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RINO BARILLARI
The King of Paparazzi

Chi è il paparazzo, cosa fa e come vive è noto in tutto il mondo, da quando il binomio magico del cinema italiano, Fellini-Flaiano, inventò un nome destinato a entrare nella storia, non solo del fotogiornalismo. Il paparazzo nasce a Roma, negli anni in cui il film “La Dolce Vita” racconterà, rendendola iconica, una città che il cinema internazionale chiamerà la Hollywood sul Tevere, dove le star sbarcavano al nuovo Aeroporto di Fiumicino attratte dalle produzioni internazionali che giravano a Cinecittà. Era una Roma splendida che si mostrava al mondo e via Veneto faceva da ribalta a carriere, amori, tradimenti che si consumavano la sera tra i tavolini dei caffè all’aperto. Al paparazzo bastava poco, una macchina fotografica, un flash, intuito, fiuto, passione, slang italoamericano e lo scatto poteva essere quello giusto, esclusivo e super pagato che in poche ore faceva il giro del mondo. Quello dei paparazzi è un mondo e ha un suo re, ancora in carica, anche in una Roma non più da “dolce vita”, popolata da personaggi senza storia, interessati solo alle storie social, con telefoni dallo scatto compulsivo e foto che si consumano senza costruire memoria. Fondazione Osservatorio Roma e America Oggi incontrano Rino Barillari, acclarato “King of Paparazzi”, insignito di onorificenze, celebrato da mostre, al MAXXI e in giro per l’Italia, per conoscere la sua vita da segugio, tra cronaca rosa e nera, in cui ha rischiato, scattato, scazzottato e raccontato. 165 ricoveri al Pronto Soccorso, 11 costole rotte, ha ricevuto manganellate, botte e una coltellata. Coinvolto in sparatorie e incidenti, ha avuto 76 macchine fotografiche distrutte e 40 flash divelti. E tutto per cogliere scatti, nati per la cronaca ed entrati nella storia.

Dalla Comet Bencini, la sua prima macchina fotografica alle strumentazioni ipertecnologiche di oggi, la passione per lo scatto è sempre la stessa?

E’ uguale, anche se oggi è più facile entrare nella vita privata dei personaggi attraverso macchine che consentono, da una distanza di 200, 300 metri di cogliere immagini senza che se ne accorgano e che finiranno su settimanali e giornali.

Lei ha anticipato alcune tecnologie da 007 della scatto…macchina fotografica nel taschino, nell’orologio. Si è fatto più amici o nemici?

Ho molti più  amici di prima che continuano a darmi notizie, quelle vere non quelle che oggi vengono spacciate per notizie da pseudo personaggi che inondano la rete di cose che li riguardano, la prima notte di matrimonio, i regali, il trucco, cose minime. Sono spesso personaggi senza storia, con l’unica ambizione di rendersi visibili, per andare in televisione e fare solo casino. Altri erano i tempi in cui i personaggi, del cinema, teatro e televisione, che una storia l’avevano eccome, ti davano una notizia che riempiva tre copertine di settimanali. Oggi i personaggi veri, ci sono ancora, ma sono pochi.

La sua attività di fotoreporter, nota in tutto il mondo, è cominciata a Fontana di Trevi aiutando gli “scattini”. Chi erano e in cosa li aiutava?

Erano gli anni dell’Italia super miracolosa, 1959-1960, i quotidiani più importanti, Il Messaggero, Il Tempo, Paese Sera e l’Unità, uscivano con 14/15 pagine di annunci economici. Le persone offrivano lavoro, c’era fermento economico in tutte le attività, si costruiva, si apriva unv negozio dopo l’altro, si inauguravano bar, l’Italia e Roma in particolare era beautiful. Io amavo stare a Fontana di Trevi, mi piaceva osservare la gente, avevo imparato qualche parola d’inglese, giocavo con gli stranieri che buttavano le monetine nella fontana, come da tradizione, anche dai pullman che allora transitavano nella piazza. Raccoglievo le monete che cadevano al di fuori, spesso trovavo un quarto di dollaro e a quell’epoca erano soldi.  A fine giornata andavo in Via della Vergine, mi facevo cambiare le monete, compravo un tramezzino e un panino e così riuscivo a sbarcare il lunario. In Piazza Fontana di Trevi c’erano  gli scattini, fotografi importanti e attrezzati per immortalare lo scatto del momento in cui una coppia di turisti, fidanzati, sposi in viaggio di nozze,  spesso americani, lanciavano le monete nella fontana per esprimere un desiderio, dicendo “three coins in the fountain, una per l’amore, una per la felicità e un’altra per tornare presto a Roma. Gli scattini prendevano il nome e il cognome della coppia, l’albergo dove alloggiavano, le dimensioni delle foto, il numero delle copie  e in serata consegnavano la busta in albergo. Se partivano, le foto si spedivano nel luogo in cui risiedevano. All’epoca nessuno girava con la macchina fotografica e riuscire ad avere un ricordo della propria visita a Roma, sembrava quasi una magia. Io aiutavo i fotografi a fermare il traffico delle persone attorno alla fontana, affinchè la foto venisse pulita, solo con i soggetti da fotografare. Un giorno un fotografo mi lascia la sua macchina, una Rolleiflex, con il flash Brown, 3 metri e 11, mezzo lampo e io ho scattato più foto di lui, con più clienti, guadagnando più soldi. Lì è scattata  per me la molla, anche perché mi ero accorto che verso le 2, le 3 di notte, arrivavano tanti personaggi famosi. Ho comprato una Comet Bencini a Porta Portese e ho fatto i primi scatti, li ho portati alla Associated Press, dove svilupparono il rullino, scelsero gli scatti e me li pagarono. E’ cominciato così un lavoro emozionante, scattavo, portavo all’Ansa e alle altre agenzie che compravano le foto. In breve tempo mi ero già organizzato. Avevo però bisogno di un’agenzia e un giorno capito per caso dove lavorava Tazio Secchiaroli, uno dei più grandi fotografi italiani del Novecento e della Dolce Vita. Mi metto a disposizione solo i per vedere lui e gli altri fotografi lavorare, imparando moltissimo da quell’esperienza. Subito dopo mi sono comprato le attrezzature e ho cominciato a lavorare da solo, in via Condotti di giorno, a Piazza di Spagna, via Borgognona, via Frattina e piazza del Popolo, dove allora c’era la RAI e dove arrivavano tanti personaggi. Parcheggiavano tutti le auto in piazza, ed era semplice intervistarli e avvicinarli. Fantastic. Facevo 3 soli scatti, era una foto. Oggi se incontro un personaggio ne faccio 150, ma la foto è sempre e solo una.

Rino Barillari appartiene profondamente a Roma e Roma a Barillari. La sua straordinaria carriera sarebbe stata la stessa in un’altra città?

No, perché in un’altra città non c’era Fellini, non c’era il Vaticano e il concetto di peccato, cosa si può fare e cosa no. Fellini con il film “La Dolce Vita” ha scatenato il mondo, ha creato una magia unica, ha rotto gli schemi, raccontando una città dove non c’era il divorzio ma c’era il tradimento, c’era il Vaticano ma si peccava. La Roma della “Dolce Vita” è stata bellissima e irripetibile ma è cominciata prima del film, nel dopoguerra, quando sono arrivati i soldi americani del Piano Marshall, che hanno permesso di fare investimenti e hanno favorito la nascita di una classe sociale che maneggiava soldi, la sera andava nei locali, frequentava i night-clubs. Roma diventa la Mecca del cinema, Cinecittà produceva 350 film l’anno, arrivavano donne bellissime, ma Roma era anche bigotta,  non ci si poteva baciare per strada altrimenti si prendevano multe, né portare la cavigliera, né truccare eccessivamente, Oh my God!

La Roma della Dolce Vita come era?

Bellissima e positiva, perché si era convinti che si sarebbe stati sempre meglio. Non fu così, arriva il ’68 ed è subito tragedy. Ogni sabato cominciano le manifestazioni politiche, gli studenti, gli operai in aiuto degli studenti all’università, il 6 politico, la guerra tra Israele e Palestina, i dirottamenti aerei, i delitti, le pagine buie del terrorismo. Roma e il Paese cominciavano a cambiare volto.

Per una narrazione completa della Dolce Vita, oggi pubblicherebbe altre foto, oltre quelle già pubblicate?

Caspita! Ho molte foto inedite che allora non sono state capite, la mentalità non era ancora matura per apprezzarle. A me piacciono le foto in movimento, mosse, non ben riuscite, un fotogiornalismo che fa impazzire at distance.

Inedite perché non le ha volute nessuno o perché si è fermato lei dal pubblicarle? Davanti a chi e a cosa si ferma il Re dei Paparazzi?

Custodisco moltissime foto che non sono più mie, ma della gente, sono i loro ricordi personali in una Italia meravigliosa, che allora era invidiata da tutti. Il valore della foto è proprio quello di custodire memoria, il contrario di quello che avviene oggi, dove si scatta, si mette sui social e finished, falliment,  ce l’hanno tutti e quindi lo scatto non esiste più.

Lei ha documentato anche le pagine buie della cronaca nera e del terrorismo. In quel caso il paparazzo cosa diventa e soprattutto come si sente?

Anche il paparazzo ha un cuore, ho pianto davanti a scene di morti ammazzati, di ragazzi trovati morti per droga su una bicicletta. Foto che non fanno piacere ma sono necessarie perché fanno riflettere.

Lo scatto del cuore qual è?

L’immagine complessiva di un’Italia sorridente, bella, solidale.

Da cosa si è fatto guidare per raccontare 60 anni di Roma nel mondo e quale pista segue per catturare lo scatto giusto?

Se penso all’art. 21 della Costituzione (la stampa non può essere oggetto ad autorizzazioni o censure n.d.r) no problem, se invece penso alla legge sulla privacy, dovrei cambiare mestiere, perché nel momento in cui scatto, scatto e basta, non posso pensare alla privacy della persona o ad altre cose correlate. Dopo si vedrà, ma se una foto èj poi coperta e bloccata dalla privacy, significa che è una foto che appartiene alla storia e che hanno vinto i vincitori.

Un suo scatto fatto per la cronaca entrato poi nella storia?

Purtroppo sono le foto dei fatti di terrorismo. Ma a volte e per ragioni diverse, anche un viso che sorride o un piccolo bacio può entrare nella storia. Ed è bellissimo.

Come si sta a fare una vita da segugio?

Con molte limitazioni a livello famigliare, perché in qualsiasi momento, del giorno e della notte, bisogna essere pronti a scappare. E questo non può essere capito né accettato da moglie e figli. Consiglio ai fotoreporter di sposarsi con calma, perché l’età più bella è dopo i 60 anni, sempre se sopravvivono (ride).

RINO BARILLARI. THE KING OF PAPARAZZI è una mostra che il MAXXI le ha dedicato. 100 scatti rubati, su milioni di scatti. Le è piaciuta la selezione delle foto e il criterio con cui è stata effettuata?

E’ una mostra allestita con foto che interessano la gente, di qualunque estrazione sociale, perché fanno riflettere su tutti i momenti che abbiamo vissuto. Sono foto che raccontano tutto, la bellezza dell’Italia, la magia della Dolce Vita, gli anni bui del terrorismo, i morti per droga, i delitti, la politica, la Chiesa.

Ha fotografato anche i Papi?

Si, ho anche uno scatto bellissimo di Papa Giovanni Paolo II che gioca a bocce con gli anziani.  Ratzinger l’ho fotografato prima che diventasse Papa, scattandogli tante fotografie come se fosse il Papa e lui mi dice “Mica sono Sua Santità”.  Lo è diventato.

La mostra “Una vita da Paparazzo” è appena stata inaugurata a Todi. Sono mostre che raccontano Rino Barillari che a sua volta racconta l’Italia. Che effetto le fa?

Eh, un certo effetto lo fa. E’ storia, è materiale che la gente deve vedere, soprattutto i giovani nelle scuole, perché una foto vale più di 5 cartelle scritte.

Una foto per lei cos’è?

E’ la storia, senza la foto la storia come la racconti? Parli di Aldo Moro ma se non hlai la foto di Moro dentro la Renault dove fu trovato il corpo in via Caetani, è fantasy. Quella è la nostra storia, una storia per la quale ancora stiamo soffrendo e di cui ancora non si conosce tutta la verità.

Lei a 14 anni, dalla Calabria, scelse Roma. Attratto da cosa?

Scelsi Roma perché i soldi che avevo mi bastavano per arrivare a Roma. Ringrazio questa città e i romani, che sono stati tutto per me, genitori, fratelli, amici. Ho cercato, fin da ragazzo, di essere una persona seria e credibile e questo credo i romani lo abbiano sempre percepito. Ho avuto rispetto di questa città che ora però sta vivendo tempi difficili, tra buche, sporcizia e abbandono. Peccato. Speriamo si possa recuperare.

Scatti e botte raccontano la sua vita. Ne ha prese molte? Ne ha anche date?

165 volte ricoverato in ospedale. Nel periodo della Dolce Vita, le star, soprattutto americane, cercavano lo scontro perché sapevano che solo così, sarebbero arrivate sulle riviste di tutto il mondo, New York Times, Paris Match. Un attore che a Roma, la città dei 7 colli, quella che tutto il mondo ci invidiava, fa a botte con il paparazzo, garantiva una visibilità internazionale che altrimenti non avrebbe avuto.

Erano le star americane che la buttavano in caciara?

Ma certo, altrimenti se ne stavano a casa. La lite con Peter O’Tools nel 1963, fece il giro del mondo. Lui aveva da poco girato Lawrence d’Arabia, era bellissimo, va  di notte in un locale con un’ attrice, esce ubriaco, lo fotografo, mi rincorre, mi spacca la macchina fotografica e  l’orecchio, arriva la polizia che lo ferma, io trasportato in autombulanza in ospedale, mio padre sporge denuncia perché ero minorenne, pochi mesi dopo avvocati londinesi fanno un accordo risarcitorio di 1 milione di lire, una cifra allora importante. E’ una storia che racconta un’epoca.

Nel mondo dei paparazzi, soprattutto negli anni della Dolce Vita, sono girati un sacco di soldi. Valeva più lo scatto di un tradimento o quello di un nuovo amore?

Dipende dal personaggio. In quegli anni tutto quello che riguardava Liz Taylor era uno scoop, qualunque cosa facesse.  Lo stesso interesse c’era per Brigitte Bardot, Claudia Cardinale era fantastic, Sophia Loren ancor di più, Silvana Pampanini ugualmente, Alberto Sordi, lo scapolo d’oro del cinema italiano, lo seguivamo sempre perchè non riusciva a trovare una fidanzata. C’erano tanti elementi che contribuivano ad alimentare scoop internazionali.

Se deve scegliere un solo scatto…tradimento o nuovo amore?

Nuovo amore, anche il paparazzo ha rispetto per chi ama.

Una curiosità. La Roma della Dolce Vita era davvero così dolce?

Dolcissima. Fantastic. Wonderful.