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Cento anni di Nino Manfredi
Uno, nessuno, cento Nino

Il 22 marzo 1921 nasceva Nino Manfredi, all’anagrafe Saturnino, un nome che porta con sé le origini ciociare del piccolo comune dove è nato, Castro dei Volsci, in provincia di Frosinone, che è nella storia dell’uomo e dell’artista. Bastiano il barista di Ceccano, uno dei primi personaggi che lo ha fatto conoscere e amare dal pubblico italiano nella Canzonissima del 1959, parlava il dialetto ciociaro,  quello di cui, analogamente ad altri dialetti, Nino Manfredi rivendicava l’essenzialità come espressione  autenticamente popolare e lingua dei sentimenti. Nino era orgoglioso del suo dialetto ciocio-romano, ricco di consonanti, sabbato con tre b perché due me le porto dalla Ciociaria e una pecchè so romano”, pronunciato con il naso, cantato al Festival di Sanremo con la canzone scritta da Petrolini, Tanto pè cantà, perché me sento un friccico ner core, per affermare la sua identità, trasponendola in un punto di forza artistico. Nino Manfredi era colto e preparato e non solo per la laurea in Giurisprudenza presa per accontentare il padre Romeo, severo maresciallo di Pubblica Sicurezza che l’aveva pretesa, ma per gli studi, seri e appassionati, compiuti all’Accademia di Arte Drammatica. Nino fu per tutta la vita, uno studioso dei ruoli che interpretava, riuscendo a mimetizzarsi per lasciare uscire, di volta in volta, nuovi personaggi per nuove situazioni. Un artista dall’anima moderna e contemporanea, attore, cantante, doppiatore, regista, interprete del teatro popolare e colto, personaggio televisivo, intrattenitore e inconfondibile testimonial di spot pubblicitari. La storia artistica di Nino Manfredi sopravvive alla storia personale, che si interrompe nel giugno del 2004, a 83 anni. Oggi si celebra un centenario che sa di storia e attualità, perché i suoi sguardi, le battute, i modi di dire, gli innumerevoli personaggi interpretati, appartengono ancora al nostro tempo che ama e amerà sempre il Geppetto dei giorni felici, interpretato, come diceva il regista Luigi Comencini, dall’unico attore che potesse parlare con un pezzo di legno. Fondazione Osservatorio Roma e America Oggi incontrano Luca Manfredi, figlio di Nino, che omaggia il padre e l’artista con un docufilm “Uno, nessuno, cento Nino” e un libro, “Un friccico ner core”.

Un film e un libro, omaggi artistici o personali?

Per ricordare, festeggiare e celebrare i 100 anni dalla nascita di Nino Manfredi, ho girato un film documentario che è un lungo viaggio nella sua memoria artistica e privata e ho scritto un libro che racconta mio padre Nino visto da me. La RAI e Sky Arte trasmettono il film il 22 marzo, giorno del centenario, il libro, edito da RAI ERI, è già nelle librerie. E’ un omaggio artistico e personale.

“Uno, nessuno, cento Nino”. Perché un titolo pirandelliano?

Il titolo allude ironicamente ai 100 volti di Nino, uomo e artista complesso, ai 100 personaggi dei suoi film e ai 100 anni che avrebbe compiuto. Racconta Nino Manfredi, uomo e attore, nel ricordo che la sua famiglia e gli amici ricostruiscono, con un lungo viaggio nel suo percorso artistico e privato, impreziosito dalla testimonianza diretta di Nino che  avevo acquisito in occasione dei suoi 80 anni, quando girai un documentario per il Centro Sperimentale di Cinematografia, con Nino che per la prima volta raccontava la sua vita. Un materiale assolutamente inedito, bello e prezioso, utilizzato fino a oggi solo a scopo didattico all’interno della scuola e ora inserito nel film che celebra il centenario.

Nino Manfredi rimane nell’immaginario collettivo, con la sua vita ricca di temi e intuizioni che hanno precorso i tempi. Che storia racconta?

E’ la storia un po' speciale di un ragazzino ciociaro che migra a Roma con la famiglia durante il fascismo, si ammala di tubercolosi e sfugge miracolosamente alla morte, dopo 3 anni passati in sanatorio e un paio di estreme unzioni. Dimesso dall’ospedale, cagionevole di salute, non potendo più giocare a pallone, correre e fare tutto quello che i ragazzi amavano fare, riceve da Don Fiorenzo, parroco della chiesa di via Gallia dove viveva, il compito di gestire il teatrino della parrocchia. Nino comincia a fare buffi ruoli femminili, all’epoca  ancora recitati dai maschi, come nel teatro antico. Carlo Campanini, il grande attore e cantante, lo nota e lo incoraggia a coltivare il talento comico ma Nino risponde che deve diventare avvocato perché è quella la strada che suo padre, severo maresciallo di polizia, ha scelto per lui. Un giorno accompagna per caso un suo amico all’Accademia d’Arte drammatica e scopre, con sua grande sorpresa, che esistevano scuole per studiare e diventare attore di professione. Si iscrive, supera l’esame di ammissione e dopo essersi laureato in Giurisprudenza, si diploma anche all’Accademia, diventando uno dei più grandi attori italiani.

Quanto sono state importanti le origini ciociare, sempre orgogliosamente ricordate?

Castro dei Volsci dove è nato, il nonno Giovanni, partito “per un par d’anni” in America, dove è in realtà rimasto 32 anni a fare il minatore e che al ritorno raccontava il fascino di un mondo molto distante da quello contadino in cui Nino viveva, hanno avuto sempre grande importanza per mio padre, anche quando dal paese si trasferì a Roma.

Che rapporto ha avuto con Roma?

Arrivò a Roma adolescente e si ammalò subito di pleurite bilaterale che si trasformò in tubercolosi. Era appassionato di bicicletta, ma non poteva permettersela e pur di pedalare, si iscrisse agli Avanguardisti Ciclisti che per coltivare forza e vigore fisico, lo portavano a fare lunghe biciclettate ai Castelli Romani. Fu ricoverato per 3 anni in sanatorio e si salvò per miracolo, fu infatti l’unico della sua camerata a sopravvivere. Da questa esperienza terribile, che lo ha segnato per tutta la vita, è nato il suo film autobiografico “Per grazia ricevuta”, una riflessione sulla cattiva educazione religiosa e sulla superstizione. Nino assisteva ogni giorno alle preghiere che questi ragazzi recitavano nella cappella dell’ospedale Forlanini chiedendo di essere guariti ma poi li vedeva morire tutti. Un’esperienza che non ha mai superato.

E’ questa la ragione del suo ateismo?

Principalmente sì anche se mio padre aveva un dialogo personale con Dio.

E quindi non era ateo

Lo era ma a modo suo. Ricordo che una volta eravamo a pranzo e il telegiornale dette la notizia che un pullman di studenti si era rovesciato in una scarpata ed erano morti tutti, perché l’autista si era addormentato. Mio padre guardò il cielo e a voce alta disse: “ma nun lo potevi tenèsveglio quello, ma cosa ti costava?” Nino è stato sempre alla ricerca di Dio, un Dio che però non ha mai trovato.

Quali sono stati i luoghi di Roma simbolicamente significativi per Nino Manfredi?

Il quartiere San Giovanni, dove ha vissuto con la famiglia appena arrivato a Roma, la parrocchia di via Gallia dove ha scoperto la passione per la recitazione, l’Aventino dove ha girato il film di Ettore Scola “C’eravamo tanto amati”, in un villino diroccato che era in vendita e che comprò, facendolo diventare la casa della nostra famiglia. Il lusso e l’esclusività dell’Aventino sembravano non appartenergli e quindi, per ricreare l’ambiente delle sue origini ciociare, fece piantare in giardino lo stesso nespolo che aveva il nonno a Castro dei Volsci e fece costruire un pollaio, che curava personalmente perchè gli ricordava la vita contadina che aveva conosciuto in Ciociaria.

 Uno dei viali del Giardino degli Aranci, amato da Nino che proprio lì decise di accettare il ruolo di Geppetto, oggi porta il suo nome…Viale Nino Manfredi

Il Giardino degli Aranci è proprio di fronte al nostro villino e mio padre vi andava spesso, soprattutto per concentrarsi e studiare i suoi copioni. Quando Luigi Comencini lo chiamò per interpretare Geppetto, Nino gli chiese perché avesse pensato proprio a lui che aveva solo 50 anni e non a un attore più anziano. Comencini rispose “Perché lei, Manfredi, è l’unico attore che può parlare con un pezzo di legno”. Mio padre, carico di questa responsabilità, andò al Giardino degli Aranci per studiare gli anziani che lì passavano il tempo, cercando di cogliere sguardi e atteggiamenti che avrebbero potuto aiutarlo a interpretare un personaggio  più vecchio di lui.  Un giorno osservò un nonno guardare la sua nipotina che parlava con un bambolotto ed ebbe una folgorazione, perché pensò che lui non doveva interpretare Geppetto come un anziano, ma con il candore e l’innocenza di un bambino che parla con il suo bambolotto. Proprio nel Giardino degli Aranci, Nino intuì la chiave interpretativa di un personaggio che è nella memoria di tutti.

“Un friccico ner core” è il titolo del suo libro dedicato a Nino Manfredi. Un libro per?

“Un friccico ner core” ha un significato profondo. E’ un frammento della famosa canzone “Tanto pè cantà”, scritta da Petrolini nel 1932 e che mio padre portò al Festival di Sanremo nel 1970 come cantante ospite, riscuotendo grande successo. E’ una canzone allegra solo in apparenza perché quel friccico ner core riporta a un problema cardiaco, una grave angina pectoris che costrinse Petrolini ad abbandonare le scene nel 1935. Ho scelto questo titolo perché un friccico ner core racconta i diversi stati d’animo che ho provato per mio padre, sentimenti di grande affetto, emozione, ammirazione ma anche dispiacere per le sue frequenti assenze come genitore. Il libro è un diario di bordo personale del mio, non sempre facile, rapporto con lui ma è anche un ritratto affettuoso della sua complessa personalità di uomo e di artista.

Complessa personalità di uomo e di artista perché?

E’ stato un uomo tormentato, mai risolto. Nei suoi personaggi è sempre riuscito a trasferire una doppia anima, diventata poi la sua chiave interpretativa e il suo stile, con l’aspetto più ironico e lieve che strappava un sorriso e con l’aspetto più malinconico e drammatico che faceva riflettere. Tutto con grande dignità e onestà, senza quel cinismo che avevano altri grandi personaggi come Gassman e Sordi. Nino aveva sempre una doppia anima.

Nino Manfredi studiava con attenzione i suoi personaggi?

E’stato interprete di un cinema moderno e coraggioso, interprete della perdenza, di personaggi sconfitti dalla vita come l’emigrante di “Pane e cioccolata” ma anche di personaggi lievi e ironici, che cercano una rivincita, come il barbiere  di “Straziami ma di baci saziami”. La recitazione, solo apparentemente naturale, è frutto di uno studio approfondito e quasi maniacale. Nino aveva imparato, dal suo maestro d’Accademia Orazio Costa, a esprimersi con il corpo prima che con la parola, infatti sapeva fare la pioggia, il vento, il cielo, la formica. Dino Risi lo definiva l’orologiaio, per la precisione con cui costruiva i suoi personaggi, sempre alla ricerca di un tic, di una caratterizzazione fisico-lessicale, tipica degli attori di scuola americana. Nino era un camaleonte, si mimetizzava con la pelle dei personaggi che interpretava, facendo sparire se stesso. Silvio d’Amico, allora presidente dell’Accademia che in seguito porterà il suo nome, aveva individuato in lui l’ironia, un valore aggiunto che gli faceva affrontare anche i ruoli drammatici con il sorriso.

Il libro come racconta la complessità dell’uomo?

I 3 anni trascorsi in sanatorio, vissuti tra la vita e la morte, vedendo morire tutti i suoi compagni, lo hanno segnato per tutta la vita. Il primario che lo dimise, gli fece tutta una serie di raccomandazioni sulle cose da non fare perché avrebbe rischiato di morire, perfino di non baciare le ragazze, che Nino, dal giorno dopo, disattese completamente, dicendo, citando Petrolini “Se devo morì, mica posso morì guarito”. La sua complessità nasce dall’essersi portato sempre dietro il dramma del mistero della vita, per come lo aveva vissuto in sanatorio. Questo determinò in lui una crisi profonda, rimasta irrisolta per tutta la vita.

E’ a questo che si deve il suo desiderio di esperienze e l’ardente vitalità?

Ha deciso di vivere giorno per giorno, con fame di vita e voglia di esserci, pensando costantemente che la sua vita sarebbe durata poco. Forse è per questo che non ho mai visto mio padre completamente felice.

Il libro racconta il rapporto fondamentale con la moglie Erminia Ferrari, una donna bella, saggia e coraggiosa

Il libro racconta innanzitutto il mio rapporto con papà, nel bene e nel male, ma anche della famiglia e di mia madre, donna straordinaria che è stata bravissima a gestire Nino, un uomo molto complesso. Senza mia madre, mio padre  non sarebbe stato Nino Manfredi. C’è un film molto bello che mio padre interpretò nel 1967, “Il padre di famiglia”, di Nanni Loy, con Totò che morì durante le riprese, sostituito da Tognazzi, che ricorda molto le nostre dinamiche famigliari. Il protagonista del film non era il padre di famiglia, interpretato da Nino, ma sua moglie, che teneva insieme i pezzi della famiglia. Una trasposizione perfetta della nostra vita.

Nino Manfredi e Toto’

Nino lo considerava un genio, l’ultima grande maschera della commedia dell’arte italiana, ne aveva grande stima e lo chiamava Principe, dandogli del “lei”. Avevano già lavorato insieme in un film di Dino Risi, “Operazione San Gennaro” ed è lì che avevano stretto amicizia.

Nino Manfredi è stato anche un popolare testimonial pubblicitario, i suoi slogan sono ancora nel linguaggio comune

 E’stata la pubblicità per il caffè Lavazza a farci incontrare professionalmente, perché io in realtà venivo da studi di medicina all’università e mio padre non era soddisfatto dell’umorismo sabaudo che l’agenzia di pubblicità gli proponeva. Mi chiese di scrivere piccole sceneggiature più adatte al suo stile umoristico, lo feci, piacquero e in 15 anni di fortunata collaborazione, l’ho diretto in più di 100 spot del “più lo mandi giù e più ti tira su”.

Come vorrebbe fosse ricordato Nino Manfredi?

Essere suo figlio è già una condizione speciale, significa accendere la tv e imbattermi nei suoi film, con battute che conosco a memoria ma che continuano a parlarmi e a farmi commuovere. E’ come se fosse ancora qui con noi, perché la sua arte lo ha reso immortale.