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La cultura del digitale si fa necessità
Intervista con il Gen. Rapetto, lo sceriffo del web

Cosa succede quando la cultura del digitale, teoricamente e astrattamente intesa, si fa necessità in una quotidianità che nel lavoro si declina in smart working, nella didattica scolastica in e-learning, nella relazione umana in videocall?  L’Italia è preparata, a partire dal settore della Pubblica Amministrazione, a erogare correttamente servizi online al cittadino? Gli Italiani che per età e impreparazione culturale non appartengono alla generazione dei nativi digitali, con quale grado di consapevolezza si calano nella nuova dimensione virtuale di un onlife che riguarda tutti? Per conoscere e approfondire i temi che pone l’improvvisa e a volte improvvisata svolta tecnologica di un Paese tradizionalmente restio a promuovere lo sviluppo tecnologico, privo di un piano di educazione civica telematica a carattere nazionale, che oggi chiede ai suoi cittadini competenze di cui non si è mai occupato in maniera adeguata, Osservatorio Roma e America Oggi incontrano il Generale della GDF Umberto Rapetto, precursore delle indagini telematiche, che ha creato e diretto il GAT Nucleo Speciali Frodi Telematiche “catturando” perfino gli hacker entrati nel Pentagono e nella Casa Bianca, definito “lo sceriffo del web”. La conoscenza del mondo digitale, con le potenzialità e i rischi connessi, è un tema che oggi si impone. Sicurezza informatica, crimini tecnologici e cultura digitale, devono essere veicolati attraverso una comunicazione efficace e consapevole e con modalità di cui il Generale Rapetto definisce i contorni.

Cosa succede quando la cultura del digitale si fa improvvisamente necessità?

Ci rendiamo conto di aver perso molto tempo perché abbiamo guardato l’incedere del progresso tecnologico con ammirazione e stupore, dando una tonalità di colore che sembrava essere tratteggiata con un acquerello, senza capire che in realtà le tinte erano decisamente più forti. Ciò che sembrava marginale o accessorio ha assunto un ruolo predominante, perchè senza le tecnologie oggi saremmo costretti a trovarci rinchiusi nel bozzolo della nostra abitazione. La disponibilità di uno strumento elettronico e di comunicazione, smartphone, tablet o Pc, consente una finestra sul mondo con una vista destinata a raggiungere l’infinito.

Siamo tutti capaci di affacciarci alla finestra?

E’questa la domanda che dobbiamo porci, perché gli strumenti finora utilizzati con una certa leggerezza, hanno una loro forza e un’energia che non siamo capaci di dominare. Scontiamo il fatto di non aver mai investito nella  cultura di questo settore, di non avere un piano di educazione civica telematica nazionale, a partire dalle scuole e anche il fatto che chi utilizza questi strumenti non sempre è un nativo digitale, cioè un soggetto cresciuto con un approccio naturale anche tattile ai nuovi strumenti ma una persona, spesso appartenente a un’altra generazione, che  ne ha minore confidenza. E’ necessario riflettere se siamo davvero preparati o se abbiamo bisogno di un processo di alfabetizzazione per essere guidati. La responsabilità ricade sulle Istituzioni, soprattutto relativamente ai processi didattici che dovrebbero abbracciare l’intera collettività, graduando l’intervento a seconda della fascia generazionale di appartenenza, della scolarità e dell’attitudine all’utilizzo dei congegni elettronici.

L’applicazione del mondo digitale alla quotidianità, per alcune fasce improvvisa e improvvisata, racconta e svela vite e storie in modo spesso inconsapevole. Quanto siamo preparati e quanto poco lo sono gli anziani che subiscono il gap generazionale nell’uso delle nuove tecnologie?

Dobbiamo fare i conti con uno scenario che non ci appartiene. I rapporti da sempre improntati alla conoscenza diretta dell’interlocutore, si sono modificati al cospetto di una agorà, una piazza virtuale, propria soprattutto dei social, che ci rende spesso privi della capacità di discernere e ci porta ad attuare atteggiamenti maldestri. L’adozione del termine amico o contatto, propria dei social, fraintende il vero significato quando lo si utilizza solo per intessere una relazione immateriale, per agganciare qualcuno e per avere un punteggio da esibire. La credibilità su Internet è basata sul numero di followers, amici o contatti con i quali non si ha spesso nulla in comune. Questo porta molte persone prive di scrupoli ad approfittare dell’ingenuità di chi è meno preparato e ha raccontato segreti e particolari intimi, a un interlocutore che si profilava in modo suadente, nascondendo il vero volto dietro quello di una maschera che non era quella di un amico ma di un approfittatore. Il contesto di inganni e condotte truffaldine che tende a ottenere cose non necessariamente lecite, fanno sì che le persone meno preparate, spesso anziane, cadano in queste trappole organizzate da chi promette vantaggi pur di riscuotere subito un accredito su una carta prepagata o su un conto corrente. L’elemento culturale è fondamentale, perché soltanto chi ha coscienza e conoscenza dell’ambito in cui si muove, può sopravvivere a tutte le angherie che si profilano dietro l’angolo. Sarebbe necessario un impegno collettivo di solidarietà, con uno scambio intergenerazionale tra persone di età diversa, pensiamo ai nipoti che possono addestrare i nonni, dare loro l’opportunità di avvicinarsi alle nuove tecnologie superando quel gap che è fatto non solo di possibilità economiche ma soprattutto culturali e che, se non si colma apprendendo un corretto utilizzo, potrebbe non essere più rimarginato.

 

C’è qualcuno a cui conviene questa diffusa impreparazione?

Conviene a tutti quelli che hanno cattive intenzioni, al crimine organizzato che può fruire di un terreno fertile per dar luogo alle condotte più deprecabili, conviene alla classe politica perché la persona non preparata è facile destinatario di notizie, informazioni o propaganda che non hanno nulla di fondato. L’impreparazione è stata l’humus che ha dato capacità di sviluppo alle fake news, le notizie prive di fondamento che vengono fatte rimbalzare attraverso la rete perché manca la capacità critica di riconoscerne l’infondatezza, facendo così il gioco della realtà commerciale scorretta, del soggetto che si candida in politica promettendo cose che non potranno essere mai realizzabili, di chi materialmente ha interesse a muovere la finanza in una determinata direzione. Sono molti a potersene approfittare, per questo è necessario uno sforzo governativo che possa condurre a una condizione di reale parità, ristabilendo i principi democratici per avere di fronte al computer le stesse capacità  e per far valere i nostri diritti fondamentali.

Il filosofo Luciano Floridi ha identificato la nuova dimensione dell’onlife nella quale tutti siamo costantemente immersi. Con quanta consapevolezza?

Non ci rendiamo conto che abbiamo perso la condizione dell’online. Con l’onlife si mescola la connettività con la vita, si perde il contorno della dimensione che stiamo vivendo, si confonde il virtuale con il reale, con una consapevolezza  vicina allo zero, si perdono i punti di riferimento che possono essere la carta stampata o i canali istituzionali come radio e televisione e si considera Facebook una sorta di tempio della saggezza o di scrigno in cui la verità viene custodita. Ci sono elementi di carattere compulsivo che portano al controllo continuo dei nostri dispositivi con la trasformazione, in questa condizione di onlife, del dispositivo elettronico fosse un ulteriore arto, una protesi che ci consente di muoverci in maniera virtuale, favorendo l’assunzione di decisioni sulla base di sollecitazioni che ci arrivano attraverso lo strumento digitale.

Proporre strumentazione tecnica sempre più evoluta serve sicuramente al mercato, ma cambiare continuamente strumenti senza imparare davvero a utilizzarli, quanto si sconta in effettiva conoscenza?

Lo scontiamo perché non riusciamo a prendere la dovuta confidenza e padronanza con gli strumenti. Si è passati dallo scrivere con il pennino e calamaio alla penna a sfera, alla macchina per scrivere, al sistema di videoscrittura che faceva intravedere lo sbarco del computer con i programmi di elaborazione dei testi. Poco alla volta siamo arrivati a una miniaturizzazione dei dispositivi che consente di avere concentrato, nei pochi centimetri del nostro smartphone, quello che prima ingombrava le scrivanie e cioè telefono,  macchina fotografica, computer, radio. Questo ci ha spaesato, perché abbiamo perso il gusto di affezionarci a un oggetto. Oggi un telefonino viene rapidamente surclassato da nuovi modelli, con un incentivo a consumare che si realizza grazie a una sfrenata obsolescenza programmata di strumenti che si guastano all’uscita del modello successivo.

Sarebbe opportuno che tutti fossimo in controllo del mondo digitale per non esserne controllati. E’ utopia o c’è uno spazio di possibilità?

Nemmeno i più bravi riescono a controllare, anche i più smart e vivaci in questa società digitale sono destinati a essere controllati. Ci si è lasciati incantare dall’ingannevole gratuità delle cose e ci si è convinti che Internet e tutti gli strumenti che vi consentano l’accesso, offra contenuti gratuiti quasi fosse una magica cornucopia. In realtà, quando accediamo a servizi e prodotti multimediali attraverso la rete, paghiamo con la moneta più preziosa che ci possa essere cioè con i nostri dati personali. Ogni volta che ci connettiamo a un sito, non siamo noi che stiamo guardando il sito, leggendo un articolo,  vedendo un filmato o fotografie raccolte su quella pagina, ma è il sito che guarda noi, che riesce a sapere chi siamo perché per poter stabilire un contatto e garantire il recapito delle informazioni erogate, viene stabilito un contatto ben preciso che identifica la macchina destinataria di quello che viene richiesto facendo click con il mouse sullo schermo o toccando con il polpastrello in corrispondenza di un  link o di un collegamento.

Questo introduce il tema delicato della privacy. E’ oggi ancora possibile, continua a esistere e a resistere?

La privacy è morta da tempo perché proprio queste dinamiche hanno reso trasparente il comportamento di ciascuno di noi, andando a eviscerare qualunque nostro piccolo segreto. Nel momento in cui viene stabilito un contatto tra il nostro dispositivo, Pc, smartphone o tablet e il server, il grosso computer che ospita un certo sito, quel sito sa addirittura dove stiamo spostando il mouse in quel momento sullo schermo, vede se stiamo guardando una determinata immagine, evidenziando un pezzo di testo, salvando un documento e riconosce la tipologia di computer, il sistema operativo impiegato, il programma di navigazione. Nel momento in cui cominciamo a navigare attraverso la rete, ci vengono appiccicati i Cookies, etichette da cui veniamo bollati man mano che ci muoviamo e che consentono a chi gestisce le reti e ai grossi operatori nel settore delle tecnologie, di profilare le nostre opinioni, gusti, consumi, relazioni. Facebook non ci chiede cosa stiamo facendo ma cosa stiamo pensando.

Se siamo già tutti tracciati attraverso i dispositivi che utilizziamo nella nostra quotidianità, perché l’ipotesi di tracciare con una app i Covid/positivi suscita sconcerto?

Finora si è parlato di tracciamento senza specificare chi verrebbe tracciato e in quale maniera. Si è fatto riferimento alle celle della telefonia mobile, un sistema primordiale perché la cella ha un livello di approssimazione preoccupante. La cella può avere oltre un chilometro di raggio. Le celle sono una sorta di reticolo che va a sovrapporsi al territorio geografico, come gli esagoni di un alveare e ogni singola antenna ha una copertura di un certo raggio. Quando noi siamo all’interno di un contesto urbano, siamo sovrastati da più celle che si sovrappongono, perché la densità è maggiore di  quella di un’area rurale. Se quella più vicina a noi è satura di utenti o ha un problema tecnico, automaticamente il nostro telefono passa a un’altra cella. Questo comporta che chi legge distrattamente un tabulato di quel tipo pensa che ci siamo spostati anche quando invece siamo rimasti nello stesso posto. Questo sistema non funziona. Ce ne sono altri, adoperati in Corea del Sud e a Singapore, che si basano sulla localizzazione geografica della persona e dei soli soggetti rilevati positivi, sintomatici e asintomatici. Questo garantisce che nel momento in cui si installa quell’app, si tracciano solo le persone bisognose di cure, con una finalità legittima e senza un uso distorto delle informazioni.  

Il rischio quale sarebbe?

Il rischio consiste nel fatto che le informazioni raccolte, possano materialmente far fruttare denaro a società farmaceutiche interessate a vendere determinati loro prodotti sanitari ai bisognosi ma servono anche alle compagnie assicuratrici che potrebbero non concedere la possibilità di attivare polizze a chi ha avuto determinate patologie. Ci sono molte preoccupazioni legittime, ed è quindi necessario, qualora lo smartphone arriverà a essere una sorta di braccialetto elettronico, chiarire quali sono le modalità di raccolta dei dati, quali sono i soggetti, quali le finalità, dando al cittadino la sicurezza di sapere che quello che sta succedendo, è limitato temporalmente al momento dell’emergenza e che i dati non vengono conservati, in seguito sono resi anonimi e utilizzati solo per ragioni statistiche. Ciò comporta un onere di progettazione non trascurabile e impone l’adozione di una serie di iniziative che non possono essere improvvisate. L’atmosfera opaca che ha avvolto alcuni annunci, non ha contribuito a rasserenare gli animi, pur essendo il tracciamento elettronico importante e necessario in una condizione come quella che stiamo vivendo.

Lo smart working adottato diffusamente e necessariamente oggi attraverso alcune piattaforme che vampirizzano dati e consentono un controllo forse esagerato del dipendente, monitorandone perfino i tempi di reazione, che tema pone?

Cambia il modo di lavorare, alcune attività connesse alla presenza delle persone negli uffici andranno ripensate, gli strumenti utilizzati devono essere disciplinati sotto il profilo del diritto del lavoro e sindacale per garantire la necessaria lontananza da dinamiche di controllo brutale che incentiverebbe il cottimo e che potrebbero dar luogo al mancato rispetto dei diritti del singolo lavoratore. Sono strumenti che stanno rivelando la loro potenziale pericolosità, capaci di assorbire informazioni che non sono dovute, di monitorare e dar luogo a controlli e riscontri che dalla legge italiana non sono consentiti. La piattaforma Zoom, molto utilizzata per sessioni di lavoro online, entra automaticamente nel nostro dispositivo nel momento in cui si accede, portandosi via quello che è scritto sull’agenda, copia la rubrica e i documenti memorizzati, guarda le foto e soprattutto vende le informazioni al miglior offerente. Se si accede con il proprio profilo Fb, viene saccheggiata anche la pagina con tutti i rapporti di amicizia e i messaggi scambiati in quel social.

E il tema diventa un problema

Serio tra l’altro, perché ruba anche le informazioni di chi si iscrive accedendo solo attraverso la propria email. Il procuratore di New York ha aperto una indagine su questo, alcuni senatori hanno rappresentato la criticità di questa piattaforma chiedendo alla Federal Trade Commission di intervenire per scoprire cosa stia davvero succedendo. Il governo di Taiwan ha vietato l’uso di Zoom e ha chiesto agli operatori telefonici di disabilitare materialmente le connessioni con quella piattaforma.

In Italia il sito dell’Inps, collassato per le richieste, è un parametro preoccupante. L’Amministrazione Pubblica italiana è già entrata nel mondo digitale e ci è entrata male o siamo ancora nella fase progettuale?

L’Amministrazione Pubblica ha tentato ripetutamente di fare il grande salto verso la digitalizzazione, l’informatizzazione, l’ottimizzazione delle risorse. Nel 1993 l’Autorità per l’Informatica della P.A. dove ero distaccato, pensava di fare una rete unitaria che potesse collegare tutte le risorse dello Stato ma ogni singola Amministrazione ha voluto considerarsi un feudo inviolabile. L’Italia è un Paese che osteggia qualunque forma di crescita tecnologica e oggi si paga il prezzo di questa mancanza di determinazione. Ci sono ancora problemi per la firma digitale, nonostante la sua venticinquennale istituzione. Tutto quello che gira attorno alla Amministrazione Pubblica si muove a una velocità iperbolica ma i sistemi che devono erogare servizi essenziali al cittadino non sono mai all’altezza, perché è mancata una capacità di committenza. I ministeri non hanno saputo capire di cosa avevano bisogno, non hanno saputo chiedere cosa serviva loro e verificarne il prezzo corretto. La dimostrazione dell’Inps è plateale, un sistema costato centinaia di milioni di euro non riesce a reggere il peso degli utenti, equivale all’errore di progettazione di un ingegnere che non calcola bene il cemento armato  necessario per dare la giusta solidità a una soletta che dà stabilità a un immobile. Se l’edificio crolla, lo si deve a un errore di progettazione. In Inps la convergenza di un numero eccessivo di utenti non è stata diluita, tecnicamente era possibile farlo e il peso di quell’onda ha materialmente travolto i sistemi determinando un black-out che ha fatto sorridere il pianeta.

Tutte le scuole hanno adottato, in modo più o meno virtuoso, l’e-learning. Questo cambierà il rapporto degli studenti in classe con il cellulare e porterà a un ripensamento dell’insegnamento?

La didattica frontale rimane fondamentale e l’e-lerning resta sempre e solo un surrogato emergenziale. Il telefonino può essere uno strumento integrativo ma mai sostitutivo della formazione didattica convenzionale. Il pianeta degli studenti deve essere indirizzato nel senso di una fruizione critica degli strumenti che Internet mette a disposizione e che consentono, attraverso i motori di ricerca, un arricchimento di informazioni che lo studente deve rielaborare e fare proprie. Non si cresce e soprattutto non si impara con il “copia e incolla”.