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Dio non abita più qui?

Dio non abita più qui?” è il titolo forte e provocatorio di un Convegno internazionale, convocato dal Pontificio Consiglio della Cultura, in collaborazione con la Conferenza Episcopale Italiana e la Pontificia Università Gregoriana, svoltosi nell’anno europeo del patrimonio culturale i cui Atti sono stati pubblicati e presentati in questi giorni a Roma. Il tema è la dismissione dei luoghi di culto e la gestione integrata dei beni culturali ecclesiastici, che al di là del tecnicismo della definizione, è un aspetto con cui si confrontano tutte le comunità, civili e religiose, in Italia e all’estero, nelle metropoli e nei borghi antichi. Il processo di secolarizzazione in atto ha come corollario la diminuzione, in senso numerico, delle comunità cristiane e l’aumento delle crisi vocazionali.  Se diminuisce il numero dei fedeli e dei sacerdoti, servono meno chiese. Si pone il problema della loro conversione e del riuso, nell’auspicato rispetto e considerazione della originaria destinazione. Una chiesa nasce non solo come progetto pastorale ma anche per rispondere alle esigenze di una comunità che in essa si identifica e costruisce una propria identità. Nel momento in cui l’edificio storicamente, artisticamente e affettivamente significativo per la comunità, di cui esprime la memoria, cambia destinazione d’uso, le scelte da effettuarsi non sono irrilevanti. Se una chiesa diventa biblioteca pubblica, auditorium o teatro, la comunità, civile e cristiana, può continuare a frequentarla conservandone il senso di comune appartenenza e identità.  Se l’edificio diventa una discoteca o un pub, il tema si trasforma in problema, anche perché l’edificio-chiesa è sovente corredato di beni storico-artistici meritevoli di attenzione e adeguata tutela. Tutti i beni culturali ecclesiastici testimoniano la fede della comunità che li ha prodotti, custodiscono i segni tangibili, i “santi segni” che sono strumenti del culto. Papa Francesco richiama l’attenzione “sul senso comune dei fedeli che percepisce per gli ambienti e gli oggetti destinati al culto la permanenza di una sorta di impronta che non si esaurisce anche dopo che essi hanno perduto tale destinazione”. Pertanto il tema “della dismissione e riuso è un fenomeno costante e pluridirezionale che acquista ora una incidenza particolare nelle nuove coordinate storiche in cui siamo immersi”, sottolinea il Cardinal Gianfranco Ravasi, che mette in guardia da modalità di conversione e riutilizzo a volte sconcertanti e dissonanti rispetto alla sacralità della chiesa che nel momento in cui non può essere più adibita a uso liturgico, per l’evidenziarsi di motivazioni socio-culturali, non automaticamente deve essere ridotto a edificio privo di connotati sacrali. La scelta di custodire l’edificio e i beni in esso compresi utilizzandolo con finalità culturali, è sovente proposta e valorizzata anche da comunità di non credenti. Osservatorio Roma e America Oggi incontrano Mons. Stefano Russo, Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana e Maria Vittoria Marini Clarelli, Sovrintendente Capitolina, per approfondire il tema della dismissione dei beni culturali ecclesiastici anche nel rapporto tra la Chiesa e le altre Istituzioni.

S.E.R. Mons. Stefano Russo

 Dio non abita più qui?” Quale questione fa emergere?

Dio non abita più qui? Il punto interrogativo è necessario e provocatorio. La questione è quella delle chiese che sono state ridotte a uso profano e che a volte sono sottoposte a alienazione o trasformazione. Il punto interrogativo è come a voler chiedere se siamo sicuri che il carattere che questi luoghi hanno sin dalla loro origine, cioè quello di essere edifici di culto, scompare con il fatto che sono poco o non più utilizzati per il culto. E’una domanda retorica, perché denota che questi edifici, anche quando non sono più utilizzati per il culto, conservano un “carattere” molto forte che non è soltanto legato al loro uso ma anche al significato che hanno per le comunità cristiane e non.

Lei pone il tema di una necessaria valorizzazione della  conoscenza e coscienza del patrimonio ecclesiastico. Con quali modalità?

In Italia da molti anni le Diocesi sono impegnate in un lavoro di inventariazione e schedatura del patrimonio ecclesiastico, costituito dagli edifici di culto e dai beni storico-artistici in essi contenuti, attraverso un lavoro importante di catalogazione dei Fondi Archivistici degli Archivi Storici, delle Biblioteche Ecclesiastiche e Diocesane e di tutto quel patrimonio che questi conservano. Ciò è necessario non soltanto per la conservazione e la conoscenza ma anche per la possibilità di renderlo sempre più fruibile a tutti. Oggi questa operazione è resa ancora più interessante dalle moderne tecnologie che consentono la digitalizzazione dei cataloghi delle opere e rendono accessibile e conoscibile questo patrimonio, oltre che alla comunità cristiana, anche a tutti coloro che sono interessati a conoscerlo, in Italia e in tutto il mondo. Il web arriva ovunque favorendo l’opera divulgativa. E’ molto importante che la comunità cristiana si sia impegnata a recuperare la coscienza e la conoscenza di un patrimonio che non ha soltanto un valore legato al bene in sé, ma il suo grande valore consiste nella connessione che esso ha con la comunità che ha generato e con le persone che se ne occupano.

Quali sono gli operatori culturali chiamati a occuparsi del recupero?

 In questi anni si è sviluppato un lavoro di confronto e di approfondimento, per una conoscenza attenta di questo patrimonio che ha fatto sì che nelle chiese locali, tante persone specializzate in Beni Culturali o in studi legati alla storia dell’Arte e dell’Architettura, abbiano potuto trovare un campo d’impegno importante che ha costituito un vantaggio per coloro che hanno potuto farlo, ma anche per la comunità cristiana che si è riappropriata di gran parte di un patrimonio che forse nemmeno conosceva, perché non essendo ancora catalogato, era un po' disperso. La catalogazione ha consentito un’opera di recupero di molta parte di un patrimonio di cui non si aveva conoscenza e coscienza.

 Nei borghi antichi e centri storici il fenomeno è più evidente?

Si, decisamente e questo ha favorito una riappropriazione di patrimonio importante perché le chiese locali, nei piccoli centri, custodiscono tesori d’arte e documentali sorprendenti.

Qual è il ruolo del MIBACT nella realizzazione di questa operazione culturale?

La collaborazione della Chiesa con il MIBACT è molto importante perché tutta l’operazione culturale che si sta realizzando è partita fin dall’inizio grazie all’utilizzo dei sistemi informatici e dei profili strutturali delle schedature  predisposti con il MIBACT che poi li utilizza per fini istituzionali. Oggi le moderne tecnologie rendono possibile questo interscambio. Tutte le scelte fatte sul tipo di catalogazione, sono frutto di questo dialogo, con formati condivisi.

Ci sono anche collaborazioni con il Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dell’Arma dei Carabinieri?

Il rapporto con il Comando TPC è presente fin dall’inizio delle operazioni. L’aver realizzato un inventario, con il MIBACT e il Nucleo TPC fa sì che i beni siano più tutelati e che nel momento in cui avviene un furto, in tempo reale i Carabinieri, collegati alla Banca Dati nazionale, possono muoversi subito per recuperare la scheda del bene con tutte le informazioni sia di carattere fotografico che documentario. Uno scenario completamente diverso da quello che avveniva nel passato, quando il bene spesso non aveva scheda o se l’aveva era mal organizzata. Oggi, oltre ad avere la foto che dà certezza che il bene recuperato sia esattamente quello rubato, si agisce con una rapidità che impedisce al bene di essere esportato all’estero.

L’utilizzo “altro” delle chiese, soprattutto se ridotte a uso profano, è fonte di preoccupazione. Si registra una differenza tra l’Italia, che sembra farne un utilizzo più virtuoso e gli altri Paesi europei?

Anche in Italia a volte sono accadute trasformazioni che un po' stridono rispetto alla natura e all’origine di quel bene, ma all’estero registriamo esperienze più estreme, che si concretizzano in trasformazioni di chiese in ristoranti che mantengono al loro interno quasi inalterato l’apparato liturgico, scultoreo o decorativo. In Italia l’attenzione che c’è nei confronti dei beni storici e culturali, condivisa dalla comunità cristiana e non e anche dalle Istituzioni, fa sì che certe operazioni siano un po' più difficili da farsi, soprattutto quando un edificio-chiesa ha un “carattere” forte anche per la presenza di elementi che inequivocabilmente richiamano  sempre la destinazione di uso culturale. Numerosi sono gli esempi di conversione a biblioteche o auditorium che consentono il mantenimento della fruizione pubblica e che permettono alla comunità di riconoscersi e di appartenere a un luogo che conserva un profondo significato.

La Chiesa continua a parlare anche attraverso i suoi luoghi di culto?

Assolutamente sì. Nei luoghi dell’Italia centrale oltraggiati dal terremoto, molte chiese, edifici storici che hanno rivelato le loro fragilità, hanno visto la richiesta pressante delle popolazioni locali affinchè fossero sistemate e riaperte al culto prima ancora che le civili abitazioni. Questo testimonia un legame profondo con gli edifici che va al di là dell’appartenenza ad una fede, ma che dicono molto del vissuto e del legame forte che le chiese locali hanno con le persone e la vita delle famiglie. Sovente sono luoghi caratterizzati da piccole ma straordinarie piazze dove la comunità si ritrova e dove la chiesa spesso è l’elemento centrale.

 

Maria Vittoria Marini Clarelli, Sovrintendente Capitolina

Il problema della dismissione e riuso dei beni ecclesiastici che tema pone?

Pone un tema di gestione alle comunità e a chi si occupa del patrimonio culturale. E’difficile ma anche stimolante perché il riuso culturale è quello più frequente, come emerge anche dalle esperienze che questo volume, che raccoglie gli Atti del Convegno, racconta. Ci sono decisioni da prendere urgenti, perché il patrimonio dismesso è numeroso e importante.

Le differenze di riuso dei beni ecclesiastici dismessi che esistono tra l’Italia e gli altri Paesi europei, meno virtuosi, da cosa deriva?

In Italia siamo più abituati alla gestione e al riuso dei beni e l’esperienza italiana sta facendo un po' da guida. L’abitudine al riuso culturale è stata molto forte e questo convegno importante lo dimostra. In Italia si registra una maggiore disponibilità, da parte delle strutture che si occupano di beni culturali, a prendere in gestione e acquisire il patrimonio dismesso.

Lei ha ricordato che gli operatori dei beni culturali sono definiti “avvocati dei posteri”. Perché?

Perché abbiamo una grande responsabilità, nei confronti delle generazioni future, a utilizzare bene il patrimonio oggi affinchè queste possano riceverlo in eredità.

La trasmissione del patrimonio oggi viene adeguatamente curata?

E’ molto più facile riuscire ad averne cura dove ci sono comunità attive, interessate anche al riuso delle chiese. Questo avviene soprattutto nei piccoli centri dove la percezione del valore che i beni e gli edifici ecclesiastici esprimono è maggiore. In questi casi è più facile che si pervenga a un riuso virtuoso.

“Dio non abita più qui?” è più un titolo evocativo o provocatorio?

E’un titolo che vuole essere positivo, per indicare che nonostante l’edificio non sia più un luogo di culto, non viene abbandonato ed è sempre una parte importante della Creazione, nella bellezza che è sempre un luogo di incontro con Dio.