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La collezione Marmi Santarelli
restituisce il colore a Roma antica

Gli archeologi hanno sempre descritto l’antica Roma come una città colorata e scintillante, con marmi policromi e pitture brillanti. E’ però un fatto storico e artistico che dal Rinascimento in poi ne sia stata data una rappresentazione  sbiadita, con la pittura colorata che scompare e i marmi bianchi al posto di quelli colorati. Dove sono finiti i colori di Roma? Quali sono le ragioni per le quali la rievocazione dell’antico è sovente fatta decolorando il passato o ricolorandolo in bianco e nero? Dal 12 aprile e per i prossimi 10 anni, i Marmi Santarelli, la collezione privata più importante al mondo che esprime uno spirito collezionistico non comune, allestisce due sale di Palazzo Clementino ai Musei Capitolini, per restituire a Roma e all’antico il ricordo dei suoi sfavillanti colori. 82 frammenti policromi, 422 pezzi di campionari del primo ‘800, 288 formelle, una testa di Dioniso, una selezione di strumenti per la lavorazione del marmo, raccontano la stretta connessione tra la presenza di materiali non autoctoni alla città di Roma e l’espansione politica, economica e geografica dell’Impero Romano. I campionari ed esemplari di marmi colorati, visibili nella loro materialità, la straordinaria qualità delle pietre allo stato grezzo che appartengono alla Fondazione Santarelli, entrano nel Campidoglio e guardano sul Foro Romano, da dove si prendevano le distanze per tutto l’impero. La Roma a colori, per molto tempo dimenticata, si riscopre anche grazie a questi marmi in mostra che pochi musei al mondo possono esporre. Fondazione Osservatorio Roma e America Oggi incontrano i curatori scientifici dell’allestimento museale Vittoria Bonifati e Andrea G. De Marchi e Laura Santarelli, presidente della Fondazione Santarelli.

Vittoria Bonifati

Come è stato pensato il progetto di riallestimento?

 A Roma non c’è un museo espressamente dedicato al marmo che contestualizza questo materiale da un punto di vista non solo estetico, ma artistico, architettonico, sociale, politico ed economico. I Musei Capitolini hanno una meravigliosa collezione di opere di statuaria colorata ma non c’è una sala in cui viene contestualizzato questo materiale che ha plasmato la storia di Roma.  Abbiamo pensato a un allestimento che restituisse l’idea di archivio, perché sono esposti tutti frammenti architettonici. Le pietre sono state suddivise in base alla loro provenienza, simbolo della città di Roma.

 Il marmo come arrivava a Roma?

Era complicato portare a Roma tutto il materiale che proveniva dalle colonie dove era prodotto e  ciò comportava grande sforzo organizzativo e l’utilizzo di energie dispendiose, al pari di spedizioni di guerra perché estrarre il marmo, lavorarlo e trasportarlo necessitava di moltissimi addetti che andavano adeguatamente preparati e addestrati. Questa attività, promossa e finanziata da Augusto in poi, fu invece interrotta dall’Alto Medioevo.

L’allestimento come è stato realizzato?

 L’allestimento è contemporaneo, realizzato in collaborazione con architetti italo-francesi, e riprende l’idea di archivio, con griglie di metallo, perché anche la città di Roma è un archivio a cielo aperto e queste pietre hanno formato la città, la sua struttura e la sua estetica nei secoli. I materiali sono divisi per provenienza, la maggior parte arrivavano dal sud e dall’est, solo pochi dal nord e dall’ovest. Nella sala didattica ci sono campionari, strumenti per la lavorazione del marmo che provengono dalla Bottega Fiorentini e un documentario che ripercorre la storia di queste materie giunte a Roma in relazione alla politica di espansione dell’impero.

A quale epoca risalgono gli strumenti per la lavorazione del marmo?

Sono strumenti dell’Ottocento, raccolti nel corso del Novecento da Arrigo e Sandro Fiorentini, due marmorari con studio in Via Margutta.

“I colori dell’antico”, da cosa nasce il titolo della mostra?

Il gusto estetico neoclassico, soprattutto in archeologia,  tende a sbiancare la storia, i colori non vengono sottolineati. I colori dell’antico vuole far vedere che i colori a Roma c’erano, erano centrali alla cultura e all’estetica del tempo. L’esposizione presenta una selezione dei materiali più utilizzati nell’Impero Romano.

Quali erano i colori prevalenti?

Il giallo antico, il porfido, colori resi luminosi dall’utilizzo di cere, grassi e levigature. Tutte le pietre e tutte le colonne venivano lucidate, Roma appariva sfavillante. Camminare per la città a quel tempo deve essere stata un ‘esperienza incredibile.

In quale tempo?

Dall’epoca di Augusto in poi, fino a prima della caduta dell’Impero. Poi Roma è cambiata, dall’Alto Medioevo si entra nel tema del riuso, con le cave che vengono chiuse, non c’era più la disponibilità economica come ai tempi dell’Impero e cambia tutto per l’architettura e l’arte.

Il riallestimento museale racconta che Roma era colorata?

Si, con colori che ci sono ancora, nelle chiese, al Pantheon con le meravigliose colonne di granito, il colore si è solo un po' sbiadito perché le cere che venivano utilizzate si sono depotenziate. Le due sale allestite aiutano a immaginare come era Roma, più brillante e colorata.

Andrea G. De Marchi

Quando Roma perde i suoi colori?

Roma perde i suoi colori nella rappresentazione della città fatta dagli artisti che vogliono rievocare l’antico attraverso il Rinascimento. Roma è la capitale dell’antichità sempre, quando si parlava della Grecia e della sua antichità, anche nel ‘700 con Winckelmann, nessuno la conosceva quindi l’antico, come assioma, è Roma, chiamata città eterna. Nelle rievocazioni che ne fanno i più grandi revival del Rinascimento, è data in bianco e nero e continua così fino all’età moderna. Le uniche eccezioni le fa il cinema,  in tempi recenti il film Il Gladiatore, ispirandosi a quadri del tardo Ottocento inglese, fa vedere un’antichità piena di colori, anche se sono colori saturi. I colori normali di questi marmi Santarelli esposti ai Musei Capitolini, non sono mai tradotti nella rappresentazione della città, sebbene costituissero la città.

Dove sono finiti i colori di Roma antica?

Noi abbiamo avuto un’immagine di Roma sempre decolorata e questa mostra, realizzata con un prestito a lungo termine fatta da un privato al museo pubblico più antico del mondo, può colmare una lacuna e far vedere una città che era cosparsa dei colori più diversi delle viscere della terra.  Dobbiamo evitare di pensare che questa ricchezza costituisse cattivo gusto, come hanno voluto raccontarci. I marmi colorati sono stati chiesti e ottenuti, per tutto il Medioevo, da Montecassino, da Carlo Magno ad Aquisgrana. Li troviamo ovunque, a Westminster, a Berlino, in vari luoghi d’Italia e d’Europa, perfino all’ingresso dell’Istituto Italiano di Cultura a New York.

La storia eterna di Roma deve ancora essere compiutamente raccontata?

Questa è una certezza.

Laura Santarelli

Quando e perché nasce la Fondazione Santarelli?

Nasce come Associazione nel 1999, in ricordo di mio padre Dino Santarelli. Nel 2004 è diventata la Fondazione Dino ed Ernesta Santarelli, dedicata a entrambi i miei genitori. E’ molto attiva nel promuovere lo studio della storia antica, con particolare riferimento a Roma ma concede opere provenienti dalle sue Collezioni per allestire mostre in tutto il mondo, ritenendo la fruibilità dell’opera d’arte una forma importante di condivisione culturale.

Il rapporto con i Musei Capitolini si rinnova di decennio in decennio

La Fondazione Dino ed Ernesta Santarelli, molto legata alla nostra città di origine, è onorata di essere ai Musei Capitolini perché la nostra famiglia ha sempre avuto grande attenzione all’arte. Personalmente ho sofferto molto per le tante spoliazioni che Roma ha subito sia in tempi di pace che in tempi di guerra. La mia famiglia è sempre stata animata dal desiderio di riportare a Roma, compatibilmente con le nostre possibilità, opere che da Roma provenivano. Ci siamo occupati molto di scultura, di marmi colorati, di glittica con la precedente esposizione decennale offerta ai Musei Capitolini e negli ultimi anni anche di dipinti su pietra. Facciamo tutto questo con spirito condivisivo e didattico, occupandoci di studenti meritevoli che hanno questa passione.

La collaborazione con i Musei Capitolini porta al riallestimento di due sale importanti

La collaborazione prevede, attraverso un comodato gratuito della durata di 10 anni, l’allestimento con i marmi della Collezione Santarelli di due sale nel Palazzo Clementino che nei dieci anni precedenti erano state allestite con la nostra collezione di glittica, circa seicento opere tra cammei, intagli, scarabei e sigilli che abbracciano cinque millenni di storia.

Arredare il museo più antico del mondo che sensazione lascia?

Come imprenditrice sento il bisogno di restituire alla città  un po' di bellezza e buona sorte. Sono felice che questi marmi possano raccontare a tante persone la storia di Roma.

I Marmi Santarelli dove erano custoditi primi di questo allestimento museale ai Capitolini?

Erano custoditi in parte nella sede della Fondazione e in  parte in un deposito molto ben organizzato per ospitarli nell’attesa che si creassero le condizioni adatte a renderli visibili e fruibili.

Come nascono le Collezioni Santarelli?

Nascono dall’amore per il collezionismo che ci ha portato a mettere insieme tante collezioni, evitandone la dispersione e conservandole con cura e attenzione fino a quando non si è creata l’occasione giusta per poter rendere fruibili  le opere in una dimensione ampia, in grado di restituire  l’idea di cosa sia stato l’Impero Romano in tutto il bacino del Mediterraneo.