jotti. Donne che parlano alle donne.

Enrica Bonaccorti

Le donne come possono capitalizzare la giornata del 25 novembre affinchè di violenza contro le donne non si parli solo un giorno?

Tappezzerei la casa di foglietti con su scritto 25 novembre, per far ricordare questa data ai nostri uomini tutti i giorni. In realtà credo che non dovrebbe esserci una giornata per sottolineare il problema della violenza contro le donne, purtroppo presente sempre e sempre di più, anche perché  in giornate come queste si assiste a una comunicazione veloce e superficiale, con un tempo dettato  a volte dallo slogan e non dal pensiero.

I dati sono impietosi, le donne sono sempre più vittime di tragedie palesi e soprusi taciuti. Quale può o deve essere il ruolo della televisione e della radio che entrano nelle case di tutti, delle donne vittime e degli uomini violenti e prevaricatori?  

Chi lavora in televisione e in radio deve essere animato da una sola parola, fondamentale e trasversale: la responsabilità. Ciascuno di noi ha una responsabilità enorme che io vedo spesso disattesa, in favore della battuta, dello share, della ricerca dell’effetto. Bisognerebbe essere consapevoli che tutto quello che noi comunichiamo attraverso lo schermo, prima di entrare nelle case delle persone, entra nelle loro teste e grazie ai neuroni a specchio,si assumono inconsapevolmente i comportamenti,  le  posture, le  parole  che arrivano. E’ per questo che il comunicatore deve saper stimolare la sensibilità di chi ascolta preparandosi con competenza, attenzione e senso di responsabilità.

Quali pensa siano gli stimoli culturali giusti per stroncare la violenza contro le donne, una realtà tanto drammatica quanto incomprensibile?

Ho una ricetta scientifica che si fonda sulla plasticità del cervello dei bambini, che si forgia con gli stimoli proposti, attraverso gli esempi giusti, le parole corrette e gli atteggiamenti rispettosi. I bambini devono percepire fin da piccoli la mamma e il papà con eguale considerazione e rispetto, non con la mamma sottomessa al papà o inquadrata in un ruolo secondario. Se ai bambini vengono proposti modelli sbagliati, da grandi saranno portati a riprodurli con una sorta di automatismo mentale. Se tutti applicassero con responsabilità certi comportamenti e attenzioni, avremmo una generazione di uomini diversi.

Melita Cavallo

L’attitudine alla violenza contro le donne è una mala pianta coltivata sovente fin da piccoli. Quale è e quale dovrebbe essere il ruolo della scuola oggi?

Il ruolo della scuola è richiamato anche dall’art. 14 della Convenzione di Istanbul che definisce il ruolo della scuola nella prevenzione della violenza sulle donne. L’Italia ha previsto due Piani Nazionali per la scuola, nel 2015 e nel 2017, chiedendo alla scuola di trasmettere agli studenti la consapevolezza e la conoscenza dei diritti e doveri garantiti alla persona, primo tra tutti il dovere del rispetto dell’altro da sé, il rispetto della diversità, il rifiuto di ogni pregiudizio e discriminazione. La scuola deve promuovere l’educazione alla parità dei generi e al rispetto delle differenze perché la differenza è una ricchezza e non fonte di una gerarchia che diventa poi a sua volta fonte di discriminazione e violenza. Maschio e femmina non sono etichette che connotano l’essere della persona o che inchiodano per sempre dentro comportamenti predefiniti. La scuola deve gettare i semi per una futura alleanza tra uomini e donne, estirpando le radici di ogni discriminazione insieme e corresponsabilmente alla famiglia. Ma oggi la scuola deve anche contrastare le discriminazioni del mondo digitale, uno strumento potente e invasivo, per prevenire il bullismo e l’incitamento all’adescamento di cui i ragazzi sono spettatori passivi.

Solo perché donna è la considerazione amara che dà il titolo al suo libro sul femminicidio. Cosa può succedere solo perché si è donna?

E’ la condizione di donna che fa da parafulmine alla violenza dell’uomo che la vuole oggetto del suo possesso.

Come è possibile aiutare le tante donne in bilico a prendere coscienza della loro condizione?

In Italia le donne possono comporre un numero telefonico anti violenza, 1522 e trovare chi può aiutarle e sostenerle. Il 25 novembre sono state uccise altre 2 donne per mano di un uomo a Padova e a Catanzaro. Una delle due aveva denunciato il marito ma poi aveva ritrattato. Purtroppo spesso la ritrattazione della denuncia porta alla morte perché l’uomo non accetta che la donna abbia già percorso la strada della denuncia e la elimina per evitare una seconda mossa della donna. La donna deve sapere che la ritrattazione è un rischio grosso e che non porta mai a migliorare o cambiare l’uomo violento.

La violenza contro le donne è spesso definita fenomeno. Non sarebbero indicate parole più dure che restituiscano il senso di una tragedia continua?

Fenomeno deriva da un verbo greco che significa apparire, ma la violenza non appare, è una realtà strutturata in molte persone che iniziano un rapporto con una donna nella convinzione che sia un oggetto di piacere. La violenza non è un fenomeno, ma una realtà sulla quale operare affinché  non avvengano più simili tragedie.

Maria Grazia Cucinotta

Il suo impegno per augurare alle donne “vite senza paura” da dove parte?

Nella mia vita ho vissuto un episodio di aggressione, in cui mi sono trovata sola, poco compresa, quasi accusata solo per il fatto di essere giovane e bella. Nasce da lì un’urgenza di impegno a favore di donne prima abusate e poi accusate che mi ha portato a collaborare sempre con varie associazioni fino a quando non ho incontrato una psichiatra, Francesca Malatacca e un magistrato Solveig Cogliani e insieme abbiamo fondato l’ Associazione onlus Vite Senza Paura che si occuperà di formulare nuove proposte di legge che tutelino di più le donne, facendo rete con le altre associazioni in modo di   poter essere vicine e offrire una assistenza legale alle donne su tutto il territorio.

Vite Senza Paura è anche un libro

Si, ho scritto un libro che è in realtà un messaggio. Cinque storie che fanno parte del mio diario di vita, 5 donne che sono riuscite a scappare, a denunciare e che ce l’hanno fatta riprendendo in mano la loro vita. Si parla di violenza fisica e di violenza psicologica, più subdola e drammatica, che non lascia segni evidenti ma svuota e svilisce la donna. Ogni donna può identificarsi in queste storie e soprattutto può trovare il coraggio per dire basta alla violenza.

Il cinema come racconterebbe queste vite senza paura?

A volte la vita stessa è un film, ci sono storie che sembrano essere sceneggiature di storie a volte anche horror. Io racconterei queste storie come le protagoniste le hanno raccontate a me, soffermandomi sulle difficoltà burocratiche di denunce necessarie, sulla solitudine che le accompagna, sui processi interminabili. Sono verità che fanno più male della violenza

La sua esperienza internazionale rileva una diversità di approccio culturale al problema della violenza contro le donne?

L’America è da sempre molto più attenta a denunciare le violenze subite. In realtà è la Cina il Paese dove mi sono sempre sentita più libera, sicura di andare in giro senza dovermi guardare le spalle. Forse la rigidità del sistema fa sì che ci sia anche più rispetto per le vite. In Italia non siamo i primi e non siamo gli ultimi, ma il cammino da fare è ancora lungo.

L’esperienza di aggressione che lei ha vissuto rende per più empatico il rapporto con le donne vittime di violenza?

E’ dolorosa perché so cosa si prova, ma ogni donna ha una storia e reazioni diverse, soprattutto quando la mente è offuscata dalla paura e si arriva a pensare che si meriti quello che accade. 

Quanto è terribile vivere con la paura per il solo fatto di essere donna?

La paura fa molta paura, perché ci si sente continuamente preda. Noi donne veniamo al mondo e siamo già esposte a un pericolo, solo perché siamo donne. Le nostre nonne dicevano alle nostre mamme di stare attente, le mamme lo hanno detto a noi e noi lo diciamo alle nostre figlie, perché da sempre il mondo esterno rappresenta un pericolo soprattutto per chi nasce donna.

 

Tiziana Ferrario

Gli uomini di oggi che uomini sono?

Gli uomini sono molto diversi tra loro. Nel mio libro “Uomini, è ora di giocare senza falli” cerco di indagare l’universo maschile che è in grande trasformazione. Ho voluto raccontare uomini nuovi, che non sono maschilisti, che credono in una parità e con i quali si può fare un’alleanza per poter provare a costruire una società più equa, con meno disuguaglianze, più paritaria.  Per far questo ho dovuto raccontare anche il maschilismo, ancora presente in tanti uomini, soprattutto in Italia,  come e dove si manifesta, nel mondo del lavoro come in famiglia. Credo che confrontarsi vedendo scritti, nero su bianco, taluni atteggiamenti sia utile anche per misurare il proprio grado di maschilismo, per interrogarsi e cercare di capire se si è maschilisti anche involontariamente. E’ un’occasione per  riflettere e allargare il campo di uomini nuovi.

Il problema è antico e senza confini. Sarebbe opportuno un coordinamento internazionale per fronteggiarlo?

Più Paesi si impegnano nel combattere la discriminazione contro le donne, meglio è. Non tutti i Paesi lo fanno allo stesso modo, come sta dimostrando la pandemia in corso che mette a dura prova soprattutto le donne chiamate a grandi responsabilità, tra lavoro e famiglia e spesso costrette a vivere in casa con i propri aguzzini. Alcuni Paesi hanno mantenuto attivi i numeri verde anti violenza, in Italia il 1522, in un tempo in cui le violenze in famiglia sono raddoppiate. Un coordinamento internazionale sarebbe fondamentale per cercare, con azioni comuni, di educare gli uomini a un rapporto diverso con le donne, in un percorso che inizia da bambini. Ci sono diritti umani di base che dovrebbero rispettare tutti, anche chi vive in culture diverse, ma vediamo che la condizione della donna non è uguale in tutti i Paesi, in alcuni luoghi nascere donna è una sfida con la vita.

Un vademecum può aiutare le donne?

Le donne devono unirsi, fare squadra e imparare a sostenersi l’una con l’altra perché da sole sono molto più deboli.  Relativamente alla violenza ho riportato nel mio libro un vademecum letto sul sito del comune di Barcellona in Spagna, diviso in 3 blocchi, di colori diversi, che misura come un termometro il livello della pericolosità della violenza. Parte dai primi segnali di allarme, quando un uomo zittisce la donna o le controlla il cellulare,  arriva a un secondo blocco di pericolo quando le urla contro, la colpisce, la incolpa, e poi si arriva al momento in cui la isola, non le permette di vedere la famiglia e la minaccia. Le donne dovrebbero scappare immediatamente e non pensare di poter migliorare il compagno perché la realtà dimostra che non è così. Solo il 40% delle donne che subisce violenza o minaccia, denuncia perché spesso ha scarsa fiducia nelle istituzioni, molte temono di non essere ascoltate e di perdere il controllo dei figli.  Sono necessari fondi per i centri anti violenza che devono organizzano la rete di accoglienza e protezione per le donne che decidono di scappare da un uomo violento.

Manuela Olivieri Mennea

Nel mondo dello sport, dove lei ha attinenza professionale e umana, oggi si avvertono disparità tra uomini e donne?

Si avvertono atteggiamenti diversi più che disparità, come purtroppo ci sono sempre stati ma le ragazze oggi sono più forti rispetto al passato e sanno come farsi rispettare.

La cronaca registra ancora casi di giovani atlete abusate da pseudoallenatori. Dove e come bisogna intervenire per stroncare questi comportamenti?

Il problema è il rapporto di soggezione che lega la giovane atleta all’allenatore, di cui spesso è naturalmente portata a fidarsi. Ci sono purtroppo mostri che tradiscono il ruolo di formatori e segnano spesso in maniera brutale e indelebile la vita di giovani ragazze. Gli allenatori, i massaggiatori, tutti i soggetti che gravitano nel mondo dello sport e che sono profili importanti nella costruzione di una atleta, conquistano la fiducia delle ragazze. La raccomandazione è quella di sensibilizzarle, fin da piccole, a cogliere subito, dalle prime manifestazioni equivoche, segnali di pericolo di cui devono parlare, senza temere di essere emarginate.

Le società sportive sono attrezzate per recepire e fronteggiare denunce di violenza o prevale ancora l’omertà?

E’ fondamentale che le società sportive siano informate affinché intervengano in maniera decisa. Spesso alcuni episodi di violenze sono riferiti con anni di ritardo, quando la giovane atleta è già diventata maggiorenne. Il fenomeno delle violenze a giovani atlete minorenni è il più pericoloso perché le ragazzine sono spesso prive di strumenti per discernere, per capire, temono di aver equivocato, si sentono in colpa. Bisogna educarle a parlare e a denunciare.

Flash mob, iniziative social sostengono la giornata internazionale contro la violenza alle donne. Il mondo dello sport cosa fa e cosa potrebbe fare?

L’occasione è giusta per una mobilitazione che sensibilizzi e induca a una maggiore consapevolezza le ragazze, le giovani atlete per educarle a una risposta consapevole nel caso si trovino ad affrontare situazioni di pericolo. Senza vergogna, perché la vergogna è di chi abusa, non della vittima.

 

Tiziana Pezone

Dottoressa, quanti traumi e lesioni ha curato sul viso di donne per le violenze di un uomo?

Purtroppo sono chiamata spesso dal Pronto Soccorso dell’ospedale dove svolgo il mio lavoro di medico otorino per visitare e valutare donne che arrivano con lesioni del volto a naso, zigomi, occhi tumefatti. Molte hanno escoriazioni, qualcuna necessita anche di intervento chirurgico. Mi trovo spesso di fronte donne sofferenti, spaventate, rassegnate, che a volte negano l’evidenza di cui noi medici ci rendiamo subito conto. Come donna, prima che come medico, cerco di stabilire con loro un contatto empatico, cerco di lanciare messaggi che alcune colgono, altre continuano a negare perché non vedono una via di uscita, temono ritorsioni ancora più gravi da parte di chi le ha già ridotte in quelle condizioni. Vedo sguardi smarriti di donne che non denunciano perché non sanno dove andare, perché non sono economicamente indipendenti, ma purtroppo a volte devo arrendermi alle loro dichiarazioni di trauma accidentale.

Lei ha prestato il suo volto per una campagna di sensibilizzazione contro la violenza alle donne. Quanto si è immedesimata nei volti feriti di cui si prende cura?

Ho accettato immediatamente, su invito della Direzione Sanitaria dell’ospedale dove presto servizio, a partecipare al progetto “Cento Donne”, realizzato dalla Regione Lazio e dal presidente del consiglio comunale di Cassino, Barbara Di Rollo, insieme all’Associazione Ammuri Liberi. La finalità è l’utilizzo dell’arte, in questo caso arte fotografica, per veicolare un messaggio forte contro la violenza sulle donne. Un libro fotografico raccoglierà in 100 scatti i volti violati, tumefatti e oltraggiati di 100 donne e  delle loro storie. Sono onorata di aver dato il mio contributo a una iniziativa che accende un faro sulla piaga dolorosa della violenza contro le donne.

Livia Turco

Presidente, nel 2020 ancora parliamo di violenza contro le donne come emergenza sociale e pubblica. E’un problema di risposta legislativa o di atteggiamento culturale?

L’aspetto legislativo è compiuto, con il recepimento pieno della Convenzione di Istanbul che affronta il tema della violenza in tutti i suoi aspetti, Prevenzione, Protezione, Punizione. Bisogna far applicare le leggi e affrontare il  problema culturale che negli ultimi anni si è acuito con l’emergere di stereotipi maschili e femminili che credevamo superati. La violenza sulle donne è un problema degli uomini, non delle donne. Sono gli uomini che devono mettersi in discussione, imparando a costruire una nuova identità che li liberi dallo stereotipo predatorio. La nuova  politica deve partire da uomini che finalmente prendano la parola con una assunzione pubblica di responsabilità. Le altre politiche ci sono e seppur perfettibili, svolgono il loro compito.

Il Presidente della Repubblica ha affermato che la parità effettiva non è ancora pienamente perseguita. A che punto siamo?

Le parole del Presidente sono sempre sagge e puntuali. Nonostante la ricca legislazione italiana e la Carta Europea dei Diritti Umani che prevede come diritto e dovere fondamentale dell’Unione Europea promuovere la parità di genere, resta ancora una grande disparità, nelle condizioni di vita reale, soprattutto relativamente al lavoro. In Italia manca il pilastro del welfare, mancano le politiche sociali di buona e piena occupazione ed è in questo che io vedo la ragione per cui le donne fanno tanta fatica ad acquisire lavoro, ad avere i figli che desiderano e a poter avere una parità salariale.

Quale deve essere la battaglia delle donne oggi?

Passare dai diritti alle politiche, oggi è questa la parola d’ordine.  I diritti ci sono, Nilde Jotti e le 21 Madri costituenti scrissero l’articolo 3 della nostra Costituzione che parla di eguaglianza di fatto e superamento delle discriminazioni di sesso, da cui sono derivate, con altri articoli, l’intelaiatura che ha consentito la costituzionalizzazione dei diritti e le grandi riforme per le quali si sono battute generazioni di donne.