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Sculture arboree
Andrea Gandini regala arte a Roma

Quando Napoleone Bonaparte incontrò a Parigi Antonio Canova, uno dei più grandi scultori italiani, parlarono del rapporto che Roma aveva con gli alberi e anche se Canova riferì che a Roma si preferiva piantare obelischi piuttosto che alberi, l’argomento sollevato dall’imperatore aveva piena legittimazione, perché già allora, era il 1810, Roma aveva una storia di alberi e verde da raccontare. Nel 2021 ricorre il 120esimo anniversario del passaggio di proprietà di Villa Borghese, uno dei parchi urbani più grandi e belli d’Europa, oasi naturale e architettonica nel centro della città, dalla famiglia Borghese, che ne era proprietaria, allo Stato che la acquistò per poi cederla al Comune di Roma. Nella Valle dei platani, al centro della villa, ci sono ancora 11 esemplari superstiti dei 40 platani secolari, che hanno più di 400 anni, fatti piantare nel 1600 dal cardinale Scipione Borghese, il realizzatore della villa. Da pochi giorni Villa Borghese ha un nuovo ospite, un giovane platano clonato da un albero del ‘600, riprodotto con la tecnica della talea proprio da uno degli 11 esemplari arborei superstiti. Si tratta di uno dei pochi cloni, viventi e conosciuti, di antichi platani orientali, ottenuto estirpando un ramo con una fogliolina, nato quasi per caso nell’incavo di uno degli 11 platani monumentali, denominato Adonis senior, piantato in vaso su un terrazzo dove ha cominciato  sorprendentemente a mettere nuove foglie, portato in Francia, nel giardino vivaio degli Amici di Villa Borghese, fatto crescere per sei anni e riportato a Roma per essere ricollocato a dimora. L’operazione è stata promossa dai volontari degli Amici di Villa Borghese che si prendono cura del verde nel parco e che hanno provveduto, con il Comune di Roma e i servizi connessi, a piantarlo nel viale dei platani, accanto agli alberi storici.  Adonis junior, il nome attribuito al platano, attualmente è alto 7 metri, ma può crescere fino a 25 metri, con una prospettiva di vita di mille anni. Saranno necessari circa due anni affinchè il platano metta radici e si adegui alla nuova collocazione, ma oggi è già una piccola star all’interno di un parco che ha, tra i numerosi motivi di attrazione, anche il dialogo armonioso tra natura, architettura e opere d’arte. Una bella storia romana che racconta una operazione importante per la botanica e il mondo naturalistico, che si arricchisce di nuove sfide e opportunità e che suscita anche emozione.  Ma Roma sa davvero sorprendere sempre, per creatività e sensibilità. Se si esce da Villa Borghese e si passeggia tra le vie della città, anche quelle più trafficate o nelle piazze dove giocano i bambini, si è sovente attratti da tronchi di alberi morti, tagliati sommariamente, secchi e abbandonati che sono in realtà vere e proprie sculture lignee. Ci si ferma incuriositi a osservare nei tronchi volti di persone, madonne, bambinelli, santi, personaggi storici e leggendari, gufi, cervi, elefanti, cuori che pulsano e mani protese, soggetti diversi per sculture che restituiscono vita al tronco morto. L’autore è un giovane artista romano, Andrea Gandini, che con scalpello e martello realizza, sui ceppi, una forma spontanea di arte pubblica che regala alla città, con le sculture urbane che compongono la serie “Troncomorto”. Fondazione Osservatorio Roma e America Oggi lo hanno incontrato.

La sua passione per il legno quando ha incontrato l’arte?

Tutto è nato per caso, verso i 16 anni, realizzando sculture in garage ottenute lavorando il legno di risulta che recuperavo sul Lungotevere dopo le potature degli alberi. Poi ho iniziato a farle per strada e mi sono innamorato del rapporto che le persone avevano con il mio lavoro. Per catturare queste interazioni, ho cominciato a scolpire ogni giorno i tronchi per strada, cercando di incontrare più persone possibili, vivendo la città in un modo in cui non l’avevo mai vissuta prima.

 Il Liceo Artistico Ripetta, la scuola storica di Roma che ha frequentato, che ruolo ha avuto nel suo incontro con la scultura del legno?

Ho avuto la fortuna di incontrare insegnanti di Storia dell’Arte e di materie plastiche, scultura, modellato, che mi hanno fatto appassionare alla materia e indicato una strada. Ho iniziato a scolpire i tronchi cercando di ridare loro una identità umana, perché la maggior parte dei soggetti sono volti realizzati sui tronchi. Il mio lavoro è simile a uno scavo archeologico perché nel tronco, scolpendo piano piano e togliendo l’eccesso, esce fuori quello che cerco, cioè un volto all’interno che racconta la vera identità di quell’albero ormai morto.

La sua avventura parte con il legno raccolto dalle potature degli alberi, portato in un garage e intagliato con pochi attrezzi di lavoro…

Non avendo i soldi per comprare il legno da lavorare, lo raccoglievo per strada, sui viali di Roma, dove veniva lasciato dopo le potature e lo portavo nel mio garage per lavorarlo con sgorbie e scalpelli.

E quando il legno finisce?

Ho aperto la porta del garage e fuori c’era un tronco morto che aspettava solo di essere scolpito. Ho preso coraggio e mi sono messo a lavorare in strada. Ne ho tirato fuori un volto umano con piccole decorazioni di contorno. E’ un tronco che ha avuto una storia particolare perché è stato rimosso per far posto a un nuovo albero, ma poco tempo dopo l’ho trovato esposto, come un’opera, nello studio di un architetto che lo aveva acquistato da un’altra persona ed è stato anche in mostra al Macro in occasione della Urban Reaction Figure nel 2017.  Il suo ritrovamento è servito  anche a farmi capire che le mie opere avevano già un mercato che non immaginavo.

Che volto rappresentava?

Era un volto di uomo, calvo, serio, rammaricato per la morte improvvisa dovuta a fattori estranei a quell’individuo vegetale.

Sono tanti i tronchi trasformati in sculture e opere d’arte, in molti quartieri di Roma. Come sceglie i soggetti?

I soggetti non li scelgo perché mi adatto alla forma del tronco, cercando di assecondare il più possibile il movimento naturale della pianta.

I tronchi hanno già forme o soggetti predefiniti?

Si, è così. Il tronco è un individuo a tutti gli effetti, può essere maschio o femmina, si accoppia e comunica con gli altri alberi. Lavorare su un tronco morto è come lavorare su una zanna d’avorio o un osso di balena, su qualcosa che è stato vivo, che in quel momento non lo è più ma che conserva al suo interno le venature che raccontano  una vita passata. E’ come un libro che non è ancora stato letto e che aspetta solo di essere aperto e sfogliato.

Socrate, Tiberinus, Venere di Primavalle, San Francesco e San Sebastiano, La Papessa…ogni  scultura ha un nome. Come lo sceglie?

Cerco di raccontare le storie millenarie della tradizione romana che non tutti conoscono, come quella di Tiberinus dio del Tevere, della Papessa, di Remo, il fratello morto di Romolo, per dare luce a figure della tradizione storica che sono state dimenticate.

Remo perché lo ha realizzato alla Metro SubAugusta?

Perché lì c’era un tronco che si prestava a quel soggetto, Remo, fratello del primo re di Roma. La leggenda narra che quando Remo si rese conto che Romolo si era fatto beffe di lui, cercò di ostacolarlo mentre Romolo scavava un fossato per circondare la città. Remo tentò di attraversarlo ma fu colpito e cadde nel fossato. Il luogo scelto è molto trafficato e a me fa piacere che tante persone vedano le mie sculture perché poi mi riferiscono che dopo averle viste, guardano gli altri tronchi con occhi diversi, pensando alla vita che vi si può tirar fuori.

Tiberinus che storia racconta?

Tiberinus, un tronco che ho scolpito a Viale Marconi, è uno di quegli dèi dimenticati della religione pagana, venerato da pochi pescatori. Era un deus molto importante perché rappresentava l’importanza che il fiume Tevere aveva per la città, relativamente alle attività di pesca e agli spostamenti. Secondo gli antichi viveva nel Tevere ed era l’anima del fiume.

San Francesco e San Sebastiano è una scultura doppia?

Si tratta di un’opera realizzata in un convento francescano sull’Appia che si occupa della Basilica di San Sebastiano che custodisce, sotto di essa, le Catacombe di San Sebastiano, 4 piani che si sviluppano verso il basso, con 7 Km di cunicoli, sui resti di una città romana e parte di una città etrusca, un luogo che ha rappresentato una realtà molto importante per i romani dell’epoca premedievale. Il tronco da cui ho ricavato la scultura è morto anni fa, colpito da un fulmine che lo ha ucciso, lasciando un solco profondo. Il fulmine si è  anche abbattuto sul timpano della basilica rompendo una croce di travertino.

La Papessa a chi è dedicata?

La Papessa, scolpita sul Lungotevere, racconta la leggenda di una donna che ha cercato di diventare papa, ma non ci è riuscita perché, avendo rotto il voto di castità ed essendo rimasta incinta, ha partorito proprio durante l’investitura a papa.

Ci sono strade, Via Cola di Rienzo in Prati, dove il soggetto di ogni scultura è un animale. Il contesto urbano influenza la scelta?

Il contesto urbano è fondamentale. Spesso ho scolpito, anche inconsapevolmente, ritratti di barboni che vivevano il luogo in cui lavoravo. Erano poi le stesse persone che appartenevano a quella specifica comunità del quartiere, che mi facevano notare le somiglianze con il tal barbone, conosciuto da tutti.

Cosa si prova a scolpire un tronco davanti a chi si ferma ad ammirare?

Mi piace ascoltare storie, incontrare gente e interagire con la comunità di persone che vive il luogo e che poi vivrà quotidianamente la scultura, che rimane lì, per tutti.

La stampa italiana e internazionale ha dedicato grande attenzione alla sua storia. Le piace il modo in cui è stata raccontata o vuole aggiungere altro?

Sono molto contento per come viene considerato il mio lavoro, perché ogni opera vale tanto quanto l’interazione che riesce a creare con le persone che la vivono e la vedono quotidianamente.

L’ arte di regalare arte alla sua città è un grande merito. Quante opere ha già lasciato in giro per Roma?

Circa 60.

La prima scultura realizzata è  l’Uomo serio, l’ultima?

Socrate, nel quartiere Prati.

“Segnalami un tronco” è una iniziativa social rivolta ai cittadini per segnalarle un tronco da scolpire. Qual è la finalità?

E’una iniziativa importante perché i cittadini possono mandarmi le foto di un tronco a loro parere meritevole di essere scolpito, con l’indirizzo del luogo in cui si trova. Cerco di scegliere i tronchi segnalati da un maggior numero di persone perché è un segno che davvero tanta gente ne desidera la trasformazione.

Andrea Gandini, 23 anni, artista talentuoso e generoso,  regala arte alla sua città, in cambio di cosa?

A me basta che le persone, vedendo il mio lavoro, sentano battere il cuore più velocemente e che l’adrenalina scorra nel loro sangue, anche per una frazione di secondo. In questo modo avremo condiviso un’emozione.