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Margaret Bourke-White e Alberto Biasi
Fotografia e arte del Novecento in mostra a Roma

La stagione delle mostre a Roma si arricchisce di due proroghe eccellenti, la straordinaria retrospettiva “Prima, donna. Margaret Bourke-White”, allestita al Museo di Roma in Trastevere e la mostra “Alberto Biasi. Tuffo nell’Arcobaleno”, ospitata al Museo dell’Ara Pacis, entrambe visitabili fino al 30 aprile. Una retrospettiva fotografica dedicata alla fotoreporter americana Margaret Bourke-White e un viaggio nell’appassionante mondo dell’arte programmatica e cinetica di Alberto Biasi, per leggere la storia del Novecento attraverso fotografie che hanno insegnato a guardare e per conoscere l’indagine percettiva di un artista italiano da cui è partito un movimento artistico diffuso in Europa e negli Stati Uniti. Margaret, una donna “prima” in molte cose, che quando è scomparsa nel 1971,  ha lasciato una eredità culturale di foto che hanno raccontato la storia mondiale e i suoi protagonisti, Alberto, un uomo del Novecento che all’età di 84 anni, inaugura la sua mostra e continua a testimoniare, con la sua attività, una creatività che ha fatto scuola. La forza dell’immagine, sia essa sociale, di pace o di guerra di Margaret Bourke-White e il fascino delle astrazioni ispirate da mondi filosofici lontani di Alberto Biasi. Fondazione Osservatorio Roma e America Oggi hanno  visitato entrambe le mostre, incontrando protagonisti e curatori.

Alessandra Mauro, curatrice della mostra

Chi è Margaret Bourke-White e in cosa è prima donna?

Margaret Bourke-White è stata una grandissima fotografa americana, una delle protagoniste del fotogiornalismo mondiale, un personaggio straordinario, una prima donna perché lei stessa ci si sentiva e voleva costruire su di sè un personaggio, prima donna perché ha realizzato una serie di cose eccezionali in quanto donna ma anche e soprattutto in quanto persona. E’ stata la prima a realizzare, con la sua macchina fotografica, scatti straordinari di industrie e di progetti corporate, andando nelle fonderie, rischiando di fondere la sua macchina fotografiche per realizzare fotografie forti, affascinanti, avveniristiche. E’ stata la prima a scattare foto aeree, a conoscere e ad approfondire il fattore umano, soprattutto nel periodo in cui la Grande Depressione ha flagellato gli Stati Uniti, portando per prima il suo rigore scientifico e scenico nelle immagini di persone, realizzando foto sociali che hanno una forza plastica sconosciuta fino ad allora. E’stata la prima donna a raccontare il Sud martoriato degli Stati Uniti e a concentrare tutta la storia di quel periodo in un libro a pochi mesi dalla conclusione, tra la fine del 1936 e il 1937.  Per Margaret Bourke-White è stata realizzata la prima divisa di corrispondente di guerra, è stata anche la prima donna ad andare in Russia negli anni Trenta, a fotografare Stalin anni dopo, allo scoppio della 2° guerra mondiale realizzando un ritratto molto particolare, a documentare i campi di concentramento. Le sue foto hanno raccontato l’India e il Mahatma Gandhi con cui ha avuto un rapporto strettissimo e che ha fotografato poco prima della morte. E’ stata la prima a raccontare con reportage per le pagine di Life, la rivista che ha contribuito a fondare e per la quale ha realizzato la copertina di esordio, una parte importante del ‘900. Ma è stata anche la prima a non aver paura di mostrarsi debole quando è stata assalita dal Parkinson, la malattia che l’ha fermata, facendosi fotografare nella sua debolezza e fragilità, raccontando il suo calvario nella malattia. Le ultime foto esposte in mostra, pubblicate su Life, sono scatti che la ritraggono nel suo calvario e raccontano la sua lotta nella malattia. Una prima donna anche in questo. E’stata una pioniera della fotografia.

La mostra come è stata concepita?

E’ un racconto a tappe fotografiche, cronologiche e tematiche, del cammino e della biografia di Margaret Bourke-White, una donna che aveva un entusiasmo contagioso per la vita. La mostra si declina attraverso 11 capitoli, ciascuno dei quali è una storia fotografica, un reportage e un modo per raccontare a fondo ciò che lei ha visto ma anche il suo rapporto con la realtà. Alcuni brani della sua autobiografia sottolineano il racconto fotografico. La mostra offre la possibilità di conoscere una persona speciale e di percorrere la storia visiva del Novecento, per capire come si è formato il nostro modo di guardare contemporaneo. E’ Margareth che ci accompagna a visitare la mostra.

Le mostre fotografiche cosa regalano?

Sono molto importanti perché fanno conoscere un personaggio, capire come ha vissuto, tra opportunità e difficoltà, ma anche perché consentono uno sguardo storico  per capire il modo in cui abbiamo vissuto e per essere più consapevoli del nostro presente.

Maria Vittoria Marini Clarelli, sovrintendente capitolina

La storia del mondo nello sguardo di una donna?

E’ una mostra di grande fascino perché l’attività di Margaret Bourke-White si presta alla tematizzazione, è un’antologia della fotografia del Novecento  costruita da chi ha percorso molte strade, dalla fotografia corporate con straordinarie foto industriali, all’attività sociale relativa ai confronti tra la società americana e russa, ai ritratti di grandi personaggi da Roosevelt a Stalin, al rapporto con il Mahatma Gandhi, al momento in cui Margaret si fa fotografare con la mascherina mentre assiste alla stessa operazione chirurgica alla quale deve essere sottoposta lei stessa e che naturalmente documenta fotograficamente. La mostra è l’occasione per entrare nella storia attraverso le immagi che favoriscono un orientamento dello sguardo. Sono esposte fotografie che oggi appaiono scontate e che invece ci hanno insegnato a guardare.

C’è una foto che più delle altre racconta questo nuovo sguardo?

Si, è una foto scattata dopo l’alluvione del Kentucky, in cui si vede una folla tendenzialmente nera in fila per il pane e. sullo sfondo, una grande foto sullo stile di vita americano rappresentato come il migliore del mondo.

Perché le foto di Margaret Bourke-White ci insegnano a guardare?

Le foto e i reportage pubblicati sulle riviste Life e Fortune hanno girato il mondo, ce ne sono alcune che noi vediamo senza renderci conto di averle viste tante volte. C’è un bianco e nero eccezionale e anche la capacità di entrare nel dettaglio, soprattutto quando la fotoreporter rappresenta la folla. Le inquadrature rendono asimmetrico il nostro sguardo del XX secolo.

Margaret Bourke-White e il fotogiornalismo

E’ un’antologia che racconta tante cose, anche il suo essere donna. Margaret è stata attaccata perfino per essere andata a scattare foto sociali indossando un abbigliamento da signora, un cappottino rosso di ottima fattura, ma lei ha dimostrato che si può essere fotoreporter anche curando il proprio stile che conservava anche mentre si arrampicava sulle acciaierie.

Alberto Biasi, artista

Maestro, la serie “Io sono, Tu sei, Egli è” esposta in mostra cosa rappresenta?

Ho una formazione culturale classica e studiando la filosofia mi sono imbattuto nel “cogito, ergo sum” di Cartesio. Io ho fatto una carriera di artista dove il pensiero c’è ma non è fondamentale, quindi mi sono chiesto se allora io non sono. Ho riflettuto e ho capito che invece ci sono anche io e l’ho affermato realizzando l’opera “Io sono”, dove io tengo in mano la parte dell’opera che avevo fotografato sulla fotografia e ho ottenuto una immagine cinetica della farfalla. Ho dimostrato a me stesso che io sono perché faccio cose che si muovono e insegno a far vedere come esse si muovano dal nulla. Da io sono, ho guardato un mio amico e ho pensato che anche lui era. E’ nata così l’opera “Tu sei”, realizzata con le luci colorate, che si muove mentre prende posizione. L’opera “Egli è” nasce di conseguenza ed è un telo riempito dalle scritte e dai graffiti di chi passa e lascia la sua testimonianza.

Qual è il messaggio esistenziale che lanciano queste opere?

Che ognuno è quello che vuole essere in quel momento. Io sono è la testimonianza in essere di un artista, tu sei è la testimonianza di chi gioca con la propria immagine e con il proprio essere.

La natura quanto ha influenzato la sua opera?

La natura, i campi, i boschi che sono stati il mio mondo nell’età giovanile, mi hanno molto influenzato a livello creativo. Le  3 Trame esposte, vengono fuori dalla  attività di allevatore dei bachi da seta che ho svolto da giovane, aiutando mio padre.

Cosa significa oggi per lei esporre all’Ara Pacis?

Credo sia il momento più gratificante della mia vita. L’Ara Pacis rappresenta per me da sempre un simbolo particolare e significa tante cose.

Giovanni Granzotto, curatore della mostra

Professor Granzotto, chi è Alberto Biasi?

Alberto Biasi è il caposcuola dell’arte programmata, che nacque alla fine degli anni ’50 da una costola dell’Optical Art e che cercò di costruire, attraverso la partecipazione dello spettatore, una gabbia con paletti ben delineati, per identificare una nuova forma di opera d’arte. L’arte programmata dà le coordinate dell’opera, attraverso le quali lo spettatore può vedere, immaginare, sentire e riconoscere tante forme diverse. E’già un’arte in dinamismo. L’arte cinetica è l’inserimento del movimento, il momento in cui il movimento diventa più reale. Alberto Biasi è uno dei grandi artefici dell’arte programmata, del movimento e della forma virtuale, è l’artista che più di tutti ha rappresentato l’arte programmata tout court e anche il cinetismo, con gli ambienti, con il movimento reale, con l’intervento concreto dello spettatore e con l’illusione formale. E’ stato il più grande esponente, dagli anni ’60 in poi, della costruzione della forma virtuale.

Tuffo nell’Arcobaleno cosa racconta?

 Attraverso il percorso di questa mostra che si articola con oltre 60 opere esposte e 4 ambienti-installazioni, Alberto Biasi regala una dimensione di forma che non esiste e che ritroviamo continuamente cangiante, all’interno di una forma solidissima, strutturata, bloccata, conclusa. La sua capacità è quella di dare allo spettatore la possibilità di vedere un cambiamento di forme e di colori, riuscendo a rapire lo spettatore attraverso lo straniamento delle forme. Alberto Biasi non ha mai rinunciato al momento estetico, all’aspetto dell’opera d’arte come momento conclusivo del suo lavoro, al senso della bellezza e dello straniamento perché tutte le sue opere, pur elaborate in termini di grande tecnicismo, in maniera scientifica, utilizzando gli strumenti della modernità, non rinunciano alla natura e alla sua contemplazione.  Biasi ci parla dell’arcobaleno, che dà il titolo alla mostra, un fenomeno naturale, ma ci parla anche delle gocce d’acqua che cadono in uno stagno o del sasso che lanciato in uno stagno, crea una espansione di cerchi.  Per Biasi qualsiasi evento naturale è un momento di suggestione e di ispirazione, da cui costruisce una forma che è in continuo cambiamento, coniugando natura, scienza, tecnica e rapimento emotivo.

Alberto Biasi nasce nel 1937 e la sua attività continua anche oggi

Il suo è un lunghissimo percorso mai terminato. Nel 1959 nasce la sua arte programmata con Le Trame, tralicci dei bachi da seta nella cui sovrapposizione, Biasi scopre che con le interferenze luminose, si possono vedere forme minimali che mutano. Dalle Trame parte tutto il suo percorso tra arte programmata e arte cinetica, sia con le opere da parete in cui il movimento è virtuale sia con gli ambienti, il più importante dei quali è un prisma in cui i fasci di luce attraverso la scansione, quasi raggi laser, portano allo straniamento dello spettatore che vede un continuo cambiamento di forme ma soprattutto di colori e cromie. Biasi, tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90,  inventa una forma d’arte che è la sintesi tra arte programmata e l’ utilizzo delle lamelle e le interferenze con la luce e i grandi fondali che parlano di arte spazialista. Con gli assemblaggi che nascono agli inizi degli anni ’90, inventa un’opera d’arte che coniuga spazialismo e arte programmata.

Inventa utilizzando quali materiali?

Utilizza materiali tradizionali, la tavola, il colore e le lamelle in pvc, con un gioco raffinato ed evoluto di rapporti percettivi e geometrici che permette all’opera d’arte di diventare tale.

Perché le Trame sono opere fondamentali nel percorso artistico di Alberto Biasi?

L’arte programmata nasce nel 1959 con le sue Trame, carte forate che rappresentano i graticci dei bachi da seta. Suo padre era direttore di un essiccatoio e Biasi, innamorato e affascinato dalla natura e dai suoi miracoli, ne trae ispirazione. Le trame diventano in seguito garze e la loro sovrapposizione porta alle variabili luminose e a immaginare e percepire forme che mutano. L’ultima trama del 1964 è con i graticci, con i cartoni dei bachi da seta, inserita in una valigia, è la trama di un percorso che parte.

La linea narrativa della mostra qual è?

E’ una grande linea antologica, perché presenta tutta la bellezza e la completezza del grande maestro che è stato dentro il cuore dell’arte programmata e dell’arte cinetica, ma racconta anche l’aspetto ludico, l’incanto verso lo spettatore, tutti gli aspetti scientifici ma anche la capacità di emozionare in termini di rapporto con l’opera d’arte che per Biasi deve essere sempre esteticamente definita e capace di concupire lo spettatore.

Un’opera che ha stupito?  

Una Galleria a Manhattan ospitò, al suo esordio, una mostra di Alberto Biasi che in quella occasione elaborò una sua maniera di concepire la bandiera italiana, realizzando un’opera in cui il Tricolore aveva una sua vibrazione luminosa per cui era una bandiera dinamica. E’ un’opera che stupì.

Qual è il ruolo di Alberto Biasi nell’arte contemporanea?

E’ uno dei caposcuola assoluti dell’arte programmata, un movimento dimenticato per decenni ma che da vent’anni è tornato al suo splendore con mostre organizzate in tutto il mondo. Alberto Biasi è stato il caposcuola più completo, ricco e affascinante.