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Ecco a Voi Pippo Baudo
e il suo racconto di Roma

Roma può essere conosciuta e raccontata in molti modi, attraverso le sue molteplici espressioni, su tutte le epoche e nelle diverse dimensioni. La Roma archeologica, architettonica, museale, paesaggistica consente una narrazione affascinante ma il racconto della città e del suo ruolo di capitale culturale, nella dimensione moderna e contemporanea, deve soffermarsi anche sulla Rai, per decenni prima industria culturale del Paese e su Cinecittà, tempio del cinema italiano. Tutte le strade portano a Roma era il motto di quelli che volevano occuparsi di spettacolo, nelle sue differenti declinazioni, dagli anni ’50 in poi, e una strada, in particolare, è diventata la strada, icona nel mondo della fascinazione che Roma allora esprimeva a livello internazionale. E’ la via Veneto della Dolce Vita raccontata da Fellini, vissuta da Flaiano, frequentata da tutte le star  italiane e internazionali che animavano quella stagione bellissima della Hollyvood sul Tevere.

 Pippo Baudo, l’uomo che ha inventato la televisione, o un certo modo di fare la televisione, racconta ai lettori di America Oggi e a tutta la comunità italoamericana, la Roma di quegli anni fantastici.

Roma compare spesso come sfondo nella narrazione del suo libro Ecco a Voi Pippo Baudo, in cui lei  riscostruisce la sua storia dentro la televisione, ed è la Roma della Rai, della mitica via Teulada, dove si recò appena arrivato a Roma.

Appena laureato, ho avuto il permesso dai miei genitori di venire a Roma e la mia prima tappa è stata proprio via Teulada, non il Vaticano o il Colosseo. Il mio obiettivo, la mia tappa di arrivo e partenza era la Rai. Dopo tre giorni ho sostenuto un provino, superato brillantemente e dopo altri tre giorni ho iniziato la mia carriera televisiva, suscitando la meraviglia di tutti, a cominciare dai miei genitori che non credevano riuscissi ad inserirmi tanto rapidamente nel mondo dello spettacolo.

Il suo libro soddisfa molte curiosità ma ne sollecita altre, a partire da come  è arrivato a Roma, per la prima volta, nel 1954, con la sua valigia piena di sogni e speranze.

Sono arrivato in treno, con un biglietto di terza classe, facendo un viaggio su una sorta di  treno per Yuma, come potrei definirlo ispirandomi ad un film americano. In questo treno della speranza, noi meridionali partivamo in tanti, molti erano diretti a Torino per cercare un posto in Fiat dove stavano aprendo gli stabilimenti. I diplomati e i laureati, gli intellettuali, si fermavano invece a Roma, dove c’era il centro dello spettacolo, attratti da quella televisione che in Sicilia ancora non vedevamo, perché il segnale arrivava fino a Napoli. Solo in seguito, con un’antenna sul Monte Faito,  arrivò finalmente a coprire tutto il Meridione. Io sono arrivato pieno di speranza e  di curiosità, animato da una grande voglia di sapere. Trascorrevo le mie serate passeggiando per la città, nel desiderio di  conoscerla.

La radio svolgeva un ruolo didattico ed educativo importante soprattutto nelle regioni dove non era ancora arrivata la televisione. La dizione perfetta con la quale sostenne i provini alla Rai, si deve anche all’ascolto delle  trasmissioni radiofoniche?

Si deve soprattutto alla radio, grazie alla quale ho imparato a parlare l’italiano senza difetti di pronuncia, ascoltando gli annunciatori della Rai che parlavano un italiano correttissimo, allenando il mio orecchio. Alla radio devo molto anche per la musica che  ascoltavo e poi riportavo sul pianoforte di mia madre. E’ stata davvero una nave scuola per me e per la mia esperienza di uomo di spettacolo.

I siciliani non parlano italiano comunque se lo è dovuto sentir dire?

Si, il funzionario che mi fece il provino, alla notizia  che ero nato a Catania, mi disse che i siciliani non parlavano italiano. Gli chiesi di mettermi alla prova e lui onestamente riconobbe che la mia dizione era priva di inflessioni e mi assunse. La radio era stata la mia scuola.

Cosa ha provato Pippo Baudo la prima volta che ha visto la sede Rai di via Teulada?

Via Teulada ricordava un carcere, con la cancellata metallica che ne delimitava il perimetro, decisamente molto lontana dallo scenario che avevo immaginato,  pieno di meraviglie come il Teatro Cinese di Broadway. Non aveva niente di spettacolare all’esterno, ma tutto si svolgeva all’interno, dove c’era già lo Studio 1, Mina, Don Lurio, i grandi della televisione.

Dietro quella cancellata lo spettacolo lo avrebbe presto portato lei, con la sua fantastica storia televisiva. Ma sempre in tema di curiosità, c’era già il famoso cavallo della Rai ?

No, la sede della Rai era a via del Babuino, vicino Piazza del Popolo. In seguito fu costruita la sede di Viale Mazzini, con il cavallo che è arrivato dopo di me.

Il quartiere Prati/Delle Vittorie le è molto caro. Viale Angelico è stato il suo primo alloggio…

Certo, abitavo in una pensione con una stanza a due letti che dividevo con il compianto Tony Cucchiara, a due passi da via Asiago, dove andavamo a mangiare alla mensa della Rai le cui cuoche erano bravissime a preparare per noi, che avevamo pochi soldi, pranzi luculliani che consumavamo con sole 250 lire.

E poco distante c’è il Teatro delle Vittorie, palcoscenico e scenario di tante sue trasmissioni televisive

La nascita del Teatro delle Vittorie si deve a me, perché prima era destinato a  spettacoli teatrali. Una sera andai a vedere Un peccatore in bluejeans di Macario e il proprietario mi disse che il giorno dopo avrebbe venduto il teatro che sarebbe diventato un supermercato. Lo riferii immediatamente a Biagio Agnes, direttore generale della Rai, incoraggiandolo a farlo acquistare dalla Rai per farne, a Roma il tempio del varietà, l’equivalente di quello che rappresentava la Scala a Milano per la lirica. Sono stato accontentato  e l’ho inaugurato io.

E così anche il Teatro delle Vittorie lo ha inventato Pippo Baudo?

Nell’accezione e nell’utilizzo moderno, direi proprio di si.

Arrivato a Roma, come  raccontava la città alla sua Sicilia, ai suoi genitori?

Roma era bellissima, fervida, allegra. Le Olimpiadi del 1960 le diedero grande impulso, fu costruito il Villaggio Olimpico, la via Olimpica, fu trasformato lo Stadio, furono realizzate opere eccezionali che hanno trasformato Roma in una grande città. Per questo non condivido la decisione degli attuali governanti di non aver voluto che Roma ospitasse le Olimpiadi, che sono un’occasione bellissima, unica per realizzare tante opere pubbliche che poi rimangono patrimonio della città e dell’intero Paese. Ricordo una Roma ben disposta ad accogliere gli atleti stranieri che partecipavano, la vittoria straordinaria di Livio Berruti nei 200 metri…era una Roma festosa.

Nel suo racconto di Roma non può mancare Piazza del Popolo. E’ vero che l’idea di Settevoci le venne girando in macchina attorno all’Obelisco?

Esattamente, mentre giravo in macchina attorno all’Obelisco, mi venne l’idea di questa fortunata trasmissione televisiva. Salii al quarto piano dal funzionario dirigente Carpitella, gli illustrai il progetto, girammo sei puntate di prova che furono bocciate ma che poi, per una situazione di fortuna, furono rivalutate e Settevoci diventò il grande programma della domenica, il mio programma.

Roma è anche via Merulana de La Chanson, il cabaret dove scoprì La Smorfia e l’immenso Massimo Troisi.

Ho trascorso un bellissimo momento della mia vita in questo localino dove si esibiva la Smorfia, con Enzo Decaro, Lello Arena e il grandissimo Massimo Troisi, che abbiamo purtroppo perso troppo presto, a soli 41 anni.

La Roma della Dolce Vita di Fellini e Flaiano com’era?

Era bellissima, via Veneto ne era il centro, piena di  grandi attori stranieri,  Ava Gardner, Kirk Douglas, che venivano a girare film a Roma e che erano  follemente attratti da via Veneto, frequentavano i caffè dove si poteva incontrare Ennio Flaiano che dispensava aforismi per tutti, Fellini, Dapporto. Era un luogo di incontro, ci si sedeva attorno ai tavoli dei caffè all’aperto, ci si raccontava delle cose, si faceva un po' di pettegolezzo, dove io  fui accolto e ospitato da questi grandi dai quali ho imparato tante cose.

Era la stagione della Hollyvood sul Tevere?

Esattamente, così definita da due giornalisti americani che scrissero un libro Hollyvood sul Tevere, per raccontare una Roma che era una sorta di succursale di Hollyvood per la quantità di film, italiani ed internazionali che si giravano e si producevano a Cinecittà, da Fellini ai film mitologici che ebbero un grande successo in tutto il mondo.

Ecco a Voi Pippo Baudo, la sua storia italiana dentro la televisione, non basta a contenere il racconto di una esperienza artistica meravigliosa, fatta di incontri eccezionali. Chiediamo ufficialmente al suo editore  un sequel, perché per Pippo Baudo non basta un solo libro!

Grazie, ma in realtà ho solo avuto la fortuna di entrare nello spettacolo italiano in un momento molto felice, facendo incontri con grandi personaggi che mi hanno degnato della loro simpatia, permettendomi di frequentarli. E’ alla loro scuola che devo essere grato.

Il suo rapporto con la comunità italoamericana è da sempre molto forte. Il suo primo viaggio in America quali ricordi le suscita?

La prima volta sono andato al Madison Square Garden di New York, con Nicola Di Bari al top del suo successo e con Claudio Baglioni nella sua prima trasferta a NY. Al Madison c’erano più di 20.000 persone, fu uno spettacolo pazzesco, indimenticabile come lo striscione che mi accolse Militello saluta Pippo Baudo, organizzato in mio onore, dai miei compagni di scuola delle elementari che erano emigrati in America, avevano fatto fortuna e che volevano dimostrarmi che anche loro ce l’avevano fatta. Fui ospite in casa loro, mangiai tanto e tanto bene, tutto cucinato come se fossimo a Militello e da lì non fossimo mai partiti. Sono particolarmente felice di salutare, attraverso America Oggi e Icn Radio, i miei concittadini  e tutti gli italiani in America: Viva l’Italia!