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Con "le più belle frasi di Osho" la politica, italiana e internazionale, parla romanesco

Il romanesco, inteso come dialetto parlato a Roma, ha sempre suscitato simpatia per le sue particolarità  fonetiche, le parole troncate, le consonanti raddoppiate e  gli accenti distribuiti a raffica. Le poesie di Trilussa e i sonetti del Belli, le canzoni di Renato Rascel, le battute di Aldo Fabrizi, Alberto Sordi e Carlo Verdone e l’apoteosi del teatro romano di Gigi Proietti, lo hanno reso comprensibile e amato anche da chi romano non è. Ma il romanesco verace si nutre di battute quotidiane, modi di dire, espressioni tipiche che nascono da conversazioni comuni e situazioni normali. La spesa al mercato rionale, un parcheggio conquistato, una passeggiata nei vicoli del centro, due chiacchiere al bar, l’attesa alla fermata dell’autobus, costituiscono momenti di immersione continua nell’uso disinvolto, allegro e a volte spregiudicato e irridente che il romano fa del suo dialetto. Se poi al romanesco si associano gesti e sguardi, la possibilità che si trasformi in una lingua universale, si fa concreta. Il fascino del romanesco lo subiscono tutti, anche gli stessi romani, c’è chi ne è orgoglioso, chi ne ride e chi lo utilizza come suggestivo canale comunicativo. E’ cominciata quasi per scherzo l’avventura di Federico Palmaroli, un giovane e scanzonato romano che nel 2015, comincia a far parlare in romanesco Osho, maestro spirituale indiano molto noto per le sue meditazioni e frasi celebri che continuano a influenzare, anche dopo la sua morte avvenuta nel 1990, alcune filosofie occidentali, come la New Age. L’idea, semplice ma inesplorata, era quella di far commentare a Osho, ritratto in fotografia, la società contemporanea, mettendo come vignetta o sottotitoli da fotoromanzo, espressioni tipiche che tutti i romani conoscono e ripetono quasi automaticamente, senza soffermarsi sull’esatto significato. I messaggi che Federico Palmaroli ha cominciato a lanciare attraverso le sue originali accoppiate tra espressione romanesca e Osho, intercettati e rilanciati dai social, sono diventati un fenomeno virale. La pagina Fb “Le più belle frasi di Osho” ha oltre un milione di follower, è in continua crescita esponenziale e ha significative declinazioni in altri campi, dall’editoria con i libri frutto di questa esperienza, alla carta stampata per le collaborazioni con Il Tempo e Il Corriere della Sera, alla televisione per la presenza di Palamaroli nella squadra di Porta a Porta, la storica trasmissione su Rai1 condotta da Bruno Vespa. “Le più belle frasi di Osho” è una pagina riuscita perfino a sopravvivere a se stessa perché a un certo punto del suo percorso, Federico Palmaroli ha superato Osho e le sue meditazioni e ha cominciato a fare satira politica. La modalità è la stessa, i protagonisti politici sono ritratti in fotografie che li colgono in momenti particolari e vengono sottotitolati con le  frasi, semplici ma d’effetto, in dialetto romanesco. E con lo stesso metodo Palmaroli fa parlare il Papa, Capi di Stato italiani e stranieri, personalità che hanno un ruolo importante nella politica e nella società. Il suo racconto si inserisce nella grande tradizione della satira politica romana che da Giovenale in poi è stata costantemente presente nel mondo politico romano, con una chiara finalità moraleggiante. L’intento di Federico Palmaroli è diverso, è smarcante e graffiante, onesto e divertente, teso a sottolineare una presenza critica che guarda, ascolta e decodifica quello che i politici dicono, “una spina nel fianco” come lo definisce l’autore.  E da fenomeno social è diventato un autore di satira politica apprezzato dai più, temuto da molti, conosciuto da tutti. Una sua vignetta sa raccontare sinteticamente un tempo e un tema, con la straordinaria capacità di coglierne il significato profondo e di comunicarlo con una risata. Una delle vignette che ha avuto maggior successo, sintetizza in maniera magistrale la fine del primo lockdown, la fatica e le nevrosi vissute da tutti, costretti a convivenze forzate e a relazioni personali obbligate e limitate, facendo parlare i due Bronzi di Riace che sono esposti a Reggio Calabria. Quello che le statue si dicono, racconta un tempo che rimarrà nella storia. Nessuno dei grandi eventi, italiani e internazionali, sfugge alla sua lente. La transizione da Trump a Biden è raccontata con dovizia di particolari, i dispiaceri del Presidente della Repubblica Mattarella per la crisi di governo, sono affidate a una foto del Presidente ritratto su un battello e a una  battuta cult di un film di Carlo Verdone che gli fa dire “Un bel giorno, senza dire niente a nessuno, mi imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana”. Fondazione Osservatorio Roma e America Oggi incontrano Federico Palmaroli, che con il romanesco, racconta Roma, l’Italia e gli Italiani.

La pagina “Le più belle frasi di Osho” racconta il nostro tempo e ci racconta. Come è nata?

E’ nata come parodia della spiritualità orientale, senza alcuna critica o dileggio. Mi sono trovato a immaginare Osho, un maestro spirituale indiano, calato nella realtà romana e ho cominciato a fargli pronunciare frasi in romanesco. Il contrasto tra il suo aspetto molto spirituale e le frasi che gli facevo pronunciare, ha creato un fenomeno comico. In realtà il mio intento era quello di sdrammatizzare grandi temi e grandi concetti, andando in giro per Roma come se Osho fosse seduto accanto a me in macchina.

Il successo si misura anche con i numeri e i suoi canali social sono seguitissimi. La platea su Fb e Twitter è la stessa o cambia?

Facebook nasce come fenomeno più popolare e trasversale, e la pagina delle più belle frasi di Osho è stata subito molto seguita, oggi ha più di un milione di follower. Su Twitter, dove i numeri sono altrettanto importanti, ha funzionato più la satira politica a cui mi sto dedicando attualmente piuttosto che la parodia di Osho. Diciamo che ora le due platee si stanno sovrapponendo e di conseguenza la comunicazione viaggia in parallelo rispetto a entrambi i social.

 

Lei oggi è considerato l’autore satirico romano più importante perchè ha saputo innovare la satira politica nella continuità della tradizione romana. Cosa ha realizzato esattamente?

Ho cominciato a veicolare le nostre abitudini dialettiche, proprie del linguaggio quotidiano romano attraverso Osho, evidenziando e sottolineando espressioni di uso comune, utilizzate da tutti quasi inconsapevolmente, in cui ognuno si riconosceva e riconosceva il proprio modo di parlare. Improvvisamente, le stesse frasi che tutti da sempre ripetevano, nelle stesse situazioni e senza neanche farci caso, cominciavano ad acquisire una identità e un significato preciso, anche perché tutti hanno cominciato a dirle aggiungendo “come dice Osho”.  Il segreto del successo è forse stato il recupero, in forma consapevole, di espressioni comuni e tipiche.

Da Osho alla costruzione di una satira politica autonoma. Come è avvenuto il passaggio?

Quasi naturalmente, perché non aveva più molto senso continuare a far parlare Osho. Oggi i dialoghi che costruisco sono legati all’attualità politica, ai grandi temi della politica affrontati in maniera semplice e comune e raccontati come metafora quotidiana di questioni importanti. Due politici che parlano tra loro di temi politici, li faccio esprimere come due persone qualunque che parlano di cose comuni, in romanesco.

Le immagini sono fondamentali per raccontare con acutezza il nostro tempo?

Il punto di partenza è l’argomento del giorno o comunque una cosa di cui si sta parlando, per la quale o penso subito a una frase o vedo un’immagine dei protagonisti delle vicende e vengo illuminato da un’espressione.

Il romanesco è un elemento di forza ma la sua satira piace anche a chi romano non è. Come se lo spiega?

Credo che la spiegazione sia nel fatto che gli autori e gli attori romani hanno avuto sempre successo in tutta Italia, perché la comicità romana è compresa da tutti, la cadenza romanesca piace molto. Il mio romanesco è un po' più morbido perché deve arrivare a chi legge e non a chi ascolta,  a chi non è aiutato dalla pronuncia quindi non è, né può essere simile ai sonetti della tradizione romana ma deve essere il più comprensibile possibile.

Quando fa parlare il Papa, la forza del messaggio deve arrivare a tutti. Il Papa con la Sindaca di Roma Raggi che commenta Spelacchio, è un cult.

Si, quando la sindaca Raggi fece allestire un albero di Natale molto minimal in Piazza Venezia, ribattezzato dai romani Spelacchio, ho preso una foto di un incontro tra i due e ho fatto dire al Papa, preoccupato degli allestimenti natalizi del Comune di Roma “Mica vorrai fà pure er Presepe?”. Il Papa che parla in romanesco, con un lessico quotidiano, rende ancora più evidente il cortocircuito tra autorevolezza del personaggio e frase pronunciata.

Alla vigilia di Natale ha fatto parlare anche il Presidente Mattarella in romanesco, in un colloquio con il Presidente Conte

Il racconto del presidente del Consiglio sotto attacco per la questione del MES, a pochi giorni dal Natale, lo affido al benevolo consiglio del Presidente Mattarella che gli dice “Aspetta ancora a fà l’albero de Natale a Palazzo Chigi, che qua nun se sa ancora”.

“Vedi de fa poco o spiritoso”, il meglio e il peggio di un anno italiano, è il titolo del suo nuovo libro che ha in copertina proprio Giuseppe Conte. Ha l’impressione che Conte non ami troppo gli spiritosi?

No, tutt’altro, non penso sia una persona che si indisponga per un certo tipo di satira. Ho scelto di mettere Giuseppe Conte in copertina perché è stato il protagonista, nel bene e nel male, del 2020, il Presidente del Consiglio e quindi la persona più esposta. Ho voluto caratterizzare, con una figura politica, il mio libro che è di satira politica. “Vedi de fa poco ‘o spiritoso” è un messaggio rivolto a me che scrivo.

La sua satira sembra accogliere e rilanciare l’urgenza di concretezza che arriva dalla società. A quali esigenze risponde?

In realtà ho cominciato a fare satira nel 2015 per divertimento e gratificazione personale, segnalando e stigmatizzando situazioni. Le vignette hanno però cominciato a essere lette come una sorta di editoriale in sintesi. Se riesco a sintetizzare concetti con una vignetta, sono contento.

La sua satira si nutre di protagonisti politici italiani e internazionali. Quando è partita la campagna di vaccinazione contro il Covid in Gran Bretagna, anche la Regina Elisabetta II ha parlato in romanesco

Si, si è rivolta al figlio il Principe Carlo e gli ha detto “Te che sei cagionevole de salute fattelo subito sto vaccino”. La vignetta racconta la quasi immortalità del regno della Regina Elisabetta che per età, dovrebbe essere nella prima fascia di somministrazione ma si preoccupa per il figlio al quale aveva già detto in precedenza, sempre in una mia vignetta “perché poi voi anziani sete quelli più a rischio”.

Ha raccontato anche Trump in romanesco

Dopo l’elezione di Biden, si è proposto il tema di Trump che non se ne voleva andare dalla Casa Bianca e l’ho raccontato mentre riferisce alla moglie Melania una soluzione per rimanere alla Casa Bianca “M’ha detto ‘n amico mio vigile che se dentro casa ce sta n’anziano nun ce ponno caccià”. L’idea dello sfratto e dell’anziano in casa è l’esempio di come una vicenda brutta e purtroppo comune quale è lo sfratto possa essere portata a livelli altissimi con la stessa forza narrante.

La satira ai tempi dell’antica Roma era moraleggiante, la sua satira oggi che intento ha?

L’intento è quello di essere una spina nel fianco dei politici, per punzecchiarli e trasmettere il messaggio che qualsiasi cosa essi dicano o facciano, la mia satira e il seguito che ha, la fa emergere immediatamente. E’ una sorta di Pasquinata in chiave contemporanea.

L’idea di mettere sottotitoli a persone e situazioni può essere una sorta di exit strategy utile anche nella vita? Se qualcuno dice cose che non ci piacciono, cambiamo i sottotitoli e ce le facciamo piacere…

Lo è diventato davvero perché, al di là dell’immagine figurata, so benissimo che in molte occasioni, soprattutto quando utilizzavo Osho, nelle conversazioni su whatsapp tra le persone, le mie frasi venivano inviate in risposta per sottolineare un dialogo o risolvere situazioni. Osho diventava un personaggio molto neutro, nazional popolare che utilizzava frasi assolute adatte a qualsiasi occasione. Con la satira politica, che tratta argomenti più specifici, è forse più difficile.

Chi è stato il politico più spiritoso nel 2020?

Tanti, loro malgrado. La satira ha perso un po' di autenticità rispetto a quando si faceva satira su personaggi austeri, autorevolmente istituzionali come Spadolini, Craxi e altri, con i quali si creava un cortocircuito molto più evidente. Oggi la distanza tra i politici e l’elettorato si è abbassata, per tante ragioni, anche per l’utilizzo dei social che li hanno resi più accessibili, contribuendo a svelare le cose che dicono e che sono a volte vere e proprie castronerie. Spiritosi a volte lo diventano da soli, anche se ci sono politici che apprezzano maggiormente la satira.

Se oggi ci fosse una politica con tutte le lettere maiuscole, lei potrebbe esistere o solo resistere?

La satira c’è sempre stata anche quando c’era la politica con la P maiuscola e forse riusciva a essere anche più efficace. Forattini è andato avanti per anni con i politici della prima repubblica che, al di là delle distorsioni, erano sicuramente più competenti.

Vorrei chiederle come vengono visti all’estero i politici italiani, ma lo lasciamo dire alla sua Merkel che incontra il ministro Di Maio?

In occasione dell’anniversario dell’abolizione della povertà, il famoso annuncio dato dai 5Stelle, la cancelliera Merkel deve presentare Di Maio, di cui non ricorda il nome, a un alto rappresentante europeo e dice “questo è quello, coso, num me ricordo mai er nome, quello che ha abolito la povertà”.