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Roma polo religioso
Il mondo cristiano guarda Piazza San Pietro

 In occasione delle celebrazioni religiose solenni, la dimensione di Roma come polo religioso sollecita riflessioni e approfondimenti su temi teologici interessanti che coinvolgono tutti, credenti e non credenti. Per la Chiesa il Ferragosto celebra l’Assunzione  di Maria Vergine, madre di Gesù, che alla fine della sua vita terrena fu elevata in cielo, con l’anima e con il corpo.  Roma, tradizionale meta di turismo estivo anche religioso, ha nella Basilica di San Pietro, simbolo della cristianità nel mondo, il suo punto di maggiore attrazione e nella Santa Sede il riferimento su tematiche di attualità teologica e culturale.  Le Accademie Pontificie, tre di natura teologica e tre di natura storica, che per Giovanni Paolo II “offrono un prezioso contributo, orientando le scelte culturali della comunità cristiana, proponendo occasioni e strumenti di confronto tra fede e culture, tra rivelazione e problematiche umane” afferiscono al Pontificio Consiglio per la Cultura in Vaticano, il cui coordinatore è il  cardinal Gianfranco Ravasi, membro della più antica tra le Accademie, l’Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon. L’Osservatorio Roma ha incontrato il cardinal Ravasi al Palacio de Espana, in Piazza di Spagna, per una conferenza sul rapporto tra letteratura e religione arricchita dalle testimonianze personali del cardinal Ravasi e dello scrittore spagnolo Javier Cercas, nel corso della quale sono stati citati ed evocati scrittori importanti che hanno scritto pagine fondamentali nella letteratura contemporanea, determinando, in alcuni casi, l’avvicinamento o l’allontanamento dalla Fede.

 

Eminenza, come si può raccontare la potenza della Fede a chi non ha gli strumenti culturali per potersi accostare a letture importanti?

C’è una via fondamentale che ha adottato Cristo stesso. Noi dobbiamo ritornare alla parabola, al simbolo, al racconto e solo attraverso il racconto, la verità diventa incisiva. Se noi usiamo un linguaggio troppo astratto, teorico, sulle persone semplici, ma non solo su di esse, non possiamo più incidere in un’epoca nella quale domina soprattutto l’immagine. Ecco perché la Chiesa deve abituarsi a ritornare ancora alla parabola.

Parlare di parabola, significa riproporre la forza prorompente della parola e quindi del Vangelo?

Certo, la forza della parola consiste nella capacità di avere in sé l’epifania, di rivelarsi, di manifestarsi come parola che non sia chiacchiera. Ed è per questo che le grandi parole sacre sono ancora quelle del Vangelo, all’occorrenza capaci di incidere, ferire, artigliare l’anima. Il Vangelo è ancora e sempre la parola fondamentale. Io stesso mi limito a riportare le  parole del Vangelo anche nella comunicazione sui social che oggi fa parte della nostra vita, senza aggiungere commenti. La forza della parola del Vangelo si fa strada da sé.

Cosa intende quando afferma, con una metafora che rimanda alla musica, che la cultura ha bisogno di dialogo e di duetto, due parole capaci di creare  armonia?

Il dialogo è alla base di una Chiesa non solo delle religioni ma anche della cultura, che purtroppo spesso si ritira, usa la provocazione e non invece la capacità di creare un confronto di temi e di verità. Non esiste un tema difficile che non possa essere comunicato. Certo la divulgazione è sempre un po' una approssimazione, però è fuor di dubbio che i grandi scienziati o i grandi scrittori si fanno comprendere molto più di quelli che cercano di essere sofisticati ma alla fine raccontano più che comunicare.

Un altro tema sempre attuale è il rapporto tra Fede e Arte, sulla scia di un dialogo che negli anni ha subito evoluzioni e mutamenti. La lettera agli artisti di Papa Paolo VI, oggi Santo, alla fine del Concilio Vaticano II, che ruolo ha avuto nella distensione dei rapporti tra Fede e Arte e conseguentemente anche sulla Accademia dei Virtuosi del Pantheon?

E’ stato un testo fondamentale, che ha fatto seguito al discorso tenuto dal Papa, quasi completamente a braccio, nella Cappella Sistina nel 1964, rivolto agli artisti per ricucire il divorzio tra Arte e Fede iniziato nella prima metà del Novecento.  Fino ad allora Arte e Fede erano state due sorelle che per secoli hanno camminato insieme e il frutto del loro procedere in simbiosi ha creato capolavori che popolano le nostre chiese, le pinacoteche, i musei di tutto il mondo. Quando Paul Klee descrive la sua arte dicendo che  l’arte non rappresenta il visibile, ma l’invisibile che è visibile, dà una  definizione della teologia che ci fa scoprire, all’interno del reale, l’immanenza e la trascendenza. Questo filo che le univa ad un certo punto si era interrotto, per ragioni varie, da imputare ad entrambi gli attori. Papa Paolo VI è stato il primo che ha marcato la necessità di un ritorno al dialogo e all’incontro. Il suo discorso del 1964 è stato fondamentale, doppiamente  significativo perché la Chiesa ha riconosciuto le sue colpe per aver lasciato che gli artisti cercassero simboli, narrazioni e figure diverse rispetto alla tradizione religiosa ma al contempo li ha stimolati a non abbandonarsi a percorsi di dissolvenza o dissoluzione e a ritentare l’incontro. La Lettera agli Artisti è una tappa importante, a cui ha fatto seguito l’apertura di Papa Giovanni Paolo II nel 1995 ad altre Classi da inserire nell’Accademia dei Virtuosi.

 Il discorso di Papa Paolo VI si concludeva con un accorato appello rivolto agli artisti affinche’ si ridiventasse amici, nel perdono reciproco, facendo la pace. Per sempre amici può essere il motto e l’impegno dell’Accademia dei Virtuosi oggi?

Certamente, potremmo idealmente immaginare che l’Accademia abbia come scopo quello di ritessere l’amicizia tra l’artista e il credente,  e  l’alleanza tra la Fede e l’Arte   che assume un significato particolare in quanto non soltanto  abbiamo bisogno reciprocamente gli uni degli altri, ma anche di essere insieme per riportare, nel deserto della cultura e della società contemporanea, i grandi valori che erano espressi attraverso i simboli, le figure, le narrazioni di temi religiosi.

L’Accademia si è arricchita dallo scorso 19 marzo di 13 nuovi Virtuosi.  Le loro biografie rivelano un dato interessante dal punto di vista anagrafico. Alcuni sono molto giovani. Quale messaggio lancia questa evidente innovazione?

 Indubbiamente lancia il messaggio  che non solo quello ormai codificato fa parte della tradizione artistica, ma anche quello che si sta elaborando. Le nuove generazioni stanno aprendo percorsi nuovi, per quanto riguarda l’arte, la letteratura, la poesia, il cinema, le nuove espressioni artistiche. Ed è per questo che è necessario che  nell’Accademia ci sia non solo chi ha realizzato ormai in pienezza il suo percorso, ma anche chi lo sta iniziando con una sua originalità che potrà avere sbocchi futuri e che può ora confrontarsi con chi ha fatto già un lungo percorso. Eminenza, per tornare all’importanza della parola, Lei manifesta grande attenzione alla platea dei giovani. L’iniziativa digito, ergo sum destinata ai ragazzi delle scuole superiori ha avuto un grande successo

I dialoghi sulla straordinarietà della lingua latina hanno suscitato grande interesse ed entusiasmo. Il  museo Maxxi, che li ha ospitati, ha dovuto bloccare gli accessi per l’inatteso numero degli studenti che hanno partecipato. L’importanza del messaggio arrivato ai giovani è che il latino è una straordinaria invenzione mentale per riuscire a favorire la capacità della logica intellettuale. Molto successo ha avuto un volume che traduce in latino i tweets di Papa Francesco che ha più di un milione di followers e questo sforzo di tradurre in latino la contemporaneità è molto interessante e da apprezzare.

La ricerca artistica in tutte le sue espressioni, il rapporto tra Fede e Arte, il dialogo con il presente, sono le attività che caratterizzano l’Accademia?

Certo, con un  impegno  che è teso a favorire la pienezza della realizzazione umana, promuovendo un costruttivo rapporto tra  Arte e Fede, con l’auspicio che esse  siano amiche per sempre”.