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Elisabetta Sgarbi
La cultura è vita

Elisabetta Sgarbi irradia cultura e connette ciò che è nato per unire, letteratura, cinema, musica, arte e scienza. E lo fa con l’entusiasmo di chi offre un abbraccio ideale dove si sta bene in tanti, a leggere Umberto Eco, a cantare Franco Battiato, a ballare il punk da balera romagnola degli Extraliscio, a guardare “filmini” e a visitare musei.  Per connettere saperi ed esperienze, ha costruito contenitori e strumenti che danno concretezza all’esperienza culturale, rendendola viva e vivace, vicina e avvicinabile. Ha fondato una casa editrice, La Nave di Teseo, portando in libreria, con una nuova etichetta editoriale, scrittori importanti, da Umberto Eco a Woody Allen, ha concepito e ideato La Milanesiana, il Festival Internazionale che porta Milano in viaggio in Italia e nel mondo, è produttrice cinematografica ed editore musicale con il nome di Betty Wrong ma è anche “la ragazza del fiume”, come la chiamava lo scrittore Antonio Pennacchi, che ama il Polesine e la sua casa vicina al Po, talmente ricca di arte e bellezza che è diventata un museo. Fondazione Osservatorio Roma e America Oggi incontrano Elisabetta Sgarbi e la cultura, d’incanto, si manifesta con i suoi tanti colori.

La cultura intesa come inclusione, per coinvolgere nel dialogo culturale anche chi non ha strumenti adeguati per sentirsene parte. E’ un tema da affrontare?

La cultura è dentro ogni attività umana, non è un blocco compatto, è nelle espressioni dell’uomo. Cultura, in un mio documentario, è un signore meraviglioso che abbraccia i mattoni che riesce a costruire in modo artigianale e manualmente e dentro questo slancio verso la sua creazione, c’è un mondo culturale, nel senso che la cultura è dentro ogni attività umana. L’idea di una cultura che cade dall’alto e che dovrebbe porsi il problema di essere inclusiva, non appartiene al mio modo di interpretarla. C’è poi un altro tema che riguarda la scuola e l’università che non devono essere pensate in senso utilitaristico, per il lavoro, ma per formare, e questa è la parola chiave e dare spunti che preparino ad affrontare nel modo migliore tutti i cambiamenti della storia. La scuola è indispensabile per la formazione e in questo senso si può parlare di qualcosa che sia anche inclusivo. La cultura la vedo espressa nelle diverse attività dell’uomo, quelle legate al pensiero ma anche al lavoro delle cose.

C’è chi denuncia lo stato attuale di incultura del nostro Paese, abituato a vivere di rendita su gloriosi trascorsi. Non è ingeneroso rispetto alla produzione culturale contemporanea?

Penso che chi si lamenta in questi termini, sia il miglior artefice della decadenza, perché ci sono ambiti straordinari di editoria musicale, letteraria e cinematografica. Recentemente è morto Roberto Calasso e ha lasciato la sua casa editrice Adelphi in salute, con un catalogo ricco di scelte editoriali alte e libri che sono venduti e diffusi in tutto il mondo. Credo che la lamentazione sia un pò retorica e solo fine a se stessa.

La Milanesiana, il Festival Internazionale che lei ha ideato e che dirige, cosa rappresenta e perché è importante, non solo per Milano?

La Milanesiana è diventata qualche cosa che mi eccede, come diceva Carmelo Bene. E’ stato un progetto importante che rispondeva alla mia idea, diffusa anche nel mio lavoro editoriale, che le arti debbano dialogare tra loro, senza steccati. La Milanesiana è diventato un Festival nazionale,  viaggia in 25 città, andrà anche a Parigi e ogni sera, quando salgo sul palco, ripeto il suo lungo sottotitolo, dico che è “musica, cinema, scienza, arte, filosofia, teatro, diritto, economia e sport”, proprio perché l’idea era far dialogare  le arti, all’inizio solo musica, letteratura e cinema. A poco a poco c’è stato un crescendo, in risposta a un pubblico che chiedeva di allargare ad altre discipline ma anche perché io stessa ne sentivo la necessità. La scienza è una disciplina molto importante, che ha qualcosa di fortemente umanistico. Per questo con il prof. Donzelli che presiede la Fondazione Meyer a Firenze e con La Nave di Teseo abbiamo creato “La Cura”, una collana editoriale   che pensa alla malattia di una persona ma anche a come quella malattia si esprime in quella particolare persona, per una medicina umana. Ecco perché era necessaria una visione più allargata della scienza. La Milanesiana è diventato un progetto culturale che è un’idea di cultura e ogni editore deve avere una identità. Con la Milanesiana porto questa idea in giro per l’Italia, porto Milano, città di eccellenza per l’avanguardia culturale, in altre città e la faccio dialogare con altre realtà culturali. Ogni Milanesiana diventa una riflessione su un tema, che quest’anno è il progresso,  scelto da Claudio Magris e intorno al quale invito gli ospiti che provengono da tutto il mondo, a esercitare le proprie riflessioni. La Milanesiana è un Festival, nei contenuti, internazionale,   che ha tanti capitoli ognuno dedicato, anno per anno, a un tema diverso. Negli archivi della Fondazione Elisabetta Sgarbi sono conservate tutte le riflessioni, i testi, le immagini scelte dagli autori intervenuti e le riprese dei concerti anch’essi sul tema prescelto. E’ un progetto culturale che diventerà un grande archivio dove potremo guardare quello che siamo, quello che siamo stati e come siamo cambiati.

Che idea di progresso restituiscono i dibattiti, le mostre, gli appuntamenti che si sono svolti su un concetto tanto abusato quanto desueto?

E’ impossibile usare la parola progresso in un contesto culturale, perché vale in alcuni ambiti, come la scienza e la tecnica, ma può generare anche nuovi pericoli. Abbiamo imparato che il progresso è una parola che ha anche inevitabilmente risvolti oscuri.

Con La Milanesiana Milano è in viaggio, in Italia e nel mondo e chissà che non arrivi anche a New York. Cosa riesce a raccontare?

Io spero sempre che il vasto pubblico che ci segue con partecipazione, venga non perché conosce gli artisti, ma perché non li conosce e abbia voglia di essere sorpreso. Cerchiamo di accendere scintille di curiosità, augurandoci che la curiosità faccia cercare nuovi percorsi. Sarebbe straordinario portarla anche a New York, perché molti autori intervenuti sono di origine americana e conoscono La Milanesiana. E’ necessario trovare presupposti progettuali che consentano a questa straordinaria macchina di muoversi, perché ha ingredienti che credo potrebbero interessare e incuriosire un pubblico importante, di un Paese da sempre attento alla cultura, che ha prodotto grandissime personalità. E’ una bella provocazione.

La necessità della cultura è un tema ricorrente, soprattutto in questo tempo. Come svilupparlo e verso quali orizzonti proiettarlo?

La cultura ci aiuta a conoscere noi stessi, a moltiplicare la  nostra vita, a difenderci. Se fossimo stati più preparati quando è esplosa la pandemia, probabilmente avremmo potuto essere meno aggrediti. La cultura è indispensabile  perché è una forma di salvezza che ci preserva dall’essere sorpresi da ciò che non è programmabile e ci aiuta a trovare soluzioni per non soccombere. E’una forma di vita.

Una rosa dipinta da Franco Battiato è il logo de La Milanesiana. Quale è stato il contributo che Battiato ha dato alla cultura, anche quando “C’è quello che c’è”, e sovente è poco o niente?

Battiato è stato per me una figura fondamentale. La nostra amicizia è nata grazie a mia madre, una donna molto attiva e curiosa, che nel 1995 mi portò a casa sua, a Milo, perché desiderava conoscerlo. Dal giorno in cui ci siamo incontrati, abbiamo sentito entrambi la necessità di continuare a sentirci e a vederci. Il nostro rapporto è cresciuto negli anni ed è diventato una vera e solida amicizia. Battiato mi ha fatto il dono di questa rosa che da 22 anni è il simbolo de La Milanesiana.  Viene rielaborata ogni anno su un nuovo tema  e diventa sempre una rosa diversa rispetto al disegno originario. Una delle sue canzoni che a me piace molto “E ti vengo a cercare” mi ha insegnato che “dentro sentimenti popolari, ci sono meccaniche divine” e questo lo rendeva popolare e coltissimo. Battiato ci ha insegnato che bisogna studiare molto. La sua formazione è complessa e sfugge alle biografie, andrebbe ricostruito il suo impegno, il desiderio di cultura profonda, che è avvenuto attraverso molte letture, in uno studio matto e disperatissimo. Se si ascoltano i suoi testi e la sua musica, si capisce che il lavoro che ha fatto per una vita e per la sua formazione, lo ha portato a essere quello che è, ecco perché “c’è quello che c’è”. Battiato era genio e disciplina.

Casa Battiato, a Milo in Sicilia, diventerà una Casa Museo visitabile, come la casa dei suoi genitori, Giuseppe Sgarbi e Rina Cavallini, a Ro Ferrarese. Quanto è importante promuovere le visite culturali nei luoghi appartenuti a persone speciali?

I luoghi in cui hanno vissuto persone eccezionali non sono solo fatte di mattoni, ma le cose che ci sono in quei luoghi e la loro disposizione all’interno, sono frutto di una vita e di un modo di pensare che racconta le personalità. Spesso quella disposizione non è replicabile, spostando le cose se ne perde il senso, perciò vanno conservate come sono. Ciò vale per la casa dei miei genitori Giuseppe e Rina, un uomo discreto che ci ha osservato per tutta la vita e una donna con una energia incredibile, espressione di tutte le avanguardie possibili e anche per la casa di Battiato. In casa Cavallini Sgarbi c’è stato un mondo che hanno attraversato insieme e in cui mio fratello Vittorio ha costruito una collezione d’arte unica al mondo, che oggi è vincolata dal Ministero dei Beni Culturali. La casa diventerà anche un modo per lasciare traccia di un amore per la bellezza e la cultura che era nei nostri genitori e che è stato trasmesso da loro a noi, espresso nella follia per il collezionismo che ha attraversato la vita dei miei genitori. Per la casa di Franco Battiato immagino succederà la stessa cosa, sarà conservato lo studio dove io sono stata tante volte e dove Franco dipingeva con tanta applicazione perché diceva che non sapendo disegnare, doveva impegnarsi con disciplina per riuscire a dipingere quadri bellissimi che testimoniano la grandezza di Battiato anche come pittore. In quella casa ci saranno le diverse forme artistiche espresse da Battiato, che nel suo essere eclettico tanto mi è piaciuto e resterà lo spirito e l’anima di una grande personalità.

Costruire, connettere e irradiare cultura è più semplice quando si nasce circondati dall’arte e dalla bellezza?

Io devo moltissimo ai miei genitori, due farmacisti che hanno sempre avuto uno spiccato senso per le cose belle, per l’arte e la letteratura, ma anche tanto rigore. Mio fratello Vittorio, con la sua grande intelligenza ed energia, nel suo essere davvero persona eccezionale, ci ha rieducato tutti e ci ha indicato cose inaspettate. Ricordo che anche da ragazzo non voleva che si perdesse tempo a tavola, ma ci spingeva sempre a visitare quel tale bellissimo museo, quadro o paese, dicendo che perdendolo, lo si sarebbe forse perso per sempre. Nella ricerca della bellezza, accade che un’opera importante come il San Domenico di Niccolò dell’Arca, della collezione Cavallini Sgarbi, sia stata esposta al Louvre, con grande orgoglio di mio fratello e mio.  In tutto questo c’è anche il mio percorso personale, con una bellissima esperienza di editore e una crescita dovuta a  disciplina, applicata alla mia passione per i libri.

Giuseppe Sgarbi, suo padre, “discreto e osservatore”, un farmacista che diventa scrittore a 93 anni e lascia un libro, “Lei mi parla ancora”, che è una lunga lettera d’amore alla moglie Rina, è diventato un film diretto da Pupi Avati. Le emozioni che ha vissuto come figlia, lettore, editore e spettatore, come possono essere raccontate?

Sono tante le sensazioni, anche contraddittorie. C’è l’orgoglio di una figlia nel vedere l’opera letteraria di suo padre, tradotta in un film che ha avuto Nastri d’Argento, è stato candidato al David di Donatello, con un protagonista, Renato Pozzetto, attore comico alla sua prima interpretazione drammatica, che è stato straordinario.  Nel vedere il film c’è però anche il dolore di aver rivissuto scene che non si vorrebbero rivedere, come la morte dei propri genitori, la scena terribile e realistica dell’ambulanza che lascia la casa, ma c’è anche meraviglia e piacere nel vedere scene che non ho vissuto, come il fidanzamento dei miei genitori. E’ il potere del cinema e della letteratura.

Perché le piace tanto il punk folk romagnolo?

Sono una persona disciplinata e sistematica ma anche molto irregolare. Il mio nome d’arte come editrice musicale è Betty Wrong, che è una canzone di David Bowie, Betty Sbagliata, un’altra via che desidero prendere e che ha a che fare con il mio desidero di conoscere e sapere. Ho scoperto il gruppo degli Extraliscio attraverso lo scrittore Ermanno Cavazzoni che ha lavorato all’ultima sceneggiatura di Fellini e ho capito che la loro musica guarda alla tradizione, ed è importante, ma al contempo la stravolge. Il loro modo di interpretare la musica, conosciuto solo in ambienti di nicchia, è un vero e proprio modo di pensare che sono riuscita a portare al Festival di Sanremo, con una canzone “Bianca luce nera”, che ha un testo straordinario scritto da Pacifico, raffinato autore. Mia madre era romagnola e per me c’è anche una importante componente sentimentale.

Le note del brano “La nave sul monte” degli Extraliscio le hanno ispirato quello che definisce un “filmino” che sarà presentato alla 78esima Mostra del Cinema di Venezia, riconosciuto come una vera e propria opera cinematografica. Antesignana anche in questo, Elisabetta Sgarbi anticipa o determina le nuove rotte culturali?

E’una nuova rotta culturale perché non credo sia accaduto di frequente che un brano musicale raccontato da immagini venisse accolto al Festival del Cinema. Io non saprei fare un videoclip e non mi piace neppure la parola. Ho voluto dire che anche con le narrazioni di piccoli film sui brani musicali  si può fare cinema.  Ancora una volta Battiato mi è di ispirazione con il suo filmino di “Voglio vederti danzare”, con un piano sequenza iniziale molto lungo, che non ha nulla a che vedere con i tagli rapidi che strizzano l’occhio allo spettatore. Mi piace la parola filmino, che non è un videoclip, concepito di solito come forma di promozione e pubblicità.

Lei rappresenta il mondo culturale italiano per il quale i nostri connazionali all’estero hanno attrazione e attenzione. Come può essere valorizzato il loro rapporto di conoscenza e appartenenza?

La cultura italiana ha dato un’impronta indelebile alla cultura occidentale e noi dobbiamo imparare ad aumentare la consapevolezza di questo grande patrimonio.

Come vorrebbe fossero ricordati Roberto Calasso e Antonio Pennacchi, due grandi protagonisti del mondo culturale italiano, scomparsi di recente?

Antonio Pennacchi è stato uno scrittore irregolare e scomodo, molto significativo. Nel libro Canale Mussolini, ha raccontato la bonifica dell’Agro Pontino che lega le sue terre alle mie terre e al Polesine. Ne parlavamo spesso e per questo mi chiamava, con galanteria e simpatia “la ragazza del fiume”. Roberto Calasso è una figura irripetibile di editore e scrittore, che ha composto il catalogo della sua casa editrice Adelphi, come si compone un solo libro, con scelte di libri dettate da sue precise necessità. Nei libri che lui stesso ha scritto, tradotti in tutto il mondo, c’è la giustificazione di tutti i libri che lui ha pubblicato. Non si può separare la figura di Calasso scrittore da quella di Calasso editore. Ha insegnato agli editori di tutto il mondo che l’editore ha e deve avere un pensiero coerente.