Post

Regina Schrecker
veste le donne della Divina Commedia

Francesca da Rimini, Pia dé Tolomei e Beatrice sono tre donne simbolo rese immortali da Dante nella Divina Commedia. Francesca è raccontata dal Sommo Poeta nel V canto dell’Inferno, nel girone dei lussuriosi, dove sconta la pena eterna insieme a Paolo, fratello del marito, di cui si era innamorata, entrando in una relazione d’amore proibita, interrotta dalla mano assassina del marito tradito che uccide entrambi. Pia dé Tolomei è una nobildonna senese spinta dal marito giù da una torre per una presunta infedeltà, che Dante colloca nel V Canto del Purgatorio, tra i “morti per forza”. Beatrice è la donna amata da Dante, ispiratrice della sua poesia, una figura angelicata e spirituale che guida il Poeta nella cantica dedicata al Paradiso. Le storie tragiche di Francesca e Pia appartengono alla letteratura mondiale che le ha contestualizzate storicamente e lette nel profondo significato allegorico che Dante ha attribuito a ciascuna. Il sentimento del Sommo Poeta per Beatrice, incontrata all’età di 9 anni, è nell’immaginario di ogni amore spirituale. Ma come vestivano le tre donne nel Trecento? I colori della Maremma e della campagna senese si riflettevano nella scelta degli abiti? Creare un abito con una ricostruzione storica accurata, per vestire una donna consegnata alla letteratura di ogni tempo, è una sfida da affrontare con coraggio. Regina Schrecker ha vestito Francesca, Pia e Beatrice e i suoi abiti sono oggi esposti a Roma, nel Portico del Conservatorio di Santa Cecilia, nella mostra di Corrado Veneziano “ISBN. Dante e altre visioni”. Fondazione Osservatorio Roma e America Oggi incontrano la stilista, regina d’arte e di moda, mitteleuropea per formazione, fiorentina di adozione, artista per tradizione familiare, introdotta alla letteratura dal colto nonno generale prussiano, appassionata di Pop Art e di Andy Warhol, di cui è stata amica, ammiratrice, ispiratrice. E’ la storia di una icona di bellezza, eletta Lady Universo, che incrocia arte, letteratura, imprenditoria e progetta una pièce teatrale in cui le tre donne dantesche che ha vestito, si incontrano e parlano, attraverso le loro storie, alle donne della generazione 2.0.

Come vive Dante una donna cosmopolita, tedesca di nascita, mitteleuropea di formazione e fiorentina di adozione?

Firenze mi ha adottato e Dante fa parte della vita fiorentina, ancora oggi la sua lingua appartiene alla città ed è possibile incontrare tanti Dante e tante Beatrice in giro per le strade. Dante a Firenze è una presenza viva.

Le sue creazioni sartoriali per Francesca, Pia e Beatrice sottendono la preparazione di un progetto artistico affascinante, una pièce teatrale in cui le tre donne dantesche parlano alle donne contemporanee delle loro esperienze di vita. Dante è proprio così eterno?

Certamente lo è. Il suo viaggio ha descritto la vita al di là del  mondo, dove Dante è guidato e salvato da Beatrice, affrontando temi e  personaggi universali e quindi eterni. Le donne celebrate da Dante possono parlare alle donne di oggi di problematiche legate al loro status, alla differenza di genere che ancora è un problema irrisolto e lo è a livello globale. Francesca da Rimini e Pia dè Tolomei sono morte ammazzate dai mariti, con femminicidi ante litteram.

Il Teatro quale messaggio può comunicare?

Il Teatro sollecita una riflessione sul tema e accende un faro. In tutte le Opere di Puccini, Verdi, ci sono sempre donne morte tragicamente, Tosca, Madama Butterfly, rappresentate come grandi eroine specchio del loro tempo, un tempo che purtroppo non è ancora completamente cambiato. Le donne devono ancora imparare a difendersi.

Francesca, Pia e Beatrice cosa rappresentano per Dante?

La personificazione del dilemma umano. Dante sviene quando Francesca gli racconta la sua storia, è incredulo quando ascolta come Pia sia stata buttata giù dalla torre. Il grande tema è come le donne sono state considerate e trattate nella storia.

Come ha vestito Francesca da Rimini?

Con un abito leggiadro, in cui predomina il rosso, forte e passionale, con un tessuto in seta, doppiato in due toni di blue che va verso il verde. Francesca conosce la passione con Paolo, il cognato, leggendo un libro “Galeotto fu il libro e chi lo scrisse. Ginevra e Lancillotto”. E’ un abito molto contemporaneo che può essere anche un costume d’opera perché esprime un sentimento universale.

E Pia de’ Tolomei?

Pia è più donna rispetto a Francesca che era appena una fanciulla, seppur già sposata. Pia è la seconda moglie dell’uomo che l’ha uccisa, è una nobildonna senese che va a vivere in Maremma, il luogo che mi ha ispirato per i colori tipici di quella terra, il verde scuro del fogliame e il giallo delle ginestre selvatiche. Ho vestito Pia pensandola come una senese per bene che va a vivere in un posto selvatico. E’ un abito realizzato con un tessuto pesante, perché pesante è stata la sua vicenda umana. “Ricordati di me che son la Pia”.

E Beatrice?

Beatrice arriva direttamente dal Paradiso e l’ho vestita con un bellissimo color rosa orchidea che ricorda un raggio di sole filtrato da una nuvola che lo attraversa. Beatrice doveva essere eterea ma l’abito non poteva essere bianco perché è il colore degli angeli, né azzurro perché è il colore della Madonna. Ho pensato a un abito rosa orchidea, a taglio impero con uno splendido mantello di pizzo. Tutti e tre gli abiti sono concepiti in base alle ricostruzioni storiche del periodo in cui sono vissute, riprodotti esattamente sulle forme e la silouhette delle donne matrone del Trecento.

Regina Schrecker può raccontare la moda da ogni angolazione ma anche l’arte. Come le fa dialogare?

Sono cresciuta in una famiglia di artisti, mia madre era un grafico, c’erano pittori e scultori. Sono entrata nella moda come modella, avvicinata per caso a Firenze, in un caffè storico, da un grande stilista, il marchese Emilio Pucci, che mi invitò a visitare il suo atelier ma qualcosa non mi convinse, era per me un ambiente molto statico e non accettai di sfilare per lui, che pur rappresentava il sogno di tutte le ragazze che volevano entrare nella moda. Milano, dove frequentavo l’Università Cattolica, mi ha offerto la possibilità di girare i primi Caroselli, che sono stati fondamentali per la televisione italiana. E’ partita da lì la mia notorietà, venivo riconosciuta, fermata per strada, collaboravo con Jonny Dorelli e molti grandi personaggi dello spettacolo italiano. Quando sono stata eletta Lady Universo, ho cambiato prospettiva e da oggetto della moda mi sono voluta trasformare in soggetto, come stilista freelance per altre case di moda fino a quando non ho fondato la mia griffe total look Regina Schrecker cominciando a realizzare tutto quanto servisse per vestire le donne, abiti, maglie, gonne, scarpe, cinture, foulard.

A NY, dove ha vissuto, ha fatto parte della comunità artistica più importante, la factory di Andy Warhol, di cui è stata musa, amica e ammiratrice. In quale occasione lo ha conosciuto?

L’ho conosciuto per caso, attraverso amici comuni.

Era come veniva descritto?

Andy è sempre stato Andy Warhol, uno dei più grandi protagonisti dell’Arte del XX secolo, legatissimo al suo background di grafico da cui deriva la Pop Art. Ha avuto l’idea meravigliosa di fare quadri unici su oggetti che appartengono all’uso quotidiano, oggetti di massa, come la Coca Cola.

Come racconterebbe la Pop Art a chi non la conosce?

Partirei dal racconto del mondo in cui Andy Warhol viveva perché la Pop Art nasce da lì. Aveva messo su una factory, che era il suo regno, dove tutti potevano andare, amici e amici degli amici. Molti artisti lavoravano nella factory, con lui o singolarmente. Era un luogo dove si parlava tanto, si raccontavano e commentavano le cose che succedevano a NY e nel mondo. Andy Warhol era generoso, ironico e autoironico, un grande personaggio e un artista eccezionale che attraverso i suoi quadri, riusciva a comunicare esattamente ciò che voleva. Il ritratto di Marilyn, lo ha realizzato in tremila modi diversi, cambiando atteggiamento, colori e sfumature ma base e soggetto, pur riproposta in modo diverso, era sempre la stessa. Ciascun quadro è unico e di grandissimo valore anche economico.

Cosa ispirava Andy Warhol?

Qualsiasi cosa, perché Andy andava in giro sempre con la sua Polaroid e fotografava qualunque cosa, in qualsiasi luogo, scattava continuamente foto, anche dai taxi in giro per la città. Scattava foto e poi ci lavorava sopra, le elaborava e si confrontava con gli altri artisti, soprattutto con il giovane Basquiat, ma anche con fotografi, attrici,  modelle e  modelli. Era un genio e aveva una  open mind assoluta.

La sua caratteristica più importante?

Era curiosissimo di ogni cosa e sapeva poi tradurre la curiosità in maniera fattiva, nella sua arte che diventava la rappresentazione di una realtà nella quale amava entrare completamente, spinto dalla curiosità.

Andy Warhol ha dedicato 2 ritratti a Regina Schrecker. Come glieli ha proposti?

Ero a NY e un giorno mi chiama dicendomi “ho deciso di farti un ritratto. Vieni senza trucco e domani mattina lo facciamo”. Il giorno dopo sono andata accompagnata da un amico, mi ha steso sul viso completamente struccato, sul collo e sulle spalle una patina bianca per non far vedere nulla, perché tutti i particolari,  gli zigomi, il naso, le ombre, emergevano nel ritratto attraverso le luci che lui posizionava.  Mi ha fatto preparare dalla sua make up artist e sono diventata una tela vivente, ma ero completamente a mio agio. Mi ha scattato 12 Polaroid, senza che me ne accorgessi, che oggi sono conservate presso l’Art Institute  di Chicago.

Quando lo avete guardato insieme lui cosa ha detto?

Nulla, ha scelto una sola Polaroid tra le 12 che mi aveva scattato e su quella ha realizzato due ritratti, in due colori diversi.

Cosa rappresentano oggi per lei?

Tutto, non saprei dividermi dai ritratti che sono diventati il simbolo della mia carriera e del mio essere. Non potrei mai farne a meno. Sono nel mio atelier a Firenze, a volte li presto per esporli in mostre importanti e per bevi periodi, a Roma, Napoli, Venezia, ma il loro posto è accanto a me.

Andy Warhol aveva un rapporto speciale con Napoli?

Si, era una città che amava molto e ogni tanto ci tornava. Dopo il terremoto dell’Irpinia ha trascorso un lungo periodo a Napoli, dipingendo il Vesuvio e facendo quadri bellissimi con i quali ha cercato di aiutare la città con forme di beneficienza. E Napoli oggi continua ad amare moltissimo Andy Warhol.

La moda come dialoga con l’arte?

La moda è importantissima per l’arte, sono due realtà molto legate ma ogni stilista e ogni griffe attribuisce un significato diverso. Per me è sempre stato naturale farle procedere insieme.

Lo scultore Arnaldo Pomodoro ha disegnato la bottiglia d’arte che conteneva il profumo Regina Schrecker. Cosa aggiunge una bottiglia d’arte a un ottimo profumo?

Il profumo era ottimo, ma la bottiglia, di cui conservo ancora stampi e diritti, aggiunge molto valore. Il profumo lo usi e  finisce, la bottiglia rimane e se è una scultura di Arnaldo Pomodoro, la si può esporre in bella vista.

Lei ha portato la moda italiana in Paesi lontani e impensabili, la Mongolia, il Giappone, l’Argentina. Inseguiva un sogno o rispondeva a un richiamo?

Il viaggio ha sempre fatto parte della mia vita e appena ho potuto, ho fatto viaggiare anche la mia moda. L’Argentina ha amato molto la mia griffe, il Giappone, che ho scoperto da ragazza con mio padre, lo amo per la cultura millenaria e l’educazione dei suoi abitanti, in Mongolia ho apprezzato la natura pura.

La sua griffe ha manifestato sempre grande attenzione al sociale, con iniziative concrete. “Comunque bella” perché e per chi?

E’ una collezione coloratissima che ho creato per le donne diversamente abili, per aiutarle a essere indipendenti vestendosi da sole e con facilità, con tessuti jersey e chiusure in velcro, per coniugare comodità e bellezza, un tema a me caro.

Ha vestito anche una Pigotta, la bambola di pezza dell’Unicef

E’ una Pigotta che veste un costume della Madama Butterfly, la prima opera di cui ho creato i costumi, ed è andata all’asta per beneficienza.

E ha creato foulard per le infermiere del personale sanitario impegnate a fronteggiare la pandemia

Si, ho fatto realizzare foulard colorati sullo sfondo di uno sciame di api operose che simboleggiano la laboriosità del personale sanitario e li ho donati agli eroi che lavorano nei luoghi simbolo della lotta al Covid, all’ospedale Spallanzani di Roma, a Bergamo, a Codogno. E’ una concreta possibilità di solidarietà e sostegno a cui tutti possono contribuire attraverso il sito www.donailfoulardautore.com, perché per ogni foulard acquistato, se ne dona uno al personale sanitario.  Sulla home page del sito c’è una immagine che mi trasfigura in farfalla, ottenuta dalla rielaborazione, in chiave cartoon, di una delle Polaroid scattate da Andy Warhol per i ritratti che mi ha dedicato. Per l’occasione ho realizzato un Collage in cui il mio Foulard’Autore,  annodato al collo nel ritratto della Polaroid, diventa un’opera di Pop Art che penso sarebbe piaciuta al mio amico Andy Warhol.