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Pietro Mennea
La freccia del Sud

Pietro Mennea, per 17 anni l'uomo più veloce del mondo, sceglie a 16 anni la corsa, la più severa delle discipline agonistiche, come mezzo di affermazione personale e mentre guarda in televisione Tommie Smith vincere la medaglia d’oro nei 200 metri alle Olimpiadi del 1968, sogna di diventare anche lui un campione. Si impegna, ci riesce e fa ancora di più, diventa una leggenda, Pietro Mennea, la Freccia del Sud. Non è un predestinato, ha un fisico esile che comincia ad allenare tutti i giorni, tante ore, sull’asfalto, nei campi, sulla sabbia perché la sua Barletta, in Puglia, una pista non ce l’ha. A una volontà di ferro unisce la grande dote di saper riconoscere gli incontri importanti. Si fida dell’intuizione del suo insegnante di educazione fisica, un avvocato che aveva lasciato la professione forense per dedicarsi all’insegnamento e che lo fa correre, nei 60 metri, nel cortile della scuola, la sua prima pista. Pietro capisce di avere qualità e possibilità e comincia a coltivarle, con impegno e fatica, applicandosi a quella cultura del lavoro di cui sarà bandiera primeggiando sempre, nello sport e nella vita. “Mi sono allenato per 5/6 ore al giorno, 350 giorni l’anno, per 20 anni. Ho vinto spesso e perso raramente. Se tornassi indietro, mi allenerei 7/8 ore al giorno, 365 giorni l’anno, perché se non lavori, non raccogli e se ci metti il cuore, ottieni anche di più”. Seguirà fedelmente il suo allenatore Carlo Vittori, a cui darà sempre del lei e che chiamerà professore, anche quando si ritira dall’attività agonistica e prende quattro lauree. Il ragazzo che sfidava le auto, vincendo sempre, corre veloce verso obiettivi impensabili, prende per mano l’Italia che comincia a correre con lui. Pietro parte dalla Puglia che non ha strutture agonistiche adeguate e più di tanto non può offrirgli e da una famiglia dove tutti lavorano, il papà faceva il sarto, la mamma lo aiutava e i figli aiutavano la mamma. L’esercizio di una quotidiana fatica, forma e forgia in modo sano Pietro che quando si alzava alle 5 del mattino per studiare prima di andare a scuola, trovava sempre il padre già al lavoro, prima di lui. Pietro impara presto a guardare i suoi avversari con il naso all’insù, tutti più alti e possenti ma non più potenti di lui che è la Freccia del Sud.  Sfida i campioni del mondo come a 15 anni, sul viale centrale di Barletta, sfidava Porshe e Alfa Romeo 1750 arrivate da lontano per gareggiare, sui 40 e  50 metri, con un ragazzino veloce che quando le auto partivano, era già arrivato. Pietro inizia la sua attività agonistica da marciatore, la più lenta delle corse e vince tutto da velocista. La sua parabola ascensionale è la metafora che ogni cosa è possibile a tutti. L’Italia oggi ricorda Pietro Mennea, che gareggiava con il Tricolore sul petto, che aveva un rapporto speciale con il Presidente Pertini, che veniva accolto dai tanti Italiani all’estero come simbolo di riscatto di un Sud privo di cose ma ricco di tutto, dedicandogli un francobollo. L’occasione è il 40° anniversario della storica medaglia d’oro alla XXII Olimpiade di Mosca, il 28 luglio 1980, che incorona di gloria planetaria l’atleta già nella storia dell’atletica mondiale per il record di 19’72 stabilito nel 1979 a Città del Messico. Fondazione Osservatorio Roma e America Oggi incontrano la moglie Manuela Olivieri Mennea, che ha condiviso con Pietro un tratto importante di vita, personale e lavorativa, preziosa custode della sua memoria e dei progetti che la Freccia del Sud sognava di realizzare per i giovani.

Quando comincia la storia di Pietro Mennea?

La storia di Pietro Mennea comincia a Barletta, a scuola, a 16 anni quando il suo insegnante di educazione fisica lo vide correre veloce prima per le scale, dove li faceva esercitare perché non avevano strutture e poi nel cortile della scuola. Lo presentò all’AVIS Barletta, l’unica attività di atletica di un certo livello attiva allora in Puglia. Una chance che Pietro ha saputo cogliere anche per emergere e uscire fuori da una realtà sociale complicata.

Quanto ritroviamo nella storia di Pietro Mennea degli incontri importanti che ha avuto nella vita?

Moltissimo, a cominciare dall’affetto che Pietro ha avuto per il prof. Autorino, il suo insegnante di educazione fisica, che ha sempre considerato il vero scopritore del suo talento, di cui molti in seguito si sono presi il merito ma in realtà la vera, prima chance a Pietro l’ha offerta il professore. Ma un altro incontro è stato fondamentale per la sua vita personale. Nel 1974 Pietro era a Roma per preparare i Campionati Europei e un giorno, mentre si riposava dagli allenamenti, incontra nel Piazzale della Farnesina Aldo Moro, allora ministro degli Esteri, anche lui pugliese. Parlarono a lungo, Aldo Moro gli chiese cosa studiasse, Pietro gli rispose che stava per diplomarsi all’ISEF ma Aldo Moro gli disse: “Dopo il diploma, iscriviti a Scienze Politiche”. Pietro lo ascoltò e il 14 luglio 1980, due settimane prima della storica finale di Mosca dove conquistò la medaglia d’oro, si laureò in Scienze Politiche a Bari. Sarà la prima delle sue 4 lauree.

Cosa ha rappresentato l’incontro con Carlo Vittori, il suo allenatore?

Pietro diceva sempre che lui aveva incontrato Vittori e Vittori aveva incontrato lui, nel senso che senza quell’allenatore probabilmente non avrebbe raggiunto gli stessi obiettivi anche se Pietro era un atleta dalla volontà di ferro che si allenava molto più di quanto gli venisse richiesto. Con Vittori, che Pietro chiamerà sempre professore e con cui avrà un rapporto che si limiterà alla sfera della preparazione agonistica, si è realizzato un giusto binomio per il raggiungimento degli obiettivi che si erano prefissi.

Velocista, primatista, avvocato, commercialista, docente universitario, eurodeputato, scrittore, giornalista. Che sfida era la vita per Pietro Mennea?

Lo sport è stato fondamentale per la sua formazione, perché ha sempre affrontato la vita come una gara, si poneva obiettivi, li affrontava, li superava e se ne poneva immediatamente altri che si impegnava per raggiungere. Laureato in Scienze Politiche, Giurisprudenza e Scienze Motorie si iscrisse a Lettere e Filosofia. Quando gli chiesi il perché, mi rispose che gli piaceva la storia e alla mia osservazione che poteva approfondirla leggendo libri di storia, rispose che voleva porsi l’obiettivo della laurea. Ci riuscì conseguendo la quarta laurea, mentre era direttore generale della Salernitana Calcio. Aveva una mentalità sportiva forgiata dallo sport buono, quello dei valori importanti che devono essere trasmessi ai giovani e che applicava alla vita di tutti i giorni. Essere al suo fianco era straordinario ed emozionante.

“Provarci sempre, non mollare mai”, “il fallimento va considerato come esperienza”. Le sue parole trasmettono messaggi importanti

Si, in realtà raccontano la sua vita a cominciare da quando, a 16 anni, mentre era impegnato nella sua prima gara fuori dalla Puglia, vide in televisione la finale olimpica del 1968 a Città del Messico vinta da Tommie Smith e pensò “chissà se un giorno, anch’io”. Proprio su quella pista, 11 anni dopo, Pietro battè il record di Tommie Smith. Il suo messaggio era ed è che bisogna sempre crederci, per Pietro le parole “mai” e “impossibile” non esistevano. Tutto si poteva fare con impegno, sacrificio e determinazione. Amava andare nelle scuole e parlare ai ragazzi ai quali diceva sempre “quando incontrate qualcuno che vi dice di non aver mai fallito, chiedetegli cosa ha fatto nella vita. Vi risponderà: niente” . Pietro parlava delle Olimpiadi di Montreal del 1976 dove si era classificato 4° come un fallimento, perché quelle Olimpiadi avrebbe dovuto vincerle, ma aggiungeva che proprio da quel fallimento, da cui era uscito non appagato e con tanta voglia di fare, era riuscito a costruire i 4 anni più belli della sua carriera sportiva, con la vittoria a gli Europei a Praga nel 1978, nei 100 e 200,  con la conquista nel 1979 del record del mondo a Città del Messico e con la Medaglia d’Oro a Mosca nel 1980.Trovava sempre una ragione e un motivo di positività in tutto, anche in una sconfitta.

Che nome ha e da dove viene questa sua ineguagliabile voglia di vincere?

E’ una voglia di arrivare che viene dalla determinazione, dalla convinzione che con l’impegno e il sacrificio si può arrivare a raggiungere ogni obiettivo. Pietro è stato molto ammirato perché ha dimostrato che un uomo qualunque, non particolarmente dotato fisicamente, alto 1.80 per 68 Kg, può arrivare a essere un campione, in un campo, quello della velocità, in cui avevano tutti ben altri fisici, con atleti di colore alti 1,90 m. Un ragazzo tanto esile, diventato campione dei campioni nella sua specialità e campione nella vita, perché è stato capace di andare oltre lo sport, applicando gli insegnamenti dello sport nella vita quotidiana.

Il ragazzo che sfidava le auto di grossa cilindrata vincendo sempre, quando capisce che oltre al panino per lui gli scommettitori si giocavano altro, non accetta più sfide. Era già in filograna il Pietro Mennea onesto, incorruttibile, paladino di legalità degli anni maturi?

Si, era già l’uomo libero che ho conosciuto io. Accettava la sfida con le auto per il solo gusto di vincere. Una volta ci fu un fotofinish proprio perché si scommetteva, arrivò la polizia che lo accompagnò a casa dai genitori che non sapevano nulla. Naturalmente non accettò più questo tipo di sfide. Pietro era schierato con la legalità, diceva che la vita è come una pista a 8 corsie, 7 sono per i furbi, l’ottava era per quelli che, come lui, volevano vivere con la schiena dritta, senza piegarsi, con lo spirito libero. Pietro non era condizionato né condizionabile, da niente e da nessuno.

Pietro Mennea ha sempre corso con il Tricolore appuntato sulla maglia. L’Italia e gli Italiani sanno essergli grati?

Gli Italiani che vivono all’estero lo adorano, anche perché Pietro rappresenta il simbolo di un riscatto, soprattutto per chi arriva dal Sud. Una volta in Umbria abbiamo incontrato un signore che lo ha ringraziato per tutte le volte in cui lui,  Italiano emigrato in Belgio a lavorare in miniera, quando correva Pietro aveva potuto dire orgogliosamente con tanti altri connazionali  “Ma noi abbiamo Pietro Mennea!”.  La comunità italoamericana lo ha adorato e tutte le volte che siamo andati insieme in America ha raccolto tanta stima e un infinito affetto. Ha trascorso gli ultimi mesi della sua carriera agonistica in Australia e anche lì è stato coccolato dalla comunità italiana. Pietro è stato l’ultimo ospite invitato a pranzo al Quirinale dal Presidente Pertini prima della fine del suo settennato, Re Umberto gli inviava un dono ogni volta che vinceva considerandolo simbolo dell’Italia nel mondo. Si, gli Italiani sanno essere grati a Pietro Mennea.

Come ha vissuto l’impegno politico da eurodeputato?

Con grande senso di responsabilità e libertà di coscienza, cercando di fare quello che riteneva giusto per il suo Paese. Entrava in Parlamento alle 9 di mattina e ne usciva alle 8 di sera, cercava di coinvolgere e sensibilizzare gli altri eurodeputati italiani, di qualunque schieramento politico, chiedendo loro di andare in Aula a votare, soprattutto quando un provvedimento era di interesse per l’Italia.  Scriveva da solo le sue relazioni, contrariamente agli altri deputati che delegano tutto ai funzionari. Era un giurista molto preparato, competente e libero.

Il 12 settembre 1979 è una data importante per l’atletica mondiale. Pietro Mennea cosa realizza quel giorno?

Pietro Mennea è a Città del Messico a conquistare il record del mondo nei 200 metri. In molti dissero che quel record sarebbe durato 3 mesi, invece durò quasi 17 anni ed è ancora oggi, dopo 41 anni, record europeo. E’ incredibile come sia riuscito a battere un record di solito riservato a velocisti con ben altro fisico. Fu un risultato voluto, desiderato, preparato dove nulla è stato casuale, conquistato in un giorno umido, di pioggia, in un clima non ideale. Pietro riuscì a battere il record con quella sua leggerezza fisica che lo portava quasi a sbandare in curva, tanto che si dovette scomporre, alzando il braccio verso l’esterno per mantenersi in corsia.

Cosa aveva di diverso dai suoi avversari storici, Wells, Borzov, Quarrie, tutti più alti e possenti di lui, ma non più potenti?

La differenza deriva dalla testa, dalla sua forza di volontà. Un neurochirurgo italiano importante, il prof. Giulio Maira, ha recentemente dedicato due pagine di un suo libro alla finale olimpica di Pietro in cui spiega come aveva agito il cervello in quella situazione particolare e quanto la mente possa influire sulle prestazioni fisiche.

Il 28 luglio 1980 Pietro Mennea entra nella storia conquistando la medaglia d’oro nei 200 metri piani alle Olimpiadi di Mosca, con una gara vibrante che conclude con una strepitosa cavalcata di rimonta.

Pietro sapeva che quella finale olimpica è rimasta nel cuore delle persone, impressa per la sua straordinaria rimonta e quando incontrava qualcuno che gli faceva i complimenti, gli chiedeva dove fosse nel momento preciso in cui lui disputava una gara in cui credeva di aver perso e che vinse grazie a quella straordinaria forza di volontà che è il tratto caratterizzante di tutta la sua carriera. Partì ultimo e arrivò  primo. Un’impresa rimasta nel cuore e nella mente di tutti.

Pietro Mennea che persona era?

Era un uomo allegro, ironico, divertente, con una sete di conoscenza insaziabile che apprezzava anche negli altri. Era molto amico di Massimo Troisi con cui stava anche per comprare casa insieme, nello stesso stabile a Roma. Li legava l’allegria ma anche l’amore per la cultura perché Pietro era molto colpito dal fatto che Massimo avesse i libri di Kafka sul comodino e che fosse una persona di grande cultura con cui costruire discorsi profondi, elevati. Era bello ascoltarlo raccontare.

L’Italia lo ricorda dedicandogli un francobollo ma sono tante le intitolazioni a un uomo che è nella storia.

Il francobollo, emesso dal Ministero per lo Sviluppo Economico in occasione del 40° anniversario della medaglia d’oro alle Olimpiadi di Mosca, è distribuito da Poste italiane dal 9 novembre.  Le Ferrovie dello Stato gli hanno dedicato il primo treno Freccia Rossa ETR 1000, il treno Pietro Mennea freccia del Sud, un altro tributo di cui sono stata felice perché lo ha celebrato come merita.

La Fondazione Pietro Mennea onlus quali finalità persegue?

Pietro ha voluto la Fondazione a lui intitolata per controllare meglio la generosa attività di beneficienza a cui si è sempre dedicato. Rinunciava ai suoi compensi pur di raccogliere fondi da dare in beneficienza e sollecitava le persone che donavano a indicare anche cosa avrebbero voluto veder realizzato, nell’ambito delle attività indicate dallo statuto,  dalla promozione dello sport per i giovani alle cure per i bambini malati.

A che punto è il progetto del Museo Pietro Mennea, che lui stesso aveva ideato?

Pietro ha conservato tutto, trofei, materiale, libri per trasmettere ai giovani il valore di quello che rappresenta la sua storia di campione che ha un dovere sociale di condivisione e che è esempio per tutti, soprattutto per i giovani. Il Museo Pietro Mennea è un progetto importante che spero di veder presto realizzato, per Pietro, per la sua storia, per l’Italia che ha corso e vinto con lui.