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Il goal della solidarietà in rete da 40 anni
Enrico Ruggeri racconta la Nazionale italiana Cantanti

La Nazionale Italiana Cantanti è una squadra di calcio dilettantistica che da 40 anni va sempre in rete, segnando il goal della solidarietà. I calciatori che ne fanno parte sono cantanti e artisti accomunati dal desiderio di rimettere in circolo la fortuna avuta in sorte, realizzando progetti di aiuto concreto e sostegno per i più bisognosi. Da quattro decenni riempiono gli stadi, si confrontano agonisticamente con squadre, formatesi per l’occasione, di cui fanno parte anche i grandi campioni del calcio e dello sport, italiano e internazionale, che scendono in campo con talento ma anche sentimento, per la realizzazione di iniziative benefiche. La NIC, acronimo di Nazionale Italiana Cantanti, racconta una storia fatta di numeri importanti, oltre 500 partite disputate in tutti gli stadi italiani e in molti campi internazionali, di fronte a 30 milioni di spettatori, 100 milioni di euro raccolti, innumerevoli attività che affiancano le partite della solidarietà, come la Canzone del Cuore e altre Kermesse musicali. La solidarietà diventa realtà e assume di volta in volta forme e colori diversi, costruisce alloggi per genitori di bambini ricoverati in ospedale, trasporta medicine in scenari di guerra su aerei militari, sostiene organizzazioni benefiche italiane e internazionali. Italia, Iraq, Israele, Palestina, Sarajevo, Albania, Somalia, Kenya, Namibia, Romania, India, Russia, Guatemala e Congo, ovunque conoscono la Nazionale Italiana Cantanti, iniziativa nata nel 1981 e rimasta unica nel suo genere, che ha saputo strutturarsi in Associazione, sostenendo un progetto sociale nella continuità di un impegno straordinario. In 40 anni ha ottenuto il riconoscimento giuridico della Presidenza del Consiglio dei Ministri, il premio “Man for peace Award” nell’ambito del Nobel per la Pace, è stata ricevuta da Pontefici, Capi di Stato e ha incontrato le personalità più importanti della Terra, sempre nel segno dell’impegno sociale. In occasione del quarantennale della sua formazione, Fondazione Osservatorio Roma e America Oggi incontrano Enrico Ruggieri, artista completo, cantautore, scrittore, conduttore televisivo e radiofonico, orgogliosamente in squadra dal 1984, oggi presidente dell’Associazione e capitano della squadra di calcio Nazionale Italiana Cantanti.

La Nazionale Italiana Cantanti racconta una storia di attenzione al sociale unica nel suo genere. Come è nata la NIC?

E’ partita come piccola realtà nel 1981, da un sogno di Mogol che insieme a Gianni Morandi aveva cominciato a organizzare partite, coinvolgendo artisti. Io sono entrato a far parte della squadra nel 1984 e piano piano ci siamo trovati nei grandi stadi, con grandi progetti. In 40 anni abbiamo raccolto oltre 100 milioni di euro, donati in opere di beneficienza.

Quali e dove?

L’elenco sarebbe lunghissimo, perché abbiamo sostenuto la ricerca, gli ospedali, costruito alloggi per accogliere genitori di bambini che vanno a curarsi al Gaslini di Genova,  contribuito ai progetti de La Lega del Filo d’Oro e di tante altre organizzazioni benefiche che operano in Italia e all’estero. Abbiamo viaggiato molto, anche in situazioni complicate, durante la guerra nei Balcani abbiamo portato medicine a Sarajevo, siamo andati a Bagdad, a Gerusalemme. Questi 40 anni sono  pieni di emozioni e di ricordi, Peres e Arafat si sono incontrati, per l’ultima volta nella loro vita, a una nostra partita che abbiamo disputato contro una squadra di Israeliani e Palestinesi che giocavano insieme, trasmessa su  monitor collocati per l’occasione a Gerusalemme e lungo la Striscia di Gaza, affinchè almeno per un giorno, i bambini israeliani e palestinesi potessero guardare la stessa trasmissione, tifando per la stessa squadra. Abbiamo incontrato i grandi della Terra, da Gorbaciov a tre Pontefici, ma soprattutto abbiamo rimesso in circolo la fortuna che ciascuno di noi ha avuto nella vita.

In 40 anni si costruisce una storia di solidarietà ma si incrocia anche la grande storia collettiva, italiana e internazionale. I momenti più significativi?

La Perestroika è uno di questi,  Gorbaciov è venuto ad assistere a una nostra partita e nel 1992 ci ha invitati a giocare a Mosca. Abbiamo incontrato la storia quando nel 1989, un mese dopo il colpo di stato che depose Ceausescu dalla Romania, siamo stati la prima delegazione estera ricevuta dal Presidente Iliescu, in occasione di una partita disputata in Romania. Siamo andati a giocare a Sarajevo a bordo degli aerei militari Hercules, perché non c’era ancora l’aeroporto civile, abbiamo giocato con i nostri militari a Bagdad durante la guerra in Iraq. Spesso abbiamo attraversato la storia, anche tormentata, degli ultimi 40 anni.

Quando la NIC è nata, l’effetto novità era una componente significativa. Oggi, dopo 4 decenni di attività, la squadra gode di una acclamata credibilità italiana e internazionale. Come l’avete costruita?

Lo ha deciso la gente, che viene a vederci perché sa di  partecipare a un progetto serio, di costruzione, aiuto e solidarietà verso persone bisognose e disagiate. Il pubblico non accorre numeroso solo perché attratto  dal fatto di vedere i cantanti in una veste insolita, mentre giocano a calcio.

La musica che gira intorno al progetto quanto ha contribuito ad avvicinare la gente e a svegliare le coscienze?

Una canzone come “Si può dare di più”, nata negli spogliatoi della Nazionale Italiana Cantanti, con Morandi, Tozzi e me (ndr che ha vinto il Festival di Sanremo nel 1987), ha contribuito a sensibilizzare le coscienze, come “La forza della vita” di Paolo Vallesi, una sorta di inno della nostra squadra, ma anche “La gente di cuore”, che ho cantato con Marco Masini. Ci sono diverse canzoni, nate da collaborazioni musicali, che hanno spesso sottolineato la nostra attività.

40 anni sono lunghi, come gestite il naturale processo di ricambio generazionale? Quali valori fondamentali deve avere un artista per entrare in una squadra di calcio tanto particolare?

Chi si avvicina alla squadra deve lasciare fuori il proprio ego e aderire a un principio di vita diverso. E’ questo il primo grande valore. In squadra c’è il ricambio generazionale, ma continuano a esserci anche artisti che hanno successo da oltre 40 anni.

Oggi conta più l’anima di un artista o il seguito social? Per dirla con le sue parole “l’elite dell’anima funziona anche nella solidarietà?”

Certamente. I social possono dare una visione distorta, nel senso che un artista può avere un forte seguito  ma i conti veri si fanno alla distanza, di decennio in decennio e ciò vale per la  Nazionale Italiana Cantanti ma anche nel nostro mestiere. Mogol e Gianni Morandi sono ai vertici da 50 anni.

La solidarietà assume sempre lo stesso valore o in situazioni di particolare disagio si fa esigenza ancor più dolorosa?

Lo spirito di solidarietà è sempre lo stesso. In un mondo perfetto non dovrebbe esistere la Nazionale Italiana Cantanti, nè i concerti di solidarietà, perché chi viene votato, eletto e amministra le nostre tasse, dovrebbe gestire la tutela dei più deboli. Noi esistiamo perché siamo ben lontani dall’avere un mondo perfetto e quindi cerchiamo di renderci utili, anche provando a svuotare il mare con un cucchiaio. Cambiano i canali di comunicazione, una volta si attaccavano i manifesti sui muri della città per invitare alla partita, oggi lo si fa con i social, ma il nostro impegno è sempre lo stesso, come lo è il principio di chiedere alla gente di venire a darci una mano.

La Nazionale Italiana Cantanti si allena, fa ritiri, ma c’è anche tutto un mondo che le gira intorno. Chi abita il mondo NIC?

Lo abitano persone che hanno voglia di stare dalla nostra parte, medici, operatori, collaboratori. A Viareggio il 25 e 26 agosto abbiamo fatto una Kermesse, un grande concerto nel quale sono intervenuti anche personaggi che non giocano a calcio, come Andrea Bocelli, Al Bano, Ivana Spagna. E’ un mondo ricco anche di persone che non giocano a pallone, ma sono vicine ai nostri progetti.

Quando la NIC ha esordito, 40 anni fa, era una realtà unica nel suo genere?

Lo era e lo è rimasta. In una partita che giocammo in Inghilterra, contro una squadra di cantanti inglesi allestita per l’occasione, ricordo lo stupore dei cantanti,  a cominciare da Rod Stewart, che non riuscivano a capire come riuscivamo a dare continuità al progetto da tanti anni. Riunire artisti per disputare una partita di beneficienza, in una determinata occasione, è alla portata di tutti. La capacità di aver saputo creare un’Associazione e di averla fatta durare nel tempo, ha sempre stupito tutte le squadre di cantanti stranieri, siano essi svizzeri, ungheresi, tedeschi, russi, organizzate per un singolo evento, con le quali abbiamo giocato.

Il 25 e 26 agosto, come presidente e capitano della NIC, è stato a fianco dell’Associazione Olimpiadi del Cuore in Versilia, raccogliendo un ricavato che sarà devoluto per la costruzione del primo ospedale a Medugorje. Non è la prima volta che la NIC sostiene cause a indirizzo religioso. Il rapporto con la Fede resta personale o è un tema unificante l’intera squadra?

La Fede è un dono che forse non tutti gli artisti che giocano nella NIC hanno, ma ci sono luoghi, come Lourdes, dove siamo andati accompagnati da Adriano Celentano, con una energia innegabile che avvolge anche chi non crede. Giocare a Lourdes, esibirsi nella Cattedrale davanti a persone gravemente malate, è stata un’emozione per tutti, anche per quelli che magari hanno meno fede di altri. Medugorje è uno di questi luoghi, dove Paolo Brosio, con Andrea Bocelli e Sinisa Mihajlovich, hanno pensato di costruire ciò che manca in una terra, la Bosnia, che sta ancora pagando il prezzo della guerra nei Balcani. Siamo molto soddisfatti della partecipazione riscontrata e di ciò che siamo riusciti a mettere insieme.

Lei ha offerto un concerto per questa causa benefica. Come ci si sente a contribuire con il proprio lavoro, con la musica che le è compagna di vita a un progetto di solidarietà?

Nella mia vita faccio tante cose, ma il modo in cui posso essere più utile è proprio cantare canzoni, coinvolgere la gente e raccogliere fondi per aiutare gli altri, in questo caso Paolo Brosio a realizzare il suo progetto su Medugorje.

Nel suo ultimo album “Alma” quale messaggio propone il brano “Un pallone”? E’ vero che “se il sogno si avvera, avremo tutti un campo infinito da correre tutto d’un fiato in un mondo inventato soltanto per noi?”

La mia canzone parla della storia vera di un bambino pakistano che iniziò a lavorare a 7 anni per risolvere un debito del padre di 10 dollari. Il Pakistan è uno dei Paesi dove è più diffusa la piaga del lavoro minorile infantile, con bambini tenuti in schiavitù, nutriti pochissimo affinchè possano restare minuti a lungo, conservando  piccole le mani che servono per ritagliare e lavorare. La mia canzone parla di un pallone che ha 3 chiavi di lettura, perché è l’oggetto di lavoro di alcuni miliardari che sono i grandi campioni del calcio, è l’oggetto di sogno di milioni di bambini che in un cortile o in un campetto sognano giocando a pallone ma purtroppo è anche un oggetto di lavoro nel senso che sono assemblati da bambini che costruiscono palloni ma non possono giocare a pallone.

“Ho conservato le foto a colori di un vecchio giornale e c’erano tutti i più grandi campioni del calcio mondiale”. Cosa succede quando un artista calciatore incontra, sul campo di calcio, grandi campioni come Pelè e Maradona?

Il bambino che è dentro di te esplode di gioia, quando ti passi la palla con Maradona o Roberto Baggio. Il sogno di ogni bambino è giocare con i grandi campioni. Con la squadra abbiamo scoperto belle persone con una grande umanità, animata dal desiderio di rendersi utili perché anche nel calcio, molti campioni hanno una vita interiore profonda, sono consapevoli della fortuna che hanno avuto nella vita e vogliono ricambiare, aiutando chi è meno fortunato. I calciatori non sono solo macchine lussuose, ville e cosa futili, sono spesso anche sostanza e contenuto.

Un ricordo di Diego Maradona?

In campo, davanti al pallone, sorrideva come un bambino, fuori dal campo esprimeva un disagio che  si è poi manifestato tragicamente. Lo ricordo come un uomo solo, un bambino sofferente.

Come desidera presentare la sua canzone “L’America” ai nostri connazionali italoamericani?

L’America è nata sull’onda del dolore e dell’indignazione per la vicenda di un italiano, Chico Forti, accusato 20 anni fa di un delitto che non ha commesso, che è ancora oggi in carcere negli Stati Uniti, nonostante i tentativi purtroppo infruttuosi che molte Associazioni hanno fatto per riportarlo a casa. La mia canzone evidenzia le 2 vite di Chico Forti che prima vive il sogno americano, realizzandolo perchè va in America e fa successo come imprenditore e poi  patisce e rimane impigliato nella rete dell’America giustizialista, che non  sa chiedere scusa. Un verso della canzone descrive questa condizione “E l’America è troppo lontana. Eppure io sono al suo interno”.

I 40 anni della Nazionale Italiana Cantanti coincidono con i 40 anni di “Contessa”, una canzone che le appartiene profondamente. Quale Italia continuano a raccontare?

E’ un’Italia che cambia ma non cambia la vita interiore.  La lettura sempre attuale di autori come Dostoevskij e Simenon lo dimostra. Le pulsioni dell’essere umano sono molto poetiche e possono essere raccontate anche attraverso un mondo che cambia.

Cosa significa per Enrico Ruggeri essere presidente dell’Associazione Nazionale Italiana Cantanti e cosa significa essere il capitano della squadra in campo?

Essere presidente significa lavoro e responsabilità che cerco di ottemperare con onore. Essere capitano in campo significa cercare di mantenere un comportamento educato anche quando non si è nella forma fisica migliore, con la testa che gira inseguendo un pallone.