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Zurbaràn a Roma
Il San Francesco del Saint Louis Art Museum arriva alla Pinacoteca Capitolina tra Caravaggio e Velazquez

La Pinacoteca Capitolina offre alla Pasqua dei romani e dei turisti un altro elemento di grande interesse artistico e culturale, oltre ai capolavori e alle collezioni in esposizione permanente nei Musei Capitolini. Un quadro prezioso di Francisco de Zurbaràn, pittore metafisico del Seicento spagnolo, considerato tra i grandi protagonisti del Siglo de Oro, arriva per la prima volta a Roma, nell’ambito di una attività culturale di condivisione tra i Musei Capitolini e il Saint Louis Art Museum. La sovrintendente capitolina Maria Vittoria Marini Clarelli accoglie il dipinto di Zurbaràn San Francesco contempla un teschio nella Sala Santa Petronilla, presentando l’evento  frutto di uno scambio con il Museo di Saint Louis a cui i Musei Capitolini hanno prestato un’opera importante di Francesco Albani, per la quale si è stabilito uno scambio con il capolavoro di Zurbaràn, per ospitare un quadro di un artista che a Roma non era stato mai esposto e che arriva con una delle sue opere più famose e più sorprendenti”. Il dipinto, posizionato su una parete tra due opere di Caravaggio e un dipinto autografo di Velazquez, “cambia completamente l’allestimento di una sala popolata da illustri personaggi, offre una nuova prospettiva di visita alla sala Santa Petronilla e dà rilievo agli effetti di Caravaggio anche su pittori che a lui si associano”. Fondazione Osservatorio Roma e America Oggi incontrano Federica Maria Papi, responsabile della Pinacoteca Capitolina, curatrice del progetto espositivo “Zurbaràn a Roma. Il San Francesco del Saint Louis Art Museum tra Caravaggio e Velazquez” per entrare simbolicamente nella Pinacoteca e accogliere Zurbaràn, il più caravaggesco dei pittori spagnoli del Siglo de Oro, che a Roma non è mai arrivato e Caravaggio non l’ha mai incontrato. La mostra ai Musei Capitolini è l’occasione che crea un confronto diretto inedito tra i maestri del tenebrismo.

 Federica Maria Papi

Cosa rappresenta la Pinacoteca Capitolina per gli appassionati d’arte?

La Pinacoteca Capitolina è uno dei gioielli dei Musei Capitolini, il museo pubblico più antico del mondo.  La Galleria di pittura fondata da Benedetto XIV nel 1748, ha sempre avuto un rapporto molto forte con i cittadini di Roma e con tutti gli appassionati d’arte e i visitatori dei Musei Capitolini che arrivano da tutto il mondo. La Galleria custodisce un patrimonio pubblico destinato alla città di Roma e ai cittadini del mondo, concetti sui quali nacque la Pinacoteca Capitolina.

In questi giorni accoglie un ospite importante

Fino al 15 maggio accoglie in esposizione un prezioso dipinto di Francisco de Zurbaràn che arriva dagli Stati Uniti, per uno scambio culturale con il Saint Louis Art Museum. Lo abbiamo esposto e posto in dialogo con due delle opere più importanti dell’attività romana di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio che la Pinacoteca Capitolina ha la fortuna di possedere, insieme all’ unico dipinto autografo di Diego Velazquez conservato a Roma in una collezione pubblica.

Chi è Francisco de Zurbaràn e quale linguaggio artistico esprime?

Francisco de Zurbaràn è stato, insieme a Diego Velàzquez e Bartolomè Esteban Murillo, uno dei più grandi maestri della pittura spagnola del Seicento, protagonista del cosiddetto “Siglo de Oro”. Francisco de Zurbaràn fu uno dei grandi interpreti della spiritualità degli ordini religiosi di Spagna nel XVII secolo, lavorando principalmente a Siviglia e a Madrid.

La Pinacoteca accoglie un dipinto che arriva per la prima volta a Roma

Non solo il dipinto San Francesco contempla un teschio ma anche l’artista de Zurbaràn arriva per la prima volta a Roma, dove non sono conservate altre sue opere. In Italia ci sono pochissime opere di Zurbaràn, qualcuna è a Firenze e a Genova.  Pochi studiosi italiani si sono occupati di questo grande pittore, nonostante egli abbia avuto Caravaggio come riferimento e maestro ispiratore per la sua grande portata pittorica, tutta concentrata sull’importanza delle luci e delle ombre.

Dove è stato collocato il dipinto di Zurbaràn?

Abbiamo voluto mettere questo dipinto a dialogo con i due pittori che sono stati per lui fondamentali per costruire il suo discorso stilistico. Il San Francesco di de Zurbaràn affianca il San Giovanni Battista, opera che Caravaggio realizzò per un nobile romano,  dedicato  al figlio  Giovanni Battista e La Buona Ventura, opera degli esordi realizzata da Caravaggio nel 1597 per il cardinale Francesco Maria del Monte, vicino ad un’opera di Velazquez, con il quale de Zurbaràn lavorò a Siviglia, città dove si conobbero e si formarono, proseguendo successivamente per due percorsi diversi.

Quali?

Diego Velazquez ebbe la fortuna di diventare a soli 24 anni anni il pittore del re Filippo IV, de Zurbaràn fu l’interprete della grande spiritualità spagnola. Velazquez venne due volte in Italia e al suo arrivo a Roma predilesse il rapporto con il Bernini, ammirò le sue statue parlanti. Zurbaràn a Roma non arrivò mai.

Il San Francesco che storia racconta?

Il dipinto rappresenta San Francesco che contempla un teschio. La figura appare austera e rigorosa nella sua spiritualità, nel volto che si intravvede appena nascosto e ingoiato dal cappuccio a punta dei Francescani riformati, quel ramo dei Francescani che negli anni Trenta del Cinquecento volle ritornare alla religiosità di origine espressa da San Francesco, il fraticello umbro del XIII secolo. Si può apprezzare la semplicità con cui  Zurbaràn costruisce questa immagine ma anche la rigorosità geometrica che viene invasa da una luce fredda, austera,  che crea ombra e chiarore. E’ una luce che ha una potenzialità e un significato divino, la figura rappresenta colui che viene illuminato da una luce che arriva dall’alto, colui che è colpito dalla grazia, colui che ha capito l’essenza della sua esistenza nella quotidianità. San Francesco che guarda il teschio, ha capito la meditazione, la concentrazione sull’esistenza e la fragilità della vita. Il San Francesco esposto è solo una parte di un retablo (ndr pala d’altare) che Zurbaràn aveva realizzato per la Chiesa dei Carmelitani scalzi a Siviglia. L’opera ha avuto un percorso travagliato, come molte opere di Zurbaràn, 28 delle quali furono portate via dalla Spagna dai Francesi di Napoleone e che formarono una collezione strepitosa a Parigi, molto apprezzata dai pittori francesi, i primi a scoprire la grande arte del Seicento spagnolo e  Zurbaràn.

Guardare questo dipinto a quali considerazioni porta l’osservatore?

Questo splendido dipinto, pur essenziale nel suo rigorismo formale, è di grande impatto visivo e porta a soffermarsi e a riflettere sul memento mori, il momento in cui tutti ci troveremo di fronte alla morte sulla quale dobbiamo meditare, cominciando ad allontanarci dai valori materiali della vita terrena, dalla cosiddetta vanitas, perché nulla è eterno e tutto, prima o poi, finisce.

Il dipinto arriva a Roma grazie a un prestito vicendevole con il Saint Louis Art Museum.  Perché è stato scelto de Zurbaràn?

Abbiamo voluto far conoscere meglio questo grande pittore, ponendolo in dialogo con Velazquez e Caravaggio che Zurbaràn ha avuto come modello di riferimento per la sua declinazione della luce, per il suo sintetismo formale, per il rigore austero. Zurbaràn non è mai potuto venire a Roma e ha conosciuto le opere di Caravaggio solo tramite i racconti che venivano fatti, alcune incisioni che arrivavano in Spagna e le copie delle opere. E’ un pittore che aveva solo 12 anni quando Caravaggio muore nel 1610, al quale arriva solo il riflesso di Caravaggio ma lui ne capisce tutta la potenzialità e la utilizza con una visione più spirituale e metafisica. Zurbaràn è il pittore dei conventi, degli ordini religiosi che interpreta a meraviglia proprio grazie alla luce che acquista un significato divino e rende geometriche le sue figure, raggiungendo vette impressionanti. Ha realizzato tante nature morte, riuscendo a trovare il lirismo e la poesia nella luce che pervade gli oggetti e ne tira fuori il significato più dolce e contemplativo. Abbiamo scelto Zurbaràn per creare un incontro con Caravaggio che è stato il suo ispiratore.

Che differenza si può cogliere rispetto a Caravaggio?

Nelle opere di Caravaggio emerge di più la realtà, in quelle di Zurbaràn emerge la spiritualità. Le figure di Caravaggio vengono fuori prepotentemente dall’oscurità, dalla sua mente e dalla sua genialità, grazie alla luce che ci porta quasi a toccare le sue figure per quanto esse sembrano reali e carnali. Zurbaràn invece ci porta alla riflessione, alla contemplazione e alla simbologia esistenziale.  

Le opere esposte rendono preziosa una parete collocata all’interno di una Sala che ha una grande storia

Si, siamo nella sala di Santa Petronilla che deve il nome al grande dipinto di quasi sette metri, di Giovan Francesco Barbieri detto Il Guercino, con il seppellimento di Santa Petronilla. L’opera, realizzata per uno degli altari della Basilica di San Pietro poi sostituita da un mosaico, passerà per il Quirinale, sarà confiscata dai Francesi sotto Napoleone, tornerà dalla Francia nel 1815, grazie all’intervento di Antonio Canova e il papa la destinerà alla Pinacoteca Capitolina che all’epoca era dello Stato Pontificio. Nella sala ci sono capolavori di Domenichino, di Guercino, nonché uno dei più grandi capolavori di Rubens, pittore importantissimo per gli Spagnoli, colui che suggerirà a Velazquez di venire in Italia a studiare i grandi maestri del Rinascimento.