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Pompei e Santorini, l'Eternità in un giorno
nel racconto di Corrado Augias e Massimo Osanna

Le Scuderie del Quirinale, struttura espositiva ospitata in uno straordinario edificio del XVIII secolo, su Piazza del Quirinale, di fronte al Palazzo della Presidenza della Repubblica, sono sede prestigiosa per mostre temporanee di grande spessore scientifico e accolgono le principali esposizioni di arte e archeologia in Italia, nate da importanti collaborazioni istituzionali. “Pompei e Santorini. L’Eternità in un giorno” è la mostra, visitabile fino al 6 gennaio che racconta la storia delle terribili eruzioni vulcaniche che hanno sepolto, a 1.700 anni l’una dall’altra, con analoghe modalità, due città faro di cultura nel Mediterraneo, Akrotiri, oggi conosciuta come Santorini, nell’arcipelago delle Cicladi, distrutta nel 1613 a.C. e Pompei,  sepolta  dal Vesuvio nel 79 d.C. Oggi sono due siti archeologici tra i più importanti e meglio conservati al mondo che raccontano una storia millenaria, preservata dalle ceneri vulcaniche che parte dall’età del bronzo e continua a parlare di  due città, espressione della civiltà mediterranea di epoche diverse e di un intero sistema di pensiero,  riaffiorate attraverso ricerche archeologiche che hanno riportato alla luce Pompei nel Settecento e Akrotiri nel Novecento e restituito alla comunità internazionale una immagine viva dell’antico.  La cenere ha sepolto le città e, a Pompei, anche i suoi abitanti, colti mentre vivevano un giorno qualunque, alle prese con una quotidianità fatta di riti, abitudini, oggetti ed affetti. Tutto fermato, sepolto, cristallizzato da uno strato di cenere viva, perché straordinariamente vive erano le persone, gli animali, gli alberi che in quel momento le abitavano. La mostra, ideata dal Parco Archeologico di Pompei in collaborazione con l’Eforato per le Antichità delle Cicladi è in realtà un viaggio immersivo in una storia millenaria che ci racconta il quotidiano, attraverso l’esposizione di oltre 300 oggetti – statue, affreschi, vasi, rilievi, incunaboli, quadri, pentole, suppellettili, resti di cibo e tronchi di albero completamente carbonizzati – alcuni dei quali risalgono a quattromila anni fa e che per la prima volta escono dalla Grecia per essere esposti all’estero. I reperti in mostra raccontano l’unicità dello stato di conservazione delle due città, restituendo colori, forme, ritualità che rivelano molto di una intera civiltà. Il percorso espositivo si articola su due piani ed è arricchito dalla presenza dialogante con opere di arte moderna e contemporanea frutto delle suggestioni che la persistenza dell’antico esercita nell’immaginario artistico che assume grande rilevo evocativo.  Il calco di un cavallo accoglie il visitatore, riproposizione in resina di un calco originale, trovato a Pompei nel corso di uno scavo recente che ha riportato alla luce la stalla di una villa e che ha permesso per la prima volta la realizzazione di un intero calco di animale di grandi dimensioni, adagiato e adornato di finimenti di pregio in ferro. Le ricerche attualmente in corso riservano grande attenzione al materiale osteologico contenuto nei calchi originali, dai quali si ricavano informazioni preziose, attraverso il DNA in esso contenuto, sulla provenienza, lo status, i rapporti famigliari delle persone interessate. La mostra è supportata da incontri con finalità divulgativa presso il Teatro Argentina, il primo dei quali è stato introdotto da Corrado Augias, giornalista e studioso appassionato delle civiltà che si sono sviluppate nel Mediterraneo, con la partecipazione di Massimo Osanna, direttore del Parco Archeologico di Pompei, di Demetris Athanasoulis, direttore dell’Eforato delle Cicladi e di Luigi Gallo, storico dell’Arte presso le Scuderie del Quirinale.

Osservatorio Roma con America Oggi incontra Corrado Augias e il prof Osanna per approfondire la straordinaria importanza della mostra evento.

Corrado Augias, la sua presentazione è stata appassionata. Qual è per Lei l’importanza di questa mostra?

Le Scuderie del Quirinale hanno ospitato mostre anche di maggior prestigio dal punto di vista artistico, ma questa mostra su Pompei e Santorini è molto importante perché oltre alla qualità dei manufatti, presenta un aspetto che raramente si vede ed è quello di fa rivivere una storia antichissima, per Pompei del 79 d.C. ma per Santorini addirittura del 1600 a.C., una storia arcaica che si presenta a noi con la massima vitalità, non vivacità, ma proprio vitalità. Questo dipende dalla natura e dalla qualità dei manufatti esposti, i tavolini, le suppellettili, le posate, le pentole, le melograne, i pani bruciati dall’eruzione ma dipende soprattutto dalla presenza umana che si avverte in modo molto forte.

Si riferisce alla presenza di calchi umani e animali esposti?

Noi parliamo di calchi, ricavati direttamente dal vuoto rimasto sotto le ceneri e i lapilli dai corpi umani che vi erano imprigionati, ma sono calchi che riportano con la vivezza della vita quelle morti antiche  riguardano persone.  Ciò vale solo per Pompei, perché a Santorini non ci furono morti in quanto il terremoto che aveva preceduto l’eruzione, aveva talmente spaventato gli abitanti che questi avevano fatto in tempo a fuggire. Anche a Pompei ci furono scosse di terremoto che precedettero l’eruzione ma non abbastanza forti da suggerire la fuga. I fatti si svolsero con una tale rapidità che la fuga delle persone fu impedita. A Santorini i resti recuperati appartengono soprattutto a case e suppellettili tra l’altro molto simili a quelli che ha restituito Pompei.

I reperti esposti cosa hanno in comune?

Consentono un confronto, interessante e straordinario,   tra queste due città, di epoche diverse, accomunate dallo stesso tragico destino  che  racconta la  grande cultura del Mediterraneo, di cui siamo figli,  che ebbe fin dai tempi antichi una impronta così forte da essere diventata già da allora riconoscibile.

Oltre allo straordinario valore storico, la mostra rivela un aspetto emozionale altrettanto significativo…

E’ una mostra emozionante, perché ci pone davanti a oggetti, reperti, opere d’arte, a calchi umani impressionanti che ci parlano e ci dicono che la storia remota, sepolta nel passato, è ancora in grado di parlarci emotivamente. Gli oggetti, utensili o gioielli, ci raccontano brandelli di vita e al contempo di morte, con quei calchi di corpi sorpresi nella fuga o nell’atto di abbracciare qualcuno. La mostra evoca la memoria, parla della storia e della fragilità delle nostre vite e delle civiltà. Ha un significato straordinario perché gioca sul ruolo della memoria, sul rapporto con la storia, la fragilità dell’esistenza, della vita e della bellezza.

Il prof. Massimo Osanna, docente di Archeologia e Direttore del Parco Archeologico di Pompei dal 2014, è a capo di un team interdisciplinare, costituito da architetti, restauratori, ingegneri, vulcanologi, informatici, geologi che hanno realizzato un importante progetto di conservazione pervasivo di tutta la città di Pompei.

Prof.  Osanna, quanto è importante questa mostra non solo per Pompei?

E’ una mostra estremamente importante per la cultura europea e mondiale, perché Pompei è un luogo dell’umanità, fin da quando fu scoperta nel 1748, creando uno shock nel secolo dei lumi, quando tutti gli eruditi accorsero a Pompei per assistere alla meraviglia di vedere il tempo scardinato e quasi reso prossimo, il passato che riemergeva in modo tanto vivido e vivace. Pochi avvenimenti hanno segnato la storia del pensiero moderno più della riscoperta di Pompei. Era la vita quotidiana che riemergeva, che permetteva di entrare nelle case e nelle strade di una città antica. L’antico che si offriva nella sua quotidianità, con le pentole, le posate e non più solo con la maestosità architettonica degli antichi Romani. Una storia che ci parla dal basso e soprattutto una storia dell’arte che non si studia più “sulle statue in bronzo o in marmo, ma sui corpi stessi dei pompeiani rapiti alla morte”, come scrive Giuseppe Fiorelli, il primo Sovrintendente di Pompei. Questa è stata una rivoluzione.

Qual è il significato della mostra per Santorini?

 Santorini, “La Pompei della Preistoria” riportata alla luce nel 1967, ha dietro di sé il mito di Atlantide. Con Santorini il mito e la storia si fondono, ma la storia ci racconta un’altra civiltà, una civilizzazione straordinaria, con pitture che sono alla radice della nostra arte europea. Sono le prime, grandi opere d’arte che ci restituisce l’antichità. La cenere ha fatto emergere interi edifici, affreschi, ceramiche e arredi. La mostra consente di confrontare due luoghi tanto diversi ma vicini per la fine che hanno vissuto, una eruzione catastrofica che ha sigillato la vita permettendo che questa raggiungesse noi, senza mediazioni. Grazie agli archeologici  oggi conosciamo in una maniera prima impensabile, due civiltà dell’antico.

La città di Pompei come era al momento dell’eruzione?

 Pompei era una città media dell’Italia antica fino al 79 d.C., ma è importantissima per noi perché restituisce la possibilità di conoscere tutte le città dell’Italia antica o dell’Impero romano di quell’epoca. Pompei ha avuto più vite, tra le quali quella che si riapre nel 1748 e che dura ancora oggi. Per questo, oltre ad esporre reperti della vita quotidiana, una casa con i suoi arredi, le pitture, gli oggetti e soprattutto le persone che la abitano, la mostra racconta aspetti fondamentali della nostra vita, il rapporto tra uomo e natura, il rapporto con la morte, la tragedia ed il senso del tempo. Il percorso è attraverso la Pompei antica ma anche attraverso la Pompei contemporanea con opere d’arte che sono state da essa ispirate, quadri di eruzioni, quadri che raccontano gli scavi dell’Ottocento e del Novecento e  opere d’arte contemporanee che traggono spunto dai calchi, dai reperti antichi che esponiamo. E’ una mostra che rappresenta il microcosmo della vita.

Oggi Pompei cosa rappresenta?

Pompei continua a essere un luogo straordinario, visitato in questo ultimo anno da quattro milioni di persone, attratte dall’importanza iconica che Pompei ha avuto nella storia dell’umanità ma anche dalle continue sollecitazioni che proponiamo con le ricerche che proseguono parallelamente al grande progetto di conservazione. I nuovi scavi sono straordinari perché oltre alla novità di scoperte strabilianti, restituiscono anche la purezza di colori delle pitture antiche ai quali non eravamo più abituati, perché il tempo trascorso dagli scavi precedenti e trattamenti di restauro spesso non adeguati, hanno reso i coloro delle opere e dei manufatti meno intensi e vivaci.

In che modo gli scavi recenti hanno portato alla attribuzione di una datazione diversa dell’eruzione di Pompei?

L’eruzione si riteneva essere avvenuta il 24 agosto del 79 d.C. , sette giorni prima delle Calende di settembre, come risulta dalla datazione manoscritta di Plinio il Giovane che scrisse a Tacito due lettere, parlando della morte di Plinio il Vecchio, un importante naturalista nonché comandante della flotta romana che voleva andare a vedere l’eruzione e ne rimase vittima. In una casa emersa dai nuovi recenti scavi, su una parete, uno schiavo scrive con il carboncino 16 giorni prima delle Calende di novembre, registrando un appunto apparentemente irrilevante ma che, insieme ad altri elementi, tra i quali la presenza di molti noccioli di olive fresche appena consumate e di melograne mature e già scavate per l’utilizzo dei semi, colloca la data dell’eruzione al 24 ottobre del 79 d.C. E’ una ulteriore testimonianza che Pompei ha ancora molto da raccontare.