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Viaggio nello sceneggiato giallo RAI

Il commissario Maigret, il tenente Sheridan, la giornalista investigatrice Laura Storm, Padre Brown, Nero Wolfe, sono alcuni dei personaggi nati dalla penna di grandi scrittori e diventati protagonisti di sceneggiati televisivi, sia di quelli che hanno tratto linfa dalle grandi opere letterarie internazionali sia dei cosiddetti “originali televisivi”, ideati, prodotti e confezionati esclusivamente per la televisione. Alcuni personaggi sono stati percepiti come compagni di vita da milioni di telespettatori, che li trascinavano idealmente fuori dallo schermo trasportandoli nella loro quotidianità, fatta di chiacchiere al bar e cene tra amici alla ricerca della soluzione di un enigma che lo sceneggiato costruiva di puntata in puntata. Ubaldo Lay, l’interprete elegante e tenebroso del tenente Sheridan, era identificato a tal punto con il suo personaggio che veniva scambiato per un poliziotto vero, fermato per strada e coinvolto nella risoluzione dei casi di cronaca nera. Lo sceneggiato televisivo, nella sua serialità e nelle sue diverse declinazioni dal giallo, al gotico, al noir, nasce negli studi della RAI a partire dagli anni Cinquanta e continua ancora oggi ad appassionare il suo pubblico, anche se ha cambiato nome e si chiama fiction e ha nuovi eroi, il commissario Montalbano, il maresciallo Rocca, il vicequestore Schiavone, il sostituto procuratore Imma Tataranni, l’ispettore Lojacono, l’ispettrice Eva Cantini.  Nuovi eroi per nuovi tempi figli di quegli eroi e di quei tempi che una mostra di RAI TECHE, allestita al Museo di Roma in Trastevere racconta, ricostruendo la storia del genere televisivo crime. E’un viaggio nell’archeologia della serialità moderna, realizzato scorrendo 70 anni di sceneggiati televisivi, come solo RAI TECHE può fare, con la straordinaria ricchezza del suo materiale audio, video e cartaceo che mentre costruisce un percorso espositivo, racconta i cambiamenti sociali e le trasformazioni culturali dell’Italia.  “ Sulle tracce del crimine. Viaggio nel giallo e nero RAI” è l’indagine sorprendente e divertente nella memoria storica dell’Italia, presentata con una rassegna multimediale che attraverso 200 fotografie tratte da 80 programmi televisivi, 5 installazioni video, postazioni sonore, curiosità, reperti storici ed elementi scenografici racconta il giallo televisivo. Il volume che accompagna la mostra, un catalogo ricco di saggi e testimonianze di chi il crimine televisivo lo scrive, lo analizza, lo conosce profondamente, traccia la storia del giallo televisivo che si nutre degli stessi elementi del libro giallo, ne condivide l’origine del nome  dalla storica collana dei libri Mondadori, con copertina gialla, che dal 1949 raccoglie le storie poliziesche e noir dei migliori scrittori italiani e internazionali e la costante e comune  presenza  di elementi che sono sempre gli stessi, l’ omicidio, l’enigma, la risoluzione affidata all’investigatore. Storie sempre diverse con formule sempre simili. Fondazione Osservatorio Roma e America Oggi incontrano i curatori della mostra, Maria Pia Ammirati, Direttore di RAI TECHE e Presidente dell’Istituto Luce Cinecittà  e Peppino Ortoleva, studioso di storia e teoria dei mezzi di comunicazione per capire l’importanza di una mostra che racconta “la storia di storie che sono nella storia di ogni telespettatore”.

 

Maria Pia Ammirati

Una mostra sul giallo e nero RAI necessaria perché?

Perché dovevamo capire da dove e come nasce la nostra fiction contemporanea, soprattutto il genere crime che nasce negli anni Cinquanta, quando la RAI comincia a fare gli sceneggiati. E’ una mostra che guarda l’evoluzione del  genere giallo e noir in quasi 70 anni e che abbiamo voluto far vedere attraverso il fotografico, l’audiovisivo, le riviste e  i grandi personaggi, dal tenente Sheridan a Nero Wolfe, alla Squadra Mobile, al Giallo Club, passando attraverso gli anni Ottanta e La Piovra, fino ad arrivare ai nostri anni, a Camilleri con Montalbano, a Schiavone e agli altri commissari, uomini e  donne. Non dimentichiamo che il prototipo della donna detective è Laura Storm, interpretata da Lauretta Masiero, una giornalista singolare, allegra e un po' svampita, che fa l’investigatrice e che dagli anni Cinquanta è rimasta nella memoria anche per il suo caschetto biondo e gli abiti eleganti. E’ rappresentata in mostra con le protagoniste contemporanee, le meravigliose commissarie interpretate da Myriam Leone e Cristiana Capotondi. E’ una mostra necessaria perché è un pezzo della storia del nostro Paese, è un pezzo della storia della nostra televisione pubblica, è un pezzo della storia di un’Italia che cambia, dagli anni Cinquanta in poi, attraversa i decenni successivi e arriva, completamente mutata, a oggi. E’ plasticamente la visione storica di come un Paese parte da un dopoguerra complicato, si ricostruisce con grande forza creativa, prende linfa dall’estero, perché i primi sceneggiati prendono forza dalla letteratura straniera, soprattutto statunitense e poi impara linguaggi teatrali e cinematografici che si fondono e crescono nella televisione pubblica.

Esordisce a Roma perché?

Perché negli studi RAI di via Teulada sono stati girati i primi importanti sceneggiati negli anni Cinquanta. E’ una mostra che girerà l’Italia, andrà a Milano, Palermo e Torino e che nasce già sottotitolata in inglese, per essere portata anche all’estero.

Perché il giallo?

 Il giallo è uno degli elementi fondamentali dello sceneggiato classico ma anche della fiction moderna. Il giallo si è pian piano trasformato nel crime. Era necessario ripercorrere la sua storia, per noi tutti affezionati di Montalbano e degli altri commissari, che sono figli di un mondo che viene da lontano, dai grandi registi, Majano, D’Anza, Schivazappa, che hanno messo su le grandi opere di  altrettanti grandi letterati e scrittori del genere.

 Lei parla di archeologia della serialità moderna. Ci spiega il concetto?

La serialità a cui siamo tanto affezionati, di cui anche io sono una patita, nasce da lontano, dagli episodi degli sceneggiati televisivi. La RAI aveva l’abitudine, nei primi anni degli sceneggiati, di costruire una storia spezzettata, che passava una volta a settimana e che costruiva l’attesa per il fingale nell’ultima puntata. A come Andromeda, Dove è Anna sono solo alcuni dei tanti esempi di spezzettamento di una storia che finisce per essere risolta solo all’ultima puntata. Oggi invece tendiamo a voler conoscere tutto subito e ogni episodio risolve la storia in se stesso ed è quello che  fanno i telefilm dalla metà degli anni Sessanta in poi. La consapevolezza dell’importanza della serialità è un dato che ha sempre caratterizzato la storia del giallo e del noir della RAI fin dagli albori.

E’ la televisione che racconta il crimine o è il crimine che racconta il Paese?

Tutte e due le cose. La televisione e il genere giallo si appropria della cronaca, soprattutto la grande cronaca nera che diventa poi l’investigazione dei grandi commissari, delle squadre mobili, dei tanti inchiestisti che la mostra racconta, da Nero Wolfe a Sheridan e Schiavone. C’è una lunga scia di straordinari indagatori e indagatrici. Con Laura Storm entra in scena anche l’inchiestista femminile, che arriva alle figure contemporanee di Linda il carabiniere, dell’ispettrice Eva Cantini e del commissario nordico di Myriam Leone.

Una mostra che solo RAI TECHE poteva curare. Le tracce del crimine di ieri conducono alla fiction di oggi?

  RAI TECHE è una realtà importante della televisione pubblica e del Paese, che ha conservato tutto, fotografie, video, copertine. Il patrimonio di RAI TECHE è in mostra nel bellissimo allestimento curato dall’architetto Canè sugli sceneggiati che sono un macrogenere. La fiction oggi ha dato prova di essere il genere più importante di fruizione delle nuove generazioni, le storie sono l’elemento di ampia ricondivisione familiare, ma la mostra indaga il giallo che passa attraverso la letteratura di genere, riesce anche a riscattarsene e approda, dopo un passaggio faticoso e diverso, in un giallo che si modifica nel noir, passando nel gotico, per arrivare al crime odierno. E’ una mostra per rintracciare gli stilemi, i codici che erano storici nella loro trasformazione nella modernità. Si registra una grande trasformazione dall’eleganza di Sheridan all’eleganza di Montalbano, ma c’è qualcosa che lega questi personaggi passando per altri personaggi. La storia di un Paese, della RAI a cui dobbiamo molto, la storia della fiction.

Peppino Ortoleva

Il genere crime è un modo per raccontare l’Italia agli Italiani?

Indubbiamente e la televisione, grande mezzo popolare, lo  ha capito fin dalle origini e ne ha fatto un ingrediente stabile della sua programmazione. La tv e la radio hanno sempre  raccontato l’Italia agli Italiani, in modo più o meno aperto,  come i crimini sessuali o politici che all’inizio non si potevano raccontare e dopo sì. La televisione ha seguito l’evoluzione del Paese e a volte la ha anticipata, con un alto livello di professionalità e una grande attenzione al particolare, da parte di tutti gli addetti, attori, registi, direttori di fotografia. E questa mostra racconta qualità, varietà e divertimento che si avverte nei protagonisti delle storie.

Il passaggio dallo sceneggiato alla fiction esprime un cambiamento linguistico o anche un diverso profilo artistico?

Possiamo parlare di serie sempre. La televisione è seriale perché dà appuntamenti fissi al suo pubblico. La parola sceneggiato non si usa più, perché è cambiato il vocabolario oggi sempre più anglofono ma anche perché lo sceneggiato è proprio di una televisione che era più vicina al teatro che al cinema, come impianto scenografico e interpretativo. Oggi si parla di fiction ed è un termine che comprende molte cose.

Storicamente si può individuare uno spartiacque tra lo sceneggiato e la fiction?

Tecnicamente già negli anni Sessanta si comincia a lavorare regolarmente sul preregistrato o sulla pellicola e alcuni romanzi sceneggiati sono già diversi dagli altri perché girati su pellicola con una regia di tipo cinematografico. Storicamente il passaggio è segnato dalle diverse dirigenze televisive e da come hanno gestito la censura ma anche  dall’esordio della televisione privata che fa assumere alla televisione una nuova identità. Il concetto di fiction, se vogliamo dare un significato tecnico che in realtà non ha, arriva quando la televisione diventa parte di un grande flusso che comprende internet, il fumetto ecc. Le stesse storie passano velocemente dalla televisione, al cinema, alla scrittura. La parola fiction aggrega tutto questo.

La fiction è un racconto del contemporaneo come lo erano gli sceneggiati?

Gli sceneggiati non erano un racconto del contemporaneo. Con l’affermazione del gotico nei primi anni Settanta ci sono anche racconti di epoche diverse, precedenti, come le storie ambientate nell’Ottocento o future. La televisione degli anni Settanta flirta con la fantascienza, che non è certo contemporanea, ma successiva. Nasce il fantasceneggiato, una fantascienza televisiva un po’ particolare (Gamma con Paola Pitagora, A come Andromeda), serie che ebbero un certo successo ma che poi sono sparite.  Fondamentalmente però la televisione ci parla di oggi, perché è un medium che è nella quotidianità.

Quali sono gli elementi del giallo?

Gli elementi del giallo televisivo, gli stessi del libro giallo, sono molto semplici: il delitto (un omicidio o una serie di omicidi), l’investigatore, gli indizi e alla fine la soluzione del delitto. Sono ingredienti di base ma essenziali al genere. Chi legge un giallo o guarda un giallo televisivo, si aspetta storie sempre diverse ma formule sempre simili. Il modello del giallo è sempre simile anche se il delitto è diverso come anche la soluzione. Le serie poliziesche di maggior successo sono quelle che hanno lo stesso detective, lo stesso ambiente di fondo, da Sherlock Holmes al giallo californiano di Phlilip Marlowe, storie ambientate in ambienti simili, con lo stesso detective, ma da cui ci si aspetta delitti diversi e soluzioni diverse, perché l’abitudine rende più piacevole  cercare di battere il detective anticipandolo nella soluzione dell’enigma.

La platea televisiva vuole essere più interessata o rassicurata?

Il giallo richiede elementi di stabilità, perché così il pubblico si può concentrare sui temi classici del poliziesco, chi è stato, come e perché. Nel libro ci sono una serie di elementi di stabilità che lo aiutano a fare il risolutore dell’enigma, si possono scorrere le pagine a ritroso o consultare l’indice. Nel giallo televisivo la storia ha i suoi ritmi e li dà allo spettatore, pertanto la stabilità dell’ambiente e del detective aiuta lo spettatore a concentrarsi sull’enigma e su chi è stato. La televisione non è sempre rassicurante, è un medium domestico che cerca di inserire qualche elemento di brivido, è un mix di rassicurante e inquietante che è una caratteristica del poliziesco.

Oggi qual è la rappresentazione del giallo in televisione?

Un elemento fondamentale è che oggi ci si concentra molto non solo sul delitto, ma sulla vita del gruppo degli investigatori, che si innamorano, cambiano, evolvono ma restano gli stessi. I detective donna sono diventati personaggi importanti che spesso affrontano il tema della violenza alle donne. Il giallo televisivo di oggi è per alcuni aspetti più inquietante di quello del passato e meno rassicurante. I gialli oggi si somigliano un po' tutti, per cicli di moda che tendono a omologare.

Della vita privata del tenente Sheridan si sapeva poco o nulla, di Montalbano si conoscono tutte le fidanzate. E’   una evoluzione o una involuzione?

Né l’una né l’altra. Sono due modi di raccontare il poliziesco, perché si è passati dalla episodic series del tenente Sheridan al  police procedural delle serie più recenti. Sheridan era un personaggio quasi caricaturale ma in realtà sapevamo poco di lui, il personaggio era sempre lo stesso e affrontava sempre nuovi delitti. Oggi invece in alcune serie vediamo il personaggio invecchiare e questo fa parte della serie.  La storia del personaggio, le storie che di volta in volta incontra e la vita dell’attore arrivano a fondersi e fanno il poliziesco.