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L'italoamericanità di Renzo Arbore

Tutti a casa. Renzo Arbore vive l’imperativo categorico non come limite ma possibilità e aggrega un pubblico, gaudente e plaudente, a cui somministra, da un palcoscenico virtuale, dosi quotidiane di buona musica, dalla canzone napoletana di Carosone a Dean Martin e ottima televisione, con sketches memorabili e personaggi indimenticabili. E tutto questo con l’entusiasmo pionieristico, quasi carbonaro che lo caratterizza, sempre alla ricerca di quel nuovo che sa di antico, che attrae, diverte, unisce. Nasce così, dalla cabina di regia di quel circo allegro e colorato che è la sua casa romana, zeppa di american things illuminate da una foto panoramica del Golfo di Napoli, una nuova forma di intrattenimento che Arbore propone con generosità, non da unico protagonista ma lasciando scena e scenario ai grandi nomi della cultura musicale e televisiva italiana e napoletana. Osservatorio Roma incontra un Renzo Arbore effervescente, vulcanico, desideroso di condividere ricordi e perle preziose di entertainment, che carica su renzoarborechannel.tv, attingendo dal suo ricco archivio audiovisivo privato e dalle TECHE RAI, felice di incontrare la comunità italoamericana per la quale nutre da sempre una vera e propria passione.

Quando nasce l’italoamericanità di Renzo Arbore?

La comunità italoamericana di New York è nel mio cuore da sempre, soprattutto dal 1993, quando feci un memorabile concerto al Radio City Music Hall che fa vivere, da 28 anni, la mia Orchestra Italiana. Ho un debole per l’America, colleziono dischi di esponenti italoamericani, da Tony Bennett, Frank Sinatra e Dean Martin, ma anche Louis Prima, Lou Monte, Tony Francis. Ho sempre amato gli artisti che hanno contribuito a mescolare la musica italiana con la musica americana o a far conoscere la musica italiana e napoletana agli americani. Sono molto felice di salutare gli Italoamericani e i lettori di America Oggi che mi hanno sempre trattato benissimo. Grazie tante.

Piace più Renzo Arbore all’America o l’America a Renzo Arbore?

La leggenda vuole che il grande Renato Carosone, che mi appresto a festeggiare perché quest’anno avrebbe compiuto cento anni, scrisse la canzone “Tu vuo fa l’americano” pensando a me e al mio amico Gargiulo,  americani a Napoli,  i primi  due bluejeans di via Toledo. Io volevo fare l’americano perché anziché snobbarli, come molti napoletani facevano, li frequentavo, suonavo in un locale americano che si chiamava U.S.O. ( United States Organization), mi vestivo all’americana, ero studioso della cultura americana e soprattutto del jazz. Ho avuto la cittadinanza di New Orleans perché ho fatto un programma bellissimo su Nik LaRocca, uno degli inventori del jazz, siciliano di origine. Il mio   rapporto con l’America è bello e forte, ci sono andato una cinquantina di volte. Ho avuto una casa a Miami Beach, ogni anno andavo al Festival di New Orleans, ho suonato con la mia Orchestra Italiana nelle città più importanti. Spero di poter riprendere presto la mia frequentazione americana.

Un rapporto favorito dall’amore per la musica?

Indubbiamente. Solo a New York ho fatto tre concerti memorabili, al Radio City Music Hall, Carnegie Hall e Madison Square Garden, poi ad Atlantic City, Miami, e  in tante altre città, riscuotendo sempre grande affetto da parte  del pubblico italoamericano. Ed è un affetto che io ricambio con passione, perché ho visto molti dei loro, genitori e nonni, partire emigranti sui bastioni da Napoli. Ho grande ammirazione per quelli che sono riusciti a rappresentare il nostro Paese in una maniera straordinaria e penso a Cuomo, Giuliani, Grasso. Se ho un bellissimo rapporto con gli Stati Uniti  è anche in considerazione degli Italiani che in America hanno scritto una storia bellissima.

Che Italia raccontano le generazioni emigrate?

La vecchia generazione è legata ancora alle vecchie consuetudini, anche e soprattutto alimentari… fanno in casa la conserva di pomodoro fresco, essiccano i pomodori al sole e li conservano con il basilico, da Brooklyn a Manhattan, dove ci sono i grandi ristoratori italiani che hanno fatto sì che la cucina italiana sia diventata la migliore di New York. Molti dei ricordi che ho e delle storie meravigliose vissute in America, con la comunità italoamericana, le ho condivise su un channel che ho predisposto per una fruizione aperta a tutti. www.renzoarborechannel.tv è un esperimento, un po' carbonaro, dove propongo anche un programma “50 Sorrisi da Napoli” che offrono 50 sketches napoletani da Totò, Edoardo, Massimo Troisi, Luciano De Crescenzo, io e Marisa Laurito, Vincenzo Salemme, che aiutano a passare il tempo, divertendosi, in questo periodo di coronavirus. I contenuti sono molti e vari, c’è tanta televisione italiana, quella bella, non quella Tv cheap dai contenuti mediocri, ma quella che fa conoscere la grande cultura musicale, artistica, cinematografica e teatrale italiana e napoletana.

Renzo Arbore sempre “Avanti tutta” e prima di tutti con questo channel che è una sorta di RAITECHE della canzone italiana e napoletana?

In realtà sono stato tra i primi a pensare che la rete dovesse sposare la Tv generalista e pur avendo in programma altre cose per la RAI, sto dedicando molte energie a questo channel che considero un veicolo intelligente di trasmissione per contenuti culturali e artistici. E’un programma fatto in casa, ma con tanto entusiasmo.

#Iorestoacasa…fa di necessità, virtù?

Cerco di aiutare le persone a distrarsi, invitandole a guardare gli sketches, ad ascoltare le canzoni italiane e napoletane, a concedersi un sorriso pur nella necessità di informarsi su quanto sta accadendo, sulla evoluzione del problema e sulle forme di prevenzione consigliate. Penso che possa aiutare a vivere meglio questo periodo.

E’ anche un modo per essere vicino, seppur virtualmente, alla comunità italoamericana, annullando la distanza?

  Molte cose sono espressamente per gli italoamericani perché ho in casa, nei miei archivi, pezzi di molti loro cantanti  tra i quali Jimmy Roselli che viveva nel New Jersey, amico di Tony Bennett e di Frank Sinatra. Bennet era un artista  straordinario che aveva il dono di saper cantare in napoletano perfettamente e in americano altrettanto perfettamente, quasi fossero due persone diverse, con una capacità unica. Ho avuto il piacere di conoscerlo e frequentarlo e mi ha raccontato tante storie interessanti di italoamericani, qualcuna anche…particolare.

La racconti anche a noi

Mi fa ricordare una storia che non ho mai raccontato. Jimmy Roselli non parlava bene di Frank Sinatra, che era stato suo compagno quando era bambino, nonostante fosse più grande di lui. La mamma di Frank Sinatra amava moltissimo le canzoni napoletane e il figlio  ne cantava per lei qualcuna, seppur malamente, come “Luna Rossa” e “Maria Marì”. Un giorno però Sinatra fu invitato a Las Vegas e dovendo partire, telefonò a Roselli dicendogli: “Jimmy, vai tu da mamma e canta per lei le canzoni napoletane”. Purtroppo Roselli se ne dimenticò e quindi non andò. Quando Sinatra tornò, Roselli ebbe improvvisamente…come dire, dei problemi alle gambe. Qualcuno lo ferì con dei colpetti alle gambe, una piccola vendetta da parte di qualche amico di Frank Sinatra che si era dispiaciuto.

Addirittura?

Questo mi raccontava Jimmy Roselli, se poi è una “palla” non lo so. Però quando io gli dicevo “ Ol’ Blue Eyes”, lui mi rispondeva : “Ol’ Blue Eyes ma è nù scurnacchiat”.

Per tornare a “Tu vuò fa l’americano”, come festeggerà i cento anni del genio Carosone?

Per ricordarlo sto scrivendo un libro su Renato Carosone e la canzone umoristica napoletana, perché Renato è stato sottovalutato, ritenuto solo un cantante di canzoni umoristiche. Ne ha indubbiamente scritte di bellissime, “Pigliat na pastiglia”, “Torero”, “Sarracino”, ma ha scritto anche canzoni meravigliose con una straordinaria musicalità, “Maruzzella..t’h miso dint’a ll’uocchie ‘o mare, e miso ‘mpiett’a me nu dispiacere. Stu core mme faje sbattere”. E’ un poeta e un grande musicista, che ha scritto canzoni destinate a rimanere nel tempo, eterne. Nel mio channel ho inserito “Pigliat na pastiglia” nella versione che ho interpretato con lui, e ancora oggi, nei miei concerti, canto a grande richiesta le sue canzoni che sono veramente meravigliose.

Il repertorio che propone in giro per il mondo cosa comprende?

Canzoni della memoria, di Domenico Modugno, quelle che raccontano la storia della nostra bella televisione, quelle che ho scritto con  Claudio Mattone come “Ma la notte no”, “Cacao meravigliao”, oltre naturalmente alla straordinaria canzone napoletana. Sul mio channel si può trovare un’antologia delle canzoni dell’Orchestra Italiana che si chiama “L’arte d’ o sole”.

Il suo channel propone una fruizione nuova per contenuti che appartengono alla storia dell’intrattenimento. Oggi che ruolo ha la televisione generalista?

Conserva un posto sempre importante. Internet non distruggerà la televisione come la televisione non ha distrutto la radio, perché c’è una generazione abituata a vederla. Gli Americani ci hanno insegnato ad avere la Tv sempre accesa in casa, per una informazione costante. Il fascino della televisione consiste nella condivisione, perché tu sai che quella determinata cosa, la stanno vedendo, insieme a te, altre persone. Un po' come quando noi ascoltavamo un disco sul giradischi e ci piaceva ma se lo ascoltavamo alla radio ci piaceva molto di più, perché in quello stesso momento, insieme a noi, se lo stavano gustando molti altri. La televisione resta un’emozione condivisa.

La sfida oggi qual è?

La sfida è far sposare la televisione e il web, rendendo accessibile la rete anche a chi ancora non la conosce e si ferma solo perché non sa utilizzarla. In America nelle case hanno già i televisori smart, sui quali comodamente possono vedere i programmi web. I contenuti del mio channel, proposti in rete, diventano “televisivi”. Più semplice di così!

La situazione di emergenza che stiamo vivendo e le restrizioni che inducono tutti a stare in casa possono essere l’occasione affinchè anche le generazioni più agee’ prendano confidenza con le nuove forme di comunicazione?

Assolutamente si, è un’occasione preziosa che io incoraggio in ogni modo. Rivolgo un appello: cari amici sessantenni e oltre, fatevi spiegare come si fa e vi si aprirà un mondo, il mondo dei vostri ricordi. Potrete rivedere i vostri idoli, ascoltare le canzoni del cuore, soddisfare curiosità, vivere meglio.

La musica che ruolo può avere in questo tempo buio?

La musica è una colonna sonora straordinaria per la nostra vita, ci rallegra quando è allegra, può anche immalinconire, ma è sempre un conforto straordinario, è arte. Parlo non solo del melodramma, dei grandi compositori ma anche della canzone italiana d’autore che ha saputo esprimere brani meravigliosi, Lucio Dalla con “Caruso” e “Piazza Grande”, Sergio Endrigo  con “L’Arca di Noè”, i capolavori cantati da Mina e tanti, tanti altri che hanno scritto canzoni piene di significato, meno industriali rispetto alla produzione americana sempre molto attenta al business, ma frutto di grande ispirazione. E mi riferisco anche al Festival di Sanremo che finalmente è stato sdoganato anche dagli intellettuali più snob. La storia del Festival ci ha regalato brani bellissimi come “Almeno tu nell’universo”, “Ancora”, che sono rimasti nella nostra cultura, nel nostro portfolio, canzoni da conservare e da tener presente per continuare la grande tradizione musicale italiana.

Cosa pensa dei flash mob ai balconi che hanno unito l’Italia?

 Il nostro è un Paese molto musicale, sentir cantare l’Inno nazionale e le canzoni che appartengono a ogni generazione, perché ciascuna età si porta dietro le canzoni del suo tempo, mi ha fatto molto piacere. E poi mi piacciono moltissimo i flash mob. All’aereoporto di Seul ho sentito, in un flash mob, i Coreani cantare “Funiculì, Funiculà”.

Come vuole salutare la comunità italoamericana?

Con il consiglio di utilizzare bene questo tempo, di non sprecarlo, ma di cogliere l’occasione per rispolverare la memoria, personale e famigliare, magari come sto facendo io che ho ritrovato il libro delle ricette pugliesi e napoletane di mia madre, ma soprattutto la memoria del nostro Paese che è un grande Paese. Non ce ne dimentichiamo. E a tutti dedico un proverbio argentino “Nada te puede quitar lo bailado”,niente ti può togliere quello che hai ballato, cioè il tempo bello che  hai vissuto e conquistato. Auguri a tutti i lettori di America Oggi.