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Un abruzzese a Roma: Ennio Flaiano

I cultori degli aforismi sono portati a collegare il nome di Ennio Flaiano ai  suoi tanti aforismi, intelligenti, sarcastici, in taluni casi predittivi, patrimonio della memoria collettiva.

I conoscitori della cinematografia italiana che ha prodotto film che hanno cambiato il cinema italiano e internazionale, pensano Ennio Flaiano sublime sceneggiatore di capolavori assoluti, Luci del varietà, Giulietta degli spiriti, La dolce vita, 8 1/2, Lo sceicco bianco, I vitelloni, La strada, Le notti di Cabiria, Il Bidone.

Gli appassionati di premi letterari, ricordano il Flaiano scrittore e vincitore del primo Premio Strega, nel 1947, con il romanzo Tempo di uccidere, edito da Longanesi, vincitore del Premio Campione nel 1970 con Il gioco e il massacro, vincitore del Festival dei Due Mondi con Ombre Bianche.

I lettori delle riviste Oggi, Il Mondo, L’Europeo, L’Espresso, di quotidiani come Il Corriere della Sera, ricordano il Flaiano giornalista, osservatore acuto e attento della sua contemporaneità che riusciva a leggere e a raccontare con grande ironia.

Gli abitanti di Pescara ricordano Ennio Flaiano illustre concittadino, animatore e promotore delle iniziative culturali pescaresi soprattutto in estate, nel corso delle sue estati pescaresi, quando riusciva a recuperare il rapporto con la  terra natia da cui era dovuto emigrare per esigenze famigliari e  in seguito per necessità di affermazione intellettuale. Lui stesso si definiva un emigrante intellettuale.

Gli amici romani, gli intellettuali, gli artisti, i cineasti della Dolce Vita, ricordano Ennio Flaiano presenzialista e animatore intelligente e ironico delle notti romane che cominciavano a cena, nei ristoranti e locali di riferimento, da Cesaretto, da Menghi, all’hotel della Concordia.

Ennio Flaiano è stato tutto questo. L’occasione per approfondire la sua figura di intellettuale colto, intelligente, studioso della letteratura italiana le cui competenze e i cui talenti si sono declinati in esperienze diverse, tutte egualmente prolifiche, è stata la presentazione romana del libro Il mio Flaiano Un satiro malinconico di Licio Di Biase frutto di una lunga conversazione con Enrico Vaime, scrittore, autore televisivo, radiofonico e teatrale che ha  condiviso esperienze umane e professionali con Ennio Flaiano.  L’incontro, svoltosi nella suggestiva cornice della Galleria del Primaticcio a Palazzo Firenze, sede della prestigiosa Società Dante Alighieri,  ha presentato il viaggio affascinante nella vita della persona e del personaggio Flaiano in una apparente dicotomia che la ricostruzione di Licio Di Biase contribuisce a chiarire, delineando il profilo del satiro che incontra il malinconico, nel corso di una vita caratterizzata da sofferenze, difficoltà, delusioni ma anche da grandi passioni e da sogni, alimentati da una sfrenata fantasia e da una sana ironia, la cifra umana e stilistica del Flaiano a tutti caro. I Parchi Letterari, la cui opera meritoria volta alla  promozione di territori legati alla vita o alle vicende di autori  che, attraverso le ambientazioni di romanzi, racconti, novelle o poesie favoriscono e invitano alla conoscenza di luoghi resi immortali da versi e descrizioni, rappresentati dal Presidente Stanislao de Marsanich e da Mario Giannantonio, del Parco Letterario D’Annunzio, hanno permesso un focus su una singolare coincidenza, Ennio Flaiano è nato a soli cinquanta metri dalla casa natale di Gabriele D’Annunzio, sul Corso Manthonè di Pescara che assume un grande valore storico e artistico. Due abruzzesi che hanno portato l’italianità nel mondo, con la forza del loro messaggio letterario e intellettuale. Diversi tra loro in tutto – D’Annunzio convinto interventista in guerra, Flaiano orgoglioso di non aver mai sparato un colpo in Etiopia dove fu inviato e da dove sperava che la guerra finisse presto, anche con una sconfitta dell’Italia purché finisse – ma entrambi orgogliosi e fieri della loro terra di origine e dei valori ereditati da quella realtà. Flaiano attribuisce alla sua provenienza abruzzese lo spirito di  tolleranza, la franchezza nelle amicizie, la semplicità, la necessità di solidarietà umana. E la sua abruzzesità innata serpeggia negli scritti, soprattutto nelle sceneggiature più famose, da I Vitelloni a 81/2. Il termine Vitelloni è una traslazione del dialetto abruzzese, pescarese specificamente, nella lingua italiana, dove, da Flaiano in poi, identifica e caratterizza un certo tipo di atteggiamento rilassato e gaudente. Paparazzo, anch’esso attribuibile a Flaiano pare derivasse dalla somiglianza del flash utilizzato nel periodo della dolce vita dai fotografi romani con l’apertura delle vongole, frutto della pesca nel pescarese. Molto parla di Abruzzo nella produzione artistica e letteraria di Flaiano che è stato anche, profondamente, romano. Il suo inserimento a Roma, immediato e naturale forse per la sua attitudine alla conversazione brillante e intelligente, sagace e ironica, era predisponente ad entrare in connessione emotiva con una città pronta ad accogliere e a riconoscere come suo un personaggio scanzonato e irridente, scettico e ironico, pigro, pigrissimo come Roma ama a volte essere. Un incontro fortunato ma non fortuito, perché Flaiano aveva scelto di vivere a Roma, consapevole che la sua sete di libertà intellettuale non avrebbe potuto avere scena e scenario migliore di Roma. Scrittore prestato al cinema, a cui ha dato molto più di quello che ha ricevuto, Flaiano unisce il suo destino professionale con Federico Fellini, il geniale regista riminese per il quale ha scritto tutte le sceneggiature dei film più importanti. Un legame profondo seppur conflittuale ha legato i due artisti con un rapporto simbiotico, al punto che ci si chiede ancora se Fellini sarebbe mai diventato Fellini senza Flaiano e se Flaiano senza Fellini sarebbe quello che conosciamo. Il rapporto tra i due si conclude bruscamente, su iniziativa di Flaiano, per una apparente frivolezza. 81/2 vince l’Oscar, tutta la produzione parte in aereo per vivere il momento di gloria e ritirare il premio, tutti viaggiano in prima classe ad eccezione di Flaiano, relegato in seconda pare per volontà della moglie di Fellini che non lo aveva in simpatia e lo giudicava molto inferiore al marito. Flaiano rimane malissimo, Fellini tenta di recuperarlo sdrammatizzando l’episodio ma Flaiano, una volta atterrati, si distrae dal gruppo, sale su un altro aereo e torna in Italia. In una lettera che scriverà in seguito all’amico, riportata nel libro, dirà: “Ciao, caro Fellini, le amicizie frivole finiscono per una frivolezza. Tuttavia, come si dice in questi casi? Arrivederci e buona fortuna”.

L’Osservatorio Roma ha incontrato Livio Di Biase e ha cercato di approfondire alcuni aspetti che emergono dal libro, a cominciare dal titolo.

O.R. Ennio Flaiano, perché satiro, perché malinconico?

L.D.B. “Satiro perché era un grandissimo lettore della società contemporanea che interpretava con ironia, riuscendo a guardare con distacco gli eventi proprio per l’ironia, malinconico per la dolorosa condizione di disabilità, fin dalla nascita, della sua unica figlia, Lelè, realtà che lo ha condizionato per tutta la vita”.

O.R. Flaiano, un abruzzese a Roma.  Che rapporto ha avuto con Pescara, la sua città natale?

L.D.B.  “Flaiano si sentiva romano, diceva che Roma era la sua città,  sebbene amasse trascorrere le sue estati a Pescara mantenendo un contatto stretto con la terra di nascita”.

O.R. Come era lo sguardo di Flaiano su Roma?

L.D.B. “Di incredibile ironia, comincia a lavorare con Pannunzio come giornalista occupandosi di costume, fino a diventare il punto di riferimento di tutto ciò che accadeva a Roma negli anni cinquanta e sessanta, il ristorante Cesaretto, il Bar Greco erano i luoghi in cui incontrava i suoi amici intellettuali, Maccari, Fellini, Suso Cecchi D’Amico e tanti altri, passando le serate a parlare di cultura ma con una grande goliardia”.

O.R. Era più simpatica Roma a Flaiano o Flaiano a Roma?

L.D.B. “Flaiano era simpaticissimo a Roma che lo accolse come un vero e proprio figlio e lui riuscì a inserirsi in questo mondo in maniera incredibile e a esserne un grande protagonista”.

O.R.  Flaiano e Fellini, amici o colleghi?

L.D.B. “Ebbero un rapporto importante che consente di dire che Fellini sia diventato Fellini anche grazie al contributo di Flaiano, che gli ha dato le munizioni per poter realizzare capolavori assoluti  rimasti nella cinematografia mondiale”.

O.R. In Flaiano, al momento della rottura del rapporto con Fellini, ha prevalso il malinconico sul satiro?

L.D.B. “Sicuramente prevalse il malinconico. L’entourage di Fellini, ma soprattutto la moglie, non accettava il protagonismo di Flaiano e questo porto’ ad una rottura malinconica”.

O.R. Cosa non è stato ancora detto e invece andrebbe detto su Ennio Flaiano?

L.D.B. “Che è stato un grande protagonista della cultura della seconda metà del Novecento ed è stato soprattutto un grande protagonista della cinematografia del nostro Paese, sebbene questo aspetto  non sia a volte adeguatamente ricordato”.

Ennio Flaiano presentava se stesso definendosi “scrittore minore satirico dell’Italia del benessere”. Vittorio Gassmann ne descriveva il genio italianissimo ma anche del tutto internazionale, lo humor in pillole molto anglosassone, con la grande capacità di presentire i tempi futuri”.

Leggere e rileggere Ennio Flaiano può anche oggi, ancora oggi, essere una chiave di lettura per comprendere la nostra contemporaneità, e le sue tante idee, poche ma confuse, con lo spirito del  sognatore, cioè di un uomo con i piedi fortemente appoggiati sulle nuvole, continuando a credere nella parola, che ferisce, convince, placa. Ed è questo il senso dello scrivere.