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Mogol
L’uomo che fa parlare la musica

Mogol, un nome che racchiude un mondo intero, lo straordinario mondo della canzone italiana degli ultimi sessanta anni, nutrita, alimentata, accarezzata dalle infinite parole con cui fa parlare la musica. Raccontare l’autore italiano per eccellenza, il più noto e prolifico, che ha dato voce a tutto il ventaglio di emozioni che afferiscono l’animo umano, toccando tutte le corde del sentimento, si può fare in un modo solo: ascoltando attentamente le parole delle sue canzoni, mai casuali, mai avulse da un contesto emozionale spesso personale. I titoli  raccontano la vita di molti di noi, gli amori, i dolori, le simpatie e le antipatie, lasciando trapelare in filigrana l’ Italia alle prese con le sue trasformazioni, a volte meno veloci dei cambiamenti personali. “Il mio canto libero”, struggente canzone  del 1972 scritta in sodalizio con Lucio Battisti, nasce dalla sofferenza personale dell’autore che si separa dalla  moglie e rimane solo a confrontarsi con il “dolore di aver provocato un dolore”, in una società ancora non matura per accogliere un certo tipo di decisioni e alla quale l’autore risponde  con il suo “canto libero”, dove nasce il sentimento, nasce in mezzo al pianto…e vola sulle accuse della gente, a tutti i suoi retaggi indifferente . Ambasciatore della canzone italiana nel mondo, presidente  della SIAE istituzionalmente impegnato nella tutela e valorizzazione del repertorio musicale italiano da intendersi come patrimonio culturale nazionale, incontra America Oggi, Icn Radio e l’Osservatorio Roma in una calda serata agostana, piena di musica e di parole cantate e narrate nel concerto-spettacolo Emozioni, con cui sta facendo emozionare  l’Italia, cantando  insieme a Gianmarco Carroccia, giovane e talentuoso interprete da molti definito il nuovo Battisti. Mogol le canzoni che ha scritto le ricorda tutte e le canta tutte, con la passione, il gusto, la gioia di chi affida, ad ogni parola, un chiaro messaggio. Intervistare Mogol significa confrontarsi con la parola che si fa voce e fa parlare la musica.

Mogol, come si promuove oggi la canzone italiana?

27 anni fa ho creato il CET - Centro Europeo Toscolano - una scuola nazionale che ha già diplomato 2.800 allievi, tra autori, compositori e interpreti. Attraverso questa scuola, ho cercato di dare una nuova e grande qualità alla cultura  popolare italiana, che avvertivo in crisi recessiva, chiusa in una nicchia, poco comunicativa, non più adatta a parlare per tutti e a tutti. Ho creduto molto in questa scuola dove insegno da molti anni e che oggi è pronta anche ad affrontare  un progetto internazionale. A ottobre ho dato lezioni a Boston, alla Harvard University, alla Berkeley University con cui stiamo ipotizzando corsi europei. Il CET ha diplomato Arisa, in questo momento la più brava cantante italiana, Giuseppe Anastasi, autore di grandi successi, Amara che ha avuto il premio per il miglior testo al Festival di Sanremo. Stiamo per firmare un contratto con la Rai per realizzare tre serate, l’ultima delle quali sarà trasmessa dal San Carlo di Napoli, nel corso delle quali verranno presentate 14 canzoni scritte dai giovani diplomati al CET, insieme a me o ad altri docenti, per dar vita ad un Festival di grande livello e qualità. Sarà questo il frutto più bello del mio lavoro di questi anni e di tutte le energie investite nella cittadella della musica per restituire grandezza alla cultura popolare italiana.

Come nasce un autore e che differenza c’è tra un talento e un talento coltivato?

Il talento è solo coltivato, perché ogni talento è come un prato che solo se coltivato, può dare frutti meravigliosi. Gli autori, i compositori devono studiare, imparare, assorbendo la qualità dei più grandi. L’io psicologico è una somma di DNA più ambiente, quindi i nostri autori devono respirare l’aria giusta per formarsi correttamente. Molti allievi diplomati al CET ora sono docenti e trasmettono ad altri le competenze acquisite.

Come è cambiato, se è cambiato, l’approccio professionale alla canzone? Il CET che forma, qualifica e valorizza i nuovi professionisti della musica, con un serio progetto di promozione culturale, registra l’attenzione e la sensibilità delle istituzioni di riferimento?

Noi prepariamo i docenti dei Conservatori, relativamente al pop, da poco inserito nei corsi musicali. Abbiamo già avuto un finanziamento dal ministero della Pubblica Istruzione che copre la formazione di sei docenti di musica pop per i Conservatori, ma  ne formeremo anche altri dieci grazie ad un finanziamento che io stesso ho deciso di fare. Credo molto in questa attività didattica che mi vede personalmente coinvolto nella docenza. La nostra scuola è oggi impegnata a formare i docenti, ed è una bella soddisfazione.

 Il CET è paragonabile a una università della musica, riconosciuta dal MIBAC – il ministero dei Beni Culturali- di interesse pubblico per l’opera svolta nella valorizzazione della canzone popolare?

Certo e c’è anche un decreto ministeriale che ha 20 anni e che finanzia il CET con 70.000 euro l’anno perché le attività svolte valorizzano la cultura popolare italiana.  Se ne vedono già i frutti, possiamo già valutarli. Il festival di cui ho parlato sarà l’occasione per farli conoscere.

La canzone italiana, nelle sue diverse declinazioni, anche come canzone popolare, cosa racconta all’estero della nostra identità culturale?

Io sono autobiografico, racconto storie della mia vita. Sono italiano, quindi racconto la mia identità italiana che è quella con cui mi conoscono all’estero. Secondo i dati SIAE, ho venduto nel mondo 523 milioni di dischi, una cifra sbalorditiva, possiamo dire quasi americana per le sue proporzioni.

La cifra è sbalorditiva nelle dimensioni non solo economiche ma anche culturali, perché 523 milioni di dischi in giro per il mondo sono ambasciatori di italianità, di una cultura, di una identità che si fanno conoscere anche attraverso una canzone. I suoi testi sono conosciuti, apprezzati e amati da molti italiani che vivono all’estero.

Si, le mie canzoni sono molto conosciute all’estero. E’ per questo che ho in animo di organizzare una tourneè in America per l’anno prossimo con Gianmarco Carroccia, un giovane diplomato al  CET che sta ottenendo un enorme successo in poco tempo, con cui stiamo girando l’Italia con lo spettacolo Emozioni che ripropone molte delle canzoni che ho scritto per Lucio più nuovi successi, suscitando l’entusiasmo del pubblico di ogni età che conosce  e canta tutte le canzoni. Carroccia è tra l’altro il sosia di Battisti, quindi è un’emozione ancor più bella che vorrei far conoscere all’estero.

La canzone italiana attrae, coinvolge, emoziona. Quali sono, a suo parere, le ragioni principali?

La qualità, la capacità di dare emozioni, di creare atmosfere diverse nella propria vita, suscitando sensazioni che possano alleggerirci, dare piacere, coinvolgere in senso positivo. Io ho sempre scritto per la gente che è poi quella che sceglie, a proprio gusto, per i padri che hanno parlato ai figli e questi ai loro figli. La gente filtra tutto come il terreno filtra l’acqua. E’ cosi che si tramettono conoscenze e rimane ciò che veramente vale. Alcune parole delle mie canzoni sono entrate nel linguaggio quotidiano, sebbene prima che le utilizzassi non lo fossero. Penso ad Una giornata uggiosa…ho dovuto lottare con tutti i discografici, perché l’aggettivo uggioso non piaceva a nessuno ma io ho insistito, a casa mia si diceva, era un termine che utilizzavamo. Poco tempo fa tornavo da Roma verso Orte e il benzinaio di un’area di servizio autostradale, molto grezzo nei modi e nelle parole, ad un certo punto, quasi distrattamente, ha guardato il cielo dicendo…ma che giornata uggiosa! Sono stato felicissimo.

 

 

All’estero c’è grande desiderio di italianità, non solo tra le comunità italiane che vi risiedono. Ascoltare una bella canzone italiana, con le sonorità delle note e delle parole, contribuisce a rendere più simpatico il nostro Paese?

Assolutamente sì perché trasferiamo la parte forse migliore di noi stessi, la parte dei nostri sentimenti che sono gli stessi comuni a tutti i popoli. La nostra lingua diventa il mezzo attraverso il quale esprimere emozioni, sensazioni che ci accomunano. Sono stato spesso invitato, in giro per il  mondo, dai nostri consoli e ambasciatori a portare la canzone della nostra tradizione musicale e questo ha favorito anche la conoscenza della lingua italiana.

Il grande successo di alcuni artisti italiani all’estero, l’entusiasmo che suscitano i loro concerti, rendono la musica ambasciatrice di cosa?

La musica diventa ambasciatrice di emozioni, sentimenti, piacere.

Mogol è l’uomo che fa parlare la musica. Ha mai pensato che una musica dicesse già tutto il dicibile da sola, senza bisogno di parole?

Sicuramente, ma se poi la interpreta una persona che ha assunto degli automatismi per trasformare la musica in parole e si attiene poi a parole che testimoniano la propria vita e non vanno alla ricerca di marketing, allora c’è poesia. Le parole delle canzoni di grande livello, sono poesie accompagnate dalla musica, se poi dicono le stesse cose che dice la musica, la carica emozionale è doppia.

L’incontro tra note e parole è un incontro magico?

Esattamente, questo lo ha detto anche Leopardi nello Zibaldone.

Il riferimento letterario a Leopardi fa riflettere sul suo ruolo di autore, di poeta capace di interpretare i sentimenti, traducendo concetti importanti in un linguaggio semplice, rendendoli comprensibili a tutti.

Sono stato più volte premiato dall’Ente Nazionale Leopardiano, dalla Fondazione Giacomo Leopardi, mi è stato assegnato il Premio Dante Alighieri, il premio Giovanni Porta. Il mondo della poesia ha avuto e continua ad avere grande considerazione delle mie parole, onorandomi con questi premi che ricordano poeti importanti.

In Italia c’è molto amore per la musica, ma c’è altrettanta cultura della musica?

C’era indubbiamente e dobbiamo tornare ad alimentarla. Le canzoni del passato sono penetrate in profondità, le persone conoscono perfettamente i testi che cantano. La canzone è servita come momento evolutivo, ha contribuito a formare i giovani. La sfida oggi è quella di insegnare ad utilizzare correttamente il web, dove la diffusione della musica è affidata solo ai ragazzi che non conoscono la tradizione musicale precedente. E’ per questo che deve essere fatta loro conoscere, anche perchè il ruolo delle radio è cambiato profondamente da quando hanno cominciato a produrre dischi e sono quindi venute meno alla funzione divulgativa che prima svolgevano in maniera disinteressata.

Relativamente alla programmazione musicale radiofonica, Lei ha aderito alla proposta di riservare il 30% della programmazione alla musica italiana, con un 10% destinato alla promozione dei giovani talenti.

Mi è parso giusto sensibilizzare su questo tema, dal momento che in altri paesi, come la Francia, il 50% della programmazione è dedicato alla musica nazionale.

Mogol, qual è per lei la canzone dell’emigrante italiano, di chi ha lasciato l’Italia Sognando California, o scegliendo l’Australia o La Nuova America, come suggeriscono i titoli delle sue canzoni?

Il paradiso non è qui”, la canzone che io ho scritto per l’emigrante italiano, su musica di Lucio Battisti, le cui parole sono piaciute molto a Lucio perchè è la storia di un emigrante che pur grato al paese che lo ha accoglie  e lo ospita,  si accorge di aver perso molte cose importanti, forse perfino la fidanzata, perché ormai è da tanti anni lontano dall’Italia. In realtà questa canzone, che io considero un capolavoro, non è stata ancora incisa per il parere contrario della vedova Battisti ma ora, superati un certo tipo di ostacoli, provvederemo a produrla e la canteremo in America nel corso della prossima tourneè.

Possiamo dedicare sin da ora questa canzone a tutti gli emigranti italiani?

Certamente, anche perché non c’è nessuno che ama l’Italia più degli Italiani che sono emigrati all’estero.

 

                                    (Si ringrazia il M° Gabriele Pezone per la collaborazione)