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Il Festival di Sanremo
specchio dell’Italia che mentre cambia, canta

Il Festival di Sanremo racconta la storia sociale italiana, sottolineando e talvolta anticipando attraverso le canzoni, le trasformazioni di un Paese che mentre cambia, canta. L’appuntamento con la kermesse è da 72 anni una sorta di liturgia laica che segna il calendario, catalizza l’attenzione mediatica e impatta sulla vita sociale. Protagonista è la musica popolare, quella che per Pippo Baudo “è tale quando può essere cantata da tutti, quando racconta in maniera semplice gli umori di un intero Paese”, ma in realtà tutto il Festival è pop, a volte marcatamente nazional popolare, a volte meno. Il 2 febbraio comincia la 72esima edizione, la terza con la direzione artistica di Amadeus, il conduttore radiofonico e televisivo appassionato di musica che ha scritto la prefazione a un saggio sulla valenza storica e sociale del Festival di Sanremo. Fondazione Osservatorio Roma e America Oggi incontrano Nico Donvito, autore del libro “Sanremo, Il Festival dall’Italia del boom al rock dei Maneskin” per capire quale sia oggi la forza di una rassegna che “è il forziere della nostra memoria, il caleidoscopio dei nostri sentimenti e il volano della nostra identità nazionale”.

Quando e perché nasce il Festival di Sanremo?

Il Festival è nato nel 1951, poco dopo la fine della guerra, in un clima di ricostruzione dell’Italia, ed è interessante scoprire come il pubblico avesse grande curiosità e attenzione per nuove sollecitazioni culturali e musicali, dopo un ventennio caratterizzato da chiusure e proibizioni, pensiamo solo al jazz che era stato vietato per molti anni. Il Festival di Sanremo arriva in un momento cruciale per l’Italia e anticipa di poco gli anni del boom economico ed è per questo che ha una indubbia valenza storica.

29 gennaio 1951 ore 22…dove siamo?

Siamo al Casinò di Sanremo. Un fioraio appassionato di musica e il sindaco di Sanremo, hanno ideato una manifestazione per rilanciare il turismo della cittadina nella bassa stagione, in pieno inverno. L’obiettivo era anche quello di riempire le casse del Casinò, non a caso il Festival comincia alle 22 per dare la volata alla sala da gioco. Il successo della manifestazione musicale è favorito dalla nascita del 45 giri, una assoluta novità perché fino ad allora la musica si ascoltava solo attraverso la radio, in casa in pochi avevano il grammofono con la manovella dove passavano i 78 giri, tra l’altro molto costosi. Sanremo ha trovato la sua fortuna anche grazie all’avvento del 45 giri che aveva costi di produzione più bassi e alla nascita del giradischi.

Il fioraio appassionato di musica e il sindaco sono stati visionari o fortunati a ideare il Festival della canzone italiana?

Sono stati fortunati in quanto un incastro di eventi ha portato all’affermazione del Festival, come importante realtà, nel giro di pochi anni.

Com’era l’Italia vista dal casinò di Sanremo?

Era un’Italia impaurita perché usciva sconfitta anche moralmente da una guerra ma era anche desiderosa di scoprire cosa ci fosse al di là dei propri confini nazionali, oltre le macerie da rimuovere, nelle strade e nella memoria, ma anche con la voglia di voltare pagina e divertirsi.

Quali erano i temi delle canzoni che partecipavano al Festival negli anni Cinquanta?

I testi parlavano soprattutto d’amore, si preferiva non affrontare l’attualità e la politica dai toni accesi, anche se alcuni autori scrivevano canzoni di rilievo storico, seppur velato. “Papaveri e papere” prendeva in giro i potenti, il papavero che si innamora di una papera ha dietro un sottotesto, “Vola colomba” parlava di una colomba che portava un messaggio d’amore di un lui a una lei che era a Trieste, quindi affrontava la questione politica di Trieste ancora fuori dall’Italia.

Il sentimento di nostalgia degli italiani immigrati all’estero entrava nei testi di quel tempo di emigrazione?

“Sole, pizza e amore” di Achille Togliani parlava di questo sentimento, ma anche altre canzoni seguivano lo stesso fil rouge. Nel 1958 Volare di Domenico Modugno, parte da Sanremo e conquista l’America.

“Nel blu dipinto di blu” è stata la prima canzone del Festival a diventare planetaria. Come cambia Sanremo?

“Volare” cambia il Festival e cambia anche la canzone italiana, è la prima canzone in italiano e non in dialetto che varca i confini nazionali e arriva dove erano arrivate solo le canzoni legate alla tradizione napoletana, con Caruso e  altri. Dopo il successo di Volare, già dall’edizione del 1959, si guarda al Festival di Sanremo con un’attenzione mediatica diversa.

Il decennio Sessanta come viene raccontato dalle canzoni del Festival?

Fino ai primi anni Sessanta la musica italiana era legata agli interpreti puri come Nilla Pizzi e Claudio Villa  che cantavano con grande pathos. Modugno, che nasce autore e diventa cantautore per una serie di circostanze fortunate,  è il primo a cantare una canzone scritta da lui.  Con Volare svecchia il Festival e dà il via alla distinzione tra una generazione di cantautori e a una di interpreti urlatori, come Mina e Joe Sentieri che avevano assorbito la ventata di musica internazionale in arrivo soprattutto dagli Stati Uniti. Dopo Modugno il Festival cambia profondamente.

Chi erano i cantautori sanremesi negli anni Sessanta?

Adriano Celentano porta il rock insieme a Little Tony, Gino Paoli, Lucio Dalla e tanti altri che ricordiamo anche se in realtà a Sanremo continuavano a vincere i grandi interpreti come Iva Zanicchi e Claudio Villa che ha ottenuto 4 vittorie.

Nel 1967 il suicidio di Luigi Tenco dopo la serata inaugurale. Resta solo una tragedia privata o impone una riflessione sul Festival?

Il suicidio di Tenco resta una tragedia nazionale che aleggia come un fantasma su Sanremo. La sua canzone, il suo modo di interpretarla, la mancata interruzione del Festival con il proseguimento delle restanti due serate, pesò molto sui cantanti e sembrò anticipare il clima mesto che il Paese si apprestava a vivere, con le manifestazioni sociali del 1968, che lo fecero passare dal boom economico ad anni meno fortunati.

Nel 1977 il Festival è trasmesso a colori. Migliora solo lo spettacolo o fa da volano anche alle canzoni?

Ne guadagna sicuramente lo spettacolo che nelle edizioni dei primi anni Settanta era molto decaduto, anche se era sopravvissuto alle chiusure delle altre manifestazioni musicali. Canzonissima, Il Cantagiro e il Festival delle rose avevano proprio chiuso i battenti tra il 1974 e il 1975. Sanremo è sopravvissuto anche ad anni di parziale disinteresse della RAI, in seguito recuperato. Nel 1977 arriva la televisione a colori e l’esordio al Teatro Ariston. Fino ad allora il Festival era sempre andato in onda dal Casinò e questa novità segnò la volontà di rilanciare la kermesse.

Il Festival assume una connotazione nazional popolare negli anni Ottanta. Cosa significa esattamente e quali sono gli elementi di nazional popolarità che caratterizzano il decennio?

Le belle canzoni hanno contribuito a far risalire la considerazione del Festival nei primi anni Ottanta, Alice con Per Elisa, Riccardo Fogli con Storie di tutti i giorni, Albano e Romina con Felicità, Vasco Rossi che pur piazzandosi agli ultimi posti cantava Vita spericolata. Nazional popolare è inteso nell’accezione di grande evento televisivo, al punto che in alcune edizioni, come in quelle 1984/85 si dava più importanza allo spettacolo televisivo che alle canzoni, eseguite in playback e senza orchestra.

Al Festival di Sanremo del 1983 partecipano Vasco Rossi e Zucchero, con risultati deludenti in classifica. Perché il Festival non ha saputo intercettare la loro potenza?

E’ una domanda a cui è difficile rispondere perché negli anni Ottanta c’era molta musica d’importazione, soprattutto americana e la musica italiana faticava a catalizzare attenzione. Ciò coinvolgeva cantautori già famosi come Renato Zero e Claudio Baglioni ma ancor più i giovani come Vasco e Zucchero anche se, nei live, andavano già fortissimo e avevano molto seguito. A Sanremo non c’era in quel momento l’attenzione giusta per loro e il nazional popolare pagava di più, vinceva sempre, era una regola.

E perché riuscirà a farlo con Eros Ramazzotti che arriva e vince?

Si, vince nella categoria Giovani nel 1984, ottiene un settimo posto tra i Big nel 1985 e poi vince l’anno dopo con Adesso tu. La spiegazione è che si è presentato con un linguaggio più diretto che colpiva i giovani come lui e la stessa cosa accadrà a Laura Pausini negli anni Novanta. Lanciava un grido generazionale che a Sanremo Zucchero e Vasco non hanno saputo esprimere nella loro poetica. Ramazzotti era molto più coinvolgente e parlava alla generazione che in quel momento dettava le regole del mercato.

Quali sono state le tappe musicali più importanti del Festival di Sanremo?

Il segreto di Sanremo è quello di non aver avuto un format. Il Festival non è mai rimasto fedele a se stesso ma si è calato di volta in volta nella formula dettata da chi lo organizzava. Nelle prime edizioni le canzoni in gara erano 20, i cantanti che le interpretavano solo 3. Il Festival parte come gara di canzoni ma con il tempo diventa il Festival dei cantanti perchè alcuni personaggi, come il reuccio Claudio Villa, hanno un successo tale da schiacciare le canzoni. Si adotta la formula della doppia interpretazione, in chiave orchestrale e interpretativa e ogni brano è cantato da due cantanti diversi e il pubblico decide quale versione preferisce. Dal 1953 al 1971 al Festival c’è la doppia esecuzione affidata anche a interpreti internazionali che scendono in gara, Stevie Wonder, Dionne Warwick, Cher, Louis Armstrong e altri. Successivamente si passerà all’esecuzione delle canzoni in playback ma si tornerà presto al live e all’orchestra.

L’evento televisivo diventa completamente mediatico con i 5 anni di conduzione e direzione artistica di Pippo Baudo, dal 1992 al 1997. Cosa ha caratterizzato le sue edizioni?

A Sanremo, negli anni Novanta, c’era il desiderio di riscoprire la musica degli anni Sessanta, un revival favorito anche dall’esordio nel 1992, del Karaoke di Fiorello, anche se in radio passava molta musica dance internazionale. Torna l’attenzione sulle canzoni degli anni Sessanta e Settanta che erano state dimenticate negli anni Ottanta, caratterizzati dalla supremazia dell’elettronica e da una certa propensione all’esterofilia. A Sanremo torna la melodia con le affermazioni di Laura Pausini, Giorgia e tanti brani melodici come Vattene amore, Non amarmi, In amore, Vorrei incontrarti tra cent’anni…

Perché ha scritto un libro sulla storia del Festival di Sanremo?

Perché è una passione che ho da sempre, sono invaghito di una manifestazione che è il tempio della musica italiana, il luogo dove è passato tutto, la storia, la cronaca, i sentimenti, raccontati anno dopo anno con un linguaggio diverso. Mi affascina vedere come si evolve la narrazione del Festival che è in realtà la narrazione di un intero Paese.

La copertina racconta in vignetta conduttori e cantanti

Si, è stata realizzata dal grande caricaturista e vignettista Riccardo Mazzoli che ha saputo cogliere con l’ironia del suo tocco magico, le caratteristiche dei protagonisti più rappresentativi nella storia del Festival.

Qual è lo sguardo di Amadeus sul Festival di Sanremo che traspare dalla prefazione scritta per il suo libro?

Amadeus riconosce grande valenza storica al Festival di Sanremo e sottolinea l’importanza del ruolo del direttore artistico che sceglie le canzoni a proprio gusto, consapevole che ci saranno amatori e detrattori. Amadeus è un grande appassionato di musica, un radiofonico, un conduttore televisivo, ha diretto le ultime due edizioni del Festival e si accinge a condurre la 72esima, scegliendo sempre canzoni non scontate, diverse, a proprio gusto, guidato dalla passione per la musica. Amadeus ha organizzato le sue tre edizioni del Festival rispettando la tradizione con la presenza di grandi artisti del passato, Rita Pavone, Orietta Berti, Gianni Morandi, Massimo Ranieri e Iva Zanicchi, ma ha offerto anche molto spazio all’innovazione espressa da tanti giovani artisti.

E’ da questo approccio che nasce il fenomeno Maneskin?

Assolutamente si, anche se i Maneskin hanno vinto soprattutto grazie alla loro performance all’Ariston molto convincente, perché il brano non era dato tra i favoriti. Immagine e musica hanno portato i Maneskin a un successo che da Sanremo è arrivato in tutto il mondo.

Il Festival di oggi com’è e cosa è destinato a diventare?

Il Festival è tornato ad avere una valenza nazional popolare.  Amadeus ha prestato attenzione alle classifiche di Spotify, alle radio, ai nuovi canali di fruizione della musica e tutto ciò funziona. Il Festival di Sanremo ha bisogno di portare in gara canzoni che siano senza tempo o ancorate al nostro tempo. Lo spettacolo è importante ma Sanremo per sopravvivere ha bisogno soprattutto di belle canzoni.

Tra le canzoni in gara c’è un brano dedicato al tema dell’emigrazione. Cosa racconta?

Massimo Ranieri, che torna a Sanremo dopo 25 anni, canta un brano classico intitolato “Lettera di là dal mare” che affronta il tema dell’emigrazione con romanticismo e teatralità. E’una romanza pop che parla di una partenza, dell’imbarco su una nave che va verso l’America…è una canzone sognante.

Qual è oggi la forza del Festival di Sanremo?

E’ una forza rinnovata perché oggi il Festival detta le regole del mercato dopo un ventennio di crisi discografica e riporta in gara artisti che non hanno certo bisogno di rilanci, come Elisa, Emma, Mahmood e Blanco, che vengono tutti da successi discografici importanti. Andare in gara al Festival oggi può dare lo slancio per avere successo non solo in Italia ma nel mondo, come è successo ai Maneskin.