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Le emozioni su tela di
Marcella Caja

Nascere a Roma nel 1895 e vivere fino al 1983, ha una dimensione storica e sociologica particolare che assume ancor più importanza se si parla di una donna, nata alla fine dell’Ottocento, vissuta subendo due guerre mondiali, incrociando cambiamenti epocali nei costumi, nelle consuetudini, nei rapporti familiari. In una vita in cui tutto cambia, c’è una costante, l’amore per la pittura, coltivato ed esercitato con talento, sostenuto da studi adeguati all’Accademia di Belle Arti, nutrito di premi prestigiosi come il “Pensionato per la figura” dell’Accademia di San Luca, arricchito da partecipazioni ad associazioni, mostre, rassegne, esposizioni in Gallerie d’Arte. Duecento opere, tra quadri e arazzi, che si ispirano al Realismo ottocentesco e al naturalismo napoletano di inizio secolo, raccontano un mondo e molte vite, rappresentate, nella loro semplicità colta dallo sguardo attento e sensibile di una donna, moglie, mamma che ha lasciato la sorprendente eredità di essere riconosciuta e apprezzata come grande artista contemporanea  ex post. Marcella Caja, nata a Roma da una nobile famiglia ma perfettamente a suo agio nell’ambiente rurale del piccolo paese di Veroli, nell’alta Ciociaria di cui il padre era originario e dove lei era solita trascorrere le vacanze estive, è attratta dalla semplicità delle persone comuni, soprattutto donne e soprattutto ciociare, che ama ritrarre, negli atteggiamenti duri e fieri, negli abiti caratteristici di uso quotidiano. I ritratti, di piccole dimensioni, sono prevalentemente femminili e focalizzati sul volto, a partire dal suo autoritratto, scanzonato e allegro sottolineato da un sorriso sincero, proseguendo sulla puerpera che vigila sul bimbo in modo assorto, sulla adolescente che guarda con curiosità il mondo, sulla modella che si presta a farsi ritrarre, sul contadino, stanco e provato dalla durezza del  lavoro. Gli unici ritratti formali, quelli realizzati vestendo i modelli ritratti con l’abito buono, sono per i suoi familiari, madre, padre, fratello e marito, testimoni di un altro mondo, diverso e impegnato al quale forse Marcella non si sentiva di appartenere completamente. Un quadro piccolo ma bellissimo, sembra raccontare molto della storia di questa pittrice, attenta ai sentimenti, che cattura e fissa nei suoi ritratti. Il dipinto ritrae la sua famiglia al mare, il marito vestito in abito formale, i suoi figli che giocano sereni sulla sabbia e una sdraio, che doveva essere la sua, vuota. Marcella non era lì, perché non voleva esserci, perché forse  la complessità del suo essere non poteva contenersi nel ruolo, stretto, di moglie del Generale Vittorio Gamba, direttore del Reparto Crittografia del servizio segreto militare in tempo di guerra. In considerazione di ciò, il racconto che Marcella Caja lascia di un periodo oscuro e terribile che lei ha la capacità di sublimare con la sua arte tenera e lieve, si fa ancora più caro, perché testimone della capacità, abbastanza rara, di andare oltre le tristezze quotidiane e di guardare la vita con la lente della bellezza e della dolcezza. Marcella Caja, i suoi ritratti psicologici che donano colore ai sentimenti, è in mostra a Roma, con un allestimento suggestivo su pianoforti a coda, nello Spazio Ciampi Gallery Luxury, accompagnato dalle musiche originali composte dal nipote Stefano Baldisseri, ispirate ai quadri dell’artista. “Non avevamo capito l’importanza delle sue opere. Per noi era solo una zia adorabile, dotata di uno straordinario talento artistico. Solo dopo la sua scomparsa, abbiamo capito cosa ha rappresentato per l’arte contemporanea italiana”. Lo stupore della nipote, figlia del fratello, è autentica. Le opere di quella zia sensibile e raffinata, figlia di un medico chirurgo e di una pianista, moglie di un gerarca, appassionata delle opere dei più grandi maestri del tardo Ottocento italiano, Mancini, Tito, Noci e Balla, che dipingeva distribuendo biscotti Bucaneve ai nipoti, vivendo lievemente, sono oggi in mostra permanente al Museo Ludovisi Boncompagni di Roma, nel Polo Museale del Lazio. Una vita, una storia, un’arte che ha ancora molto da raccontare.