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E’ andata così. Ah, però!
Luciano Ligabue festeggia trent’anni di carriera

Ah, però! Che emozione il rock. Luciano Ligabue festeggia trent’anni di carriera con un disco, un libro e una docuserie televisiva, trasmessa su Rai Play, che riflettono la cifra narrativa di una carriera artistica vissuta cercando l’emozione di un palco, dove salire e suonare, “ballando sul mondo” una musica intensa ed energica, per e con un pubblico che a Campovolo costruisce un’esperienza collettiva, immagina le “Luci d’America” in un “Made in Italy di bellezza che abbonda” e sa giocare da mediano in una vita che scorre alla ricerca della felicità. Fondazione Osservatorio Roma e America Oggi incontrano il musicista, cantante, scrittore e regista Luciano Ligabue.

Il racconto televisivo cosa aggiunge alla musica del Liga e alla sua storia raccontata nel libro?

Nel libro ci sono tante foto che raccontano la mia storia, ma il racconto televisivo aggiunge le immagini dei concerti dal vivo, la parte che mi rappresenta di più. Vi si ascolta la musica che ha costellato i miei trent’anni di carriera, ripercorsa in maniera divertente con Stefano Accorsi, senza  prendersi troppo sul serio raccontando con leggerezza una storia che per me è seria e importante. E’ un racconto realizzato senza essere troppo pensosi, per ricordare che sentimenti come la nostalgia, la malinconia e la gioia per quello che si è fatto devono andare di pari passo con una certa leggerezza.

“Ligabue. E’ andata cosi’” è un racconto nato dal guardare indietro o dal guardarsi dentro?

Sicuramente da tutte e due le cose. Guardare indietro per me è una novità, perché per trent’anni non mi sono mai fermato, ho pubblicato circa 200 canzoni, ho realizzato 3 film, ho scritto 3 raccolte di racconti, un romanzo, una raccolta di poesie e altro ancora. Ho cominciato tardi, a 30 anni e sono andato sempre avanti a testa bassa, fino a quando la pandemia mi ha costretto a fermarmi, a   guardare indietro e a riflettere con attenzione su quello che avevo fatto. Tutto sommato è stato un momento sano nella insanità di una situazione generalizzata che mi ha fatto fissare con occhi più attenti quello che avevo fatto, riscoprendo l’orgoglio, la gioia, la nostalgia ma soprattutto l’emozione.“E’ andata così” nasce da questo insieme di sentimenti.

Da uomo che ama la terra e conosce la campagna, fino a 30 anni ha coltivato sogni e idee mettendoli “a maggese”. E’ così che sono nati i  suoi frutti migliori?

Magari è andata cosi. La musica mi è sempre piaciuta, ne ho sempre ascoltata tantissima, ma non pensavo proprio di fare il cantante. Scrivevo canzoni per vedere se ero anch’io capace di scriverne e non per pensare di comunicare qualcosa a qualcuno. Dopo aver provato a fare musica con altri, condividendo con un gruppo di amici un’esperienza che di solito si fa a vent’anni e anche prima, ho fatto il mio primo concerto a 27 anni e quell’esperienza mi è piaciuta così tanto, che da quel momento ho fatto veramente di tutto per ripeterla e cercare di salire sul palco il più spesso possibile.

Quali erano i suoi sogni di Rock’n’roll?

Da bambino sognavo di fare l’attore, la cosa che oggi so fare meno. Ho giocato un po' a calcio, fino in Promozione, dove forse avevo un po' di talento ma non abbastanza per farne una carriera. Quando ho capito che potevo fare musica per andare a suonare sul palcoscenico, ho finalmente individuato qual era il mio sogno e ho fatto di tutto perchè si realizzasse e riuscissi a tenerlo stretto a me il più a lungo possibile.

C’è un modo italiano di fare il rock o il rock è uguale sempre e dappertutto?

In Italia il rock è stato visto sempre come una musica un po' esotica, perché non nasce dalla nostra tradizione ed è qualcosa di importato. Fortunatamente sono cresciuto in un mondo in cui la cultura del rock era  ampiamente diffusa, era parte del mondo e non solo esclusiva di pochi Paesi. Sicuramente il rock nasce con un impulso ritmico molto forte e l’inglese è una lingua che si presta molto più dell’italiano a essere cantata in quel tipo di beat, di ritmo. Noi dobbiamo lavorare in maniera diversa per avere una struttura che chiamiamo rock ma che ognuno può chiamare come vuole, perché più della definizione di rock, è importante che dalla mia musica si sente l’idea di energia e spudoratezza che contraddistingue il rock.

In cosa consiste la spudoratezza del rock?

Il rock è spudorato nell’esprimere le emozioni di chi lo canta, non passa attraverso troppe preoccupazioni. A me piace pensare di essere così.

Spudorato nel senso di libero?

Si, anche.

La sua musica negli anni è cambiata, ma la  spudoratezza rock è rimasta inalterata?

Per me si, perché nel tempo mi sono reso libero di raccontarmi e questa è una piccola vittoria sul pudore. Mi sento spudorato e mi sento rock’n’roll nell’intensità di quello che vivo. Anche vivere con intensità è rock’n’roll.

Stefano Accorsi ricorda come negli anni Novanta siano tornate le chitarre dopo tanto pop. Ci sarebbe potuta essere una musica del Liga senza chitarre?

No, non credo. La mia musica nasce tuttora da una chitarra acustica, da un padre che gestiva una balera e tutte le domeniche continuava a dirmi che i musicisti erano tutti dei morti di fame e poi invece, a totale smentita di sé, un giorno mi portò a casa una chitarra. Avevo 15 anni, era la metà degli anni Settanta, un periodo favorevole ai cantautori e da lì partì il ponte tra me e la musica che sentivo, perché con la chitarra la musica potevo anche farla. La mia musica parte da una chitarra, resta sempre attaccata a una chitarra ed è quello il suono che io preferisco.

C’è suo padre in “Bambolina e Barracuda” che sa di rock e di famiglia e c’è l’Emilia nella sua formazione musicale? E cosa ha l’Emilia per piacere a tutti, dalle Alpi a Lampedusa?

L’Emilia e soprattutto la piccola città in cui vivo, e tutto quello che succede intorno a me, c’è tutta nella musica che scrivo, perchè ho sempre cantato cose che ho vissuto o che ho visto vivere. L’ Emilia piace forse perché l’Emiliano ama raccontare le storie e ama sentirsele raccontare, ha a che fare con la nebbia, un elemento bizzarro che non fa vedere bene le cose ma costringe a immaginarle. Generalizzando si può dire che è una terra di lavoro, che coltiva i sogni ma cerca di realizzarli.

Com’è il Made in Italy visto da Correggio, la cittadina di provincia dove vive?

Correggio è una piccola isoletta felice, è una realtà che ha ancora una buona proposta culturale, è il paesino di 20mila abitanti dove sono cresciuto e dove sono venuti a suonare Bob Dylan, Neil Young, Jeff Buckley e tante altre star. Resta un posto che ha una sua realtà importante, agricola e industriale, che non ostenta particolarmente ma che sa di concretezza e curiosità culturale. Ho provato a raccontare con una canzone “Buonanotte all’Italia” la frizione emotiva che mi porta ad amare il mio Paese ma nello stesso tempo a non sopportarne più i difetti. E’ una frizione che ha trovato sfogo raccontandola con una canzone, ma soprattutto con l’album Made in Italy, diventato poi un film, in cui ho provato a mettermi nei panni di una delle tante brave persone di cui sono attorniato, che vive in un Paese in cui l’essere brave persone non è un pregio da valutare, ma diventa quasi uno scotto da pagare, nei confronti di chi è abituato a prevalere con urla, spintoni e sgambetti.

Le sue canzoni raccontano che la musica leggera non si può pesare, ma è quella con cui ci salviamo la pelle. Perché è così importante?

La musica è leggera perché deve essere tale, la canzone deve essere leggera ma fortunatamente ha il peso che deve avere, nel momento in cui arriva alle persone ed è capace di muovere molle ed emozioni. E’ uno strumento potentissimo, io da quando ho cominciato a scrivere canzoni non ho più spesso, ancora adesso ne scrivo tante e sono sempre meravigliato dal giro che una canzone riesce a fare, del tutto imprevedibile perché quelle che pensi arriveranno facilmente a tantissime persone magari non lo fanno e invece quelle che non pensavi potessero avere un destino  fortunato, ti stupiscono.

Nelle sue canzoni c’è la sua vita ma anche la vita degli altri,  generazioni diverse e un Paese rappresentato nelle sue trasformazioni. E’ soddisfatto di come la sua musica riesca a raccontare tutti?

Sono molto soddisfatto di come la mia musica riesca a raccontare me. Sono orgoglioso del fatto che qualcuno si senta rappresentato dalle mie canzoni, ma non sarebbe corretto pensare di rappresentare altri, perché siamo esseri complessi e unici, ognuno è fatto a proprio modo. Quando la musica ha la capacità di unire tante diversità e seppur interpretata in maniera diversa, di  parlare a tante diversità, non è solo  talento  ma è una fortuna che deve capitare.

Come sceglie i titoli delle canzoni, alcuni dei quali rivelano una vera e propria filosofia di vita. “Balliamo sul mondo” è un manifesto, “Certe Notti” appartiene al linguaggio quotidiano…

ll titolo a volte è proprio lo spunto che fa nascere la canzone, è un’idea che si affaccia e che diventa il ritornello della canzone o la partenza di qualche strofa. In un periodo particolare della mia vita, ho sentito l’esigenza di giustificare il successo che avevo avuto e allora ho scritto una canzone quasi per dire “sì, ho queste fortune, ma le merito perché mi impegno, lavoro tanto, sudo, corro in mezzo al campo sia difendendo che attaccando, quindi sono un mediano”. Nasce così “Una vita da mediano”, anche se io mi sento più fantasista che mediano.

Qual è stata “L’ora zero” della sua vita musicale e personale?

L’ora zero della mia vita musicale, e in buona parte anche personale, sono le ore 16 dell’8 febbraio 1987, il momento in cui, per la prima volta nella mia vita, sono salito su un palchetto alto 60 cm, in un piccolo circolo culturale di Correggio e davanti a una settantina di amici miei e del gruppo con il quale mi esibivo, ho cantato le mie canzoni, sfidando il rischio di essere irriso. Non immaginavo che un timido quale io ero, potesse salire sul palco e urlare i fatti propri davanti a un pubblico di amici, la platea più predisposta alla presa in giro. E invece proprio in quel momento ha capito che c’è una parte di me che sale sul palco in maniera naturale e si sente molto a suo agio a raccontare se stessa davanti a un microfono. Da allora ho sempre cercato e desiderato ripetere quell’esperienza.

7 è il titolo del suo ultimo disco di inediti ed è un numero che nella sua vita compare sempre

Parecchi anni fa mi arrivarono due lettere di due numerologhe, persone tra loro diverse perché avevano indirizzi diversi. Entrambe nelle loro lettere mi dicevano che ero un 7 che camminava e in realtà il 7 era da sempre il mio numero preferito ma non ne avevo mai approfondito i  motivi. Luciano è un nome composto da 7 lettere, come il cognome Ligabue, le mie iniziali sono due L che rovesciate, diventano due 7, san Luciano è il 7 di gennaio, sono nato il 13/3, che insieme fa 7, del 1960, la cui somma numerica dà 7, il mio primo concerto l’ho fatto nel 1987, il mio primo stadio nel 1997, la mia canzone più famosa era la traccia numero 7 dell’album “Buon compleanno Elvis”. Da allora ho imparato a far caso al 7 ma anche a giocarci. Durante il lockdown, guardando indietro nella mia storia musicale e contando i singoli pubblicati, mi sono accorto che erano 77, li abbiamo fatti uscire in cofanetto ma mettendo mano ai demo e alle tracce rimaste nel cassetto, ne abbiamo trovate 7 inedite e rimanendo nel gioco, è uscito il disco che non poteva che chiamarsi 7.

Il libro “Luciano Ligabue. E’ andata così. Trent’anni come si deve”, è il libro della sua vita?

E’ un libro importante, di cui sono molto contento, mi piace tutto, il tono, le foto che ho avuto il tempo di scegliere con cura, mi piace l’oggetto. Sono contento di essermi raccontato a cuore aperto, perché il libro comincia con il racconto di una mia serata a Glasgow, dove andando a vedere un concerto dei Waterboys, chiudendo un cerchio mio personale, mi sono trovato a piangere come un bambino perché mi ha fatto ripensare ai miei trent’anni. Non so se è il libro della mia vita, ma è molto importante per il racconto della mia storia artistica.

Ligabue è per il suo pubblico come “La ragazza dei sogni”, perché il pubblico sa “chi sei, sa chi non sarai…non si aspetta un altro, sa cosa vuoi”. Nascono da questo rapporto forte e generoso le esperienze come Campovolo?

Il pubblico è un’entità varia ed eventuale, con gente che entra e gente che esce e questo crea movimento nel tempo. Tra me e il pubblico si è creato un rapporto di fiducia,  una sorta di patto tacito perché il pubblico ha deciso di fidarsi di me e io ho cercato di essere il più responsabile possibile. Campovolo è un’esperienza che nasce quasi casualmente, sull’idea di organizzare una festa con i fan, a casa nostra, per i 15 anni di carriera e l’uscita di un album per me importante. Sicuramente non mi aspettavo lo straordinario successo che ha avuto e che da allora rende Campovolo un posto speciale per me.

Tutti possiamo andare “da zero a dieci”?

Siamo tenuti a farlo, siamo esseri umani imperfetti e quindi dobbiamo misurarci con i nostri limiti, capire dove siamo in un certo momento e come possiamo migliorare. Ognuno nella vita, a seconda delle varie fasi, è a volte più vicino allo zero, altre al dieci. Bisogna cercare di essere felici, senza aspettare che accada esattamente una determinata cosa.

Il tuo rock melodico è una sorta di ponte con l’America, ma come sono “Le luci d’America” viste da Correggio?

 Rappresentano una immagine che ha una potenza simbolica nella mia testa perché le luci sanno essere abbaglianti ma nascondono anche le ombre di un Paese controverso e complicato, perché l’America è piena di tante luci ma anche di tante ombre.

“Ligabue e i suoi trent’anni di musica. Ah, però!” Le piace come titolo per questa intervista?

Mi piace tanto, anche scritto sgrammaticato apperò.  Avrebbe potuto essere il titolo della serie.

La docuserie “E’ andata così” per il pubblico rimarrà un bel souvenir, ma a Ligabue cosa lascerà?

Lascerà anche a me un bel souvenir e il ricordo di tante belle risate fatte con Stefano Accorsi nel raccontare una storia che è andata così.