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La memoria delle STAZIONI

Arrivi e partenze, registri degli orari e tabelloni hanno scandito per decenni il tempo dei viaggi in treno, per viaggiatori di ogni età e condizione. Tutti in attesa, sulla banchina, a guardare l’orologio della stazione, iconica presenza, quasi una istituzione temporale che dettava perfino il tempo dei saluti, prima che si chiudessero le porte e cominciasse l’avventura del viaggio. Le stazioni hanno memoria, conservano i ricordi delle vite e delle storie che le hanno abitate e attraversate? E oggi che tutto è scandito da una app e il tempo si misura in giga consumati senza togliere mai lo sguardo dal proprio schermo personale, le stazioni continuano a raccontare? Chiara Sbarigia, presidente di Istituto Luce Cinecittà, instancabile promotrice delle contaminazioni culturali, ha pensato di sviluppare il tema della memoria delle stazioni, per raccontare luoghi di incontro, partenze e arrivi con uno sguardo storico, letterario e artistico. Le fotografie del prezioso Archivio Luce, in dialogo con l’Archivio della Fondazione Fs Italiane, restituiscono il racconto dei viaggiatori italiani in transito nelle stazioni. Scatti di mamme e bambini in partenza per il mare o vestiti per le grandi occasioni, circondati da eleganti bagagli, foto di uomini che bevono vino dalla bottiglia mentre aspettano il treno, scatti di operai instancabili che le stazioni le hanno costruite, tirando su muri destinati ad accogliere una straordinaria umanità. E infine foto di emigranti, gli sguardi smarriti che salutano dai finestrini delle carrozze, di chi lascia il Sud verso nuove destinazioni, quando le distanze sembravano ancora più distanti e le stazioni di partenze erano l’ultimo ancoraggio alla propria terra di origine. Personalità politiche, religiose, personaggi del cinema e della televisione, fotografie di istanti che raccontano la storia sociale di un tempo segnato da tante storie. Una mostra propone la riflessione sulla stazione intesa come scenario di vita personale e collettiva, ma anche come luogo iconico di città o località che guardano alla stazione come un edificio che si erge con l’importanza e l’orgoglio di una propria architettura. Ci sono stazioni che conservano inalterata la memoria di uno spazio, un luogo, una bellezza che il passare del tempo non ha scalfito. Messina Centrale racconta questa suggestione, ma non è la sola. La mostra Memoria delle STAZIONI, allestita dal 16 settembre al 1 novembre all’Auditorium Parco della Musica, racconta il mondo e la storia delle stazioni considerandone otto: Trieste, Venezia, Milano Centrale, Firenze Santa Maria Novella, Roma Termini, Napoli, Messina Centrale. La documentazione storica fotografica incrocia lo sguardo di un’artista contemporanea, la fotografa Anna Di Prospero, che con 21 scatti d’autore, racconta con immagini luoghi spesso inesplorati. Il racconto di otto grandi autori italiani sviluppa il mondo emotivo e i sentimenti che nascono dal frequentare a vario titolo una stazione. Fondazione Osservatorio Roma e ICN Radio incontrano Chiara Sbarigia, presidente di Istituto Luce Cinecittà, Sabato Gargiulo, ingegnere di Fondazione Fs Italiane e Anna Di Prospero, la prima fotografa donna con una produzione artistica acquisita dall’Archivio Luce Cinecittà.

Chiara Sbarigia

La storia dell’Italia raccontata attraverso le stazioni?

La ferrovia ha unito il nostro Paese, le stazioni sono un luogo dove ciascuno di noi ha un ricordo e una memoria legata a un episodio della propria vita, a qualcuno che non c’è più, a un periodo particolare. Le stazioni hanno una memoria diversa da quella degli aeroporti che cerchiamo di raccontare con una mostra costruita in dialogo con l’Archivio di Fondazione Fs.

La mostra è un modo per guardare alle stazioni con uno sguardo storico?

Le fotografie storiche che mostrano le fasi di costruzione delle stazioni o le grandi personalità che vi hanno transitato come Gandhi e Orson Welles solo per citarne alcuni, raccontano grandi momenti di storia. Abbiamo però anche fotografie che documentano storie più piccole ma ugualmente significative, ci sono bambini che vanno in vacanza al mare, le famiglie che si spostano, i militari che tornano dalla guerra.

Le stazioni viste da una giovane fotografa contemporanea cosa raccontano?

Una visione più contemporanea, personale e intima di spazi dove di solito si passa di fretta, senza guardarsi intorno. Le foto di Anna Di Prospero hanno una dimensione completamente diversa rispetto alle foto d’archivio che sono spesso di autori anonimi. I suoi sono scatti d’autore, a colori, con luci calde, frutto di un lavoro appassionato e importante e sono anche i primi scatti di una autrice, una fotografa, acquisiti da Archivio Luce.

La mostra propone un viaggio fotografico e letterario attraverso otto stazioni. Ci sarà un seguito?

il format non mi appassiona, non riserverebbe sorprese, l’idea è bella per come è stata concepita anche se stiamo valutando di estenderla alle piccole stazioni di cui è costellato il nostro Paese.

Le stazioni come sono state selezionate?

Le scelte sono state suggerite da istantanee del cuore e immagini architettoniche. Firenze Santa Maria Novella ha una costruzione architettonica molto forte di un preciso periodo storico, Milano Centrale è unica per il suo genere. Roma Termini è raccontata da una sterminata raccolta di fotografie che custodiamo e tra le quali abbiamo selezionato gli scatti meno scontati e meno visti, cercando di restituire una dimensione più popolare.  La suggestione di un video dell’Archivio Luce con un treno che a Messina lascia la stazione e si imbarca su un traghetto, la stazione di Venezia dove si arriva danzando sull’acqua, Trieste la cui stazione è un posto di confine, usata per rappresentare la Morte a Venezia di Visconti, Bologna imprescindibile nel racconto delle stazioni, Napoli perché è l’anticamera di un mondo.

Otto scrittori hanno dato voce alle stazioni?

Quattro scrittori e quattro scrittrici, Mauro Covacich per Trieste, Gaia Manzini per Milano, Tiziano Scarpa per Venezia, Enrico Brizzi per Bologna, Sandro Veronesi per Firenze, Melania Mazzucco per Roma, Valeria Parrella per Napoli, Nadia Terranova per Messina, hanno raccontato la stazione della loro città di nascita.  Sono grandi scrittori italiani, vincitori di premi importanti, voci originali che hanno generosamente profuso nella realizzazione del catalogo della mostra, un libro con storie bellissime. Due di loro sono anche figli di ferrovieri.

Cinecittà e Archivio Luce custodiscono e ricostruiscono la storia italiana?

Con un racconto non necessariamente cinematografico anche se la mostra fotografica è arricchita da una sala in cui si proietta un video costruito come narrazione.

Sabato Gargiulo

Quali sono le finalità della Fondazione FS?

Le Ferrovie dello Stato hanno una fondazione, nata nel 2013 allo scopo di conservare gli elementi storici delle ferrovie, spesso emarginati, come accade nel corso di tutte le evoluzioni dei processi industriali. La Fondazione conserva e riqualifica elementi storici riproposti con funzioni diverse.

Quanto è importante la storia per la Fondazione Ferrovie dello Stato?

L’Italia è un luogo di bellezza straordinaria che custodisce talenti geniali. Cerchiamo di valorizzare tutto quello che è stato fatto per competere e vincere a livello internazionale sulla cultura. L’ ultima scena del film Nuovo Cinema Paradiso di GiuseppeTornatore, rappresenta simbolicamente il nostro intento perché Alfredo ripropone al suo amico d’infanzia diventato un regista famoso, tutte le scene che erano state tagliate da un parroco poco attento alla cultura del cinema. La bellezza  che qualcuno ha salvato è il link che lo riporta al suo passato e crea una nuova armonia. La Fondazione Fs italiane è un po' come Alfredo, perché vuole mantenere e riproporre alla collettività la bellezza e la cultura italiana.

Cosa rappresenta la stazione, come immagine iconografica, per le Ferrovie dello Stato?

In due secoli gli uomini delle Ferrovie italiane hanno realizzato un lungo tunnel spazio-temporale, a cui si accede attraverso le porte che sono le stazioni, ricche di una storia lunga che ha condotto le persone da un luogo all’altro. E’ una storia che parla di partenze e di ritorni, in un tunnel temporale dove si attraversa il tempo, si parte da un paesino che rimane quasi immobile rispetto al tempo, si arriva in una città frizzante dove si vive con altri ritmi, si torna indietro e si ritrova la stazioncina pressocchè immobile. La stazione è la porta del tempo.

Le stazioni raccontano le storie di chi le attraversa ma anche storie di architetture?

La ferrovia in senso tipico è un processo industriale che produce treni, utilizzati dai viaggiatori ed è un sipario che si apre da entrambe le parti, dalla parte delle Ferrovie e dalla parte delle città. La stazione deve essere commisurata alla città che attraversa perchè la collettività non accetterebbe mai edifici che non siano coerenti con la bellezza della città. Le Ferrovie sono felicemente obbligate a esprimere un’architettura che abbia un livello adeguato, per questo dobbiamo guardare l’altra parte dello scenario. Ecco perché le stazioni sono spesso grandi architetture, di grande bellezza. A Venezia uscire sul Canal Grande è un’emozione meravigliosa.

La Stazione Roma Termini e’ al centro del collegamento ferroviario di Paese unito anche dalle Ferrovie italiane?

Roma Termini, inaugurata nel 1950, è stata in realtà costruita in epoca antecedente dall’architetto Mazzoni, espressione della genialità ferroviaria italiana. Nel dopoguerra fu fatto un nuovo concorso per il suo completamento con la costruzione del tetto, il cosiddetto dinosauro, una teca bellissima da cui si vedono le Mura Aureliane. In mostra sono esposte le foto della Cabina, la centrale di comando, il cervello della stazione, con le leve che comandavano gli scambi e che consentivano a circa 500 treni al giorno di entrare e uscire in stazione, senza scontrarsi. La cabina, progettata negli anni Trenta ed entrata in funzione alla fine degli anni Quaranta, era un prodigio di tecnologia. Naturalmente sono esposte molte foto di arrivi e partenze, di personalità e di persone comuni.

Come è cambiato socialmente, nei decenni, il passaggio a Roma Termini?

Roma Termini apre le porte a una città grande come Roma e alla ferrovia che collega tutta l’Italia. Ciò comporta la necessità di offrire nuovi servizi a una società che chiede sempre di più, per andare in stazione a fare la spesa, passare del tempo, comprare abbigliamento, prendere un caffè, andare a pranzo. Prima della pandemia, 500mila persone al giorno passavano per la stazione Termini, ma solo 300mila dovevano prendere un treno. E’un eccezionale osservatorio sulla società contemporanea.

L’Archivio delle Ferrovie custodisce storia e memoria?

L’Archivio custodisce tanto di quel materiale da essere ubicato in più di un luogo. Il vecchio Archivio delle Costruzioni, ubicato oggi in via Boni, documenta da fine Ottocento, un corposo gruppo di documenti, ma tanto materiale è custodito a Villa Patrizi e a Roma Termini, dove stiamo realizzando, ai piani interrati della Cabina storica, il più grande Archivio delle Ferrovie dello Stato in Italia.

Sarà un archivio fruibile al pubblico?

Certamente, avremo un intero piano dedicato alle letture dei visitatori. Chi passerà da Roma Termini, troverà l’Archivio delle Ferrovie che racconterà decenni di storia e di storie. I lavori sono in corso, tra un paio di anni l’Archivio sarà finalmente aperto a tutti.

Anna Di Prospero 

Con quale sguardo è entrata in un progetto che unisce passato e presente personale e collettivo?

Ho accettato con entusiasmo la proposta di raccontare per immagini otto stazioni italiane, non solo perché si trattava di collaborare con una delle istituzioni culturali italiane più importanti ma anche perché avevo la possibilità di interpretare le stazioni come non era mai stato fatto prima.

Con quale idea di rappresentazione?

Con il desiderio di restituire una visione distaccata e in contrasto rispetto alla visione comune, collettiva e funzionale che abbiamo delle stazioni, eliminando tutti i riferimenti alla folla, al movimento, al continuo cambiamento, alla presenza dei treni che sono i protagonisti delle stazioni. Tutto questo senza l’elemento tempo, senza il quale l’identità della stazione e le attività quotidiane, sarebbero impossibili da svolgersi.

Eliminando gli elementi più comuni, come si è declinato il racconto per immagini?

Mi sono concentrata su un tipo di racconto molto più personale e intimo per riportare al centro della narrazione, la bellezza di questi luoghi di grande fascino, spesso inosservato proprio perché le stazioni sono vissute di corsa. Ho vissuto con occhi diversi i luoghi e incentrato il racconto sul rapporto tra una figura umana e lo spazio circostante, avvalendomi dell’autorappresentazione, il mio mezzo espressivo. Tutte le fotografie presenti in mostra sono miei autoritratti con il volto coperto perché non sono intenzionata a collegare la mia identità personale alla figura fotografata, ma il mio intento è quello di restituirne una alla identità collettiva. Con questo tipo di approccio, spero di essere riuscita a restituire un immaginario intimo e personale, piuttosto che l’immaginario pubblico e collettivo che siamo abituati a vivere quando ci rechiamo nelle stazioni.

Quante sono le sue foto esposte?

Ci sono 19 foto in mostra e 21 nel catalogo che accompagna l’esposizione, frutto di un lavoro immenso e di otto viaggi in luoghi bellissimi.

Sono i luoghi che hanno ispirato il suo lavoro o è arrivata nelle stazioni già con un’idea precisa?

Avevo già un’idea assolutamente precisa, ogni viaggio e ogni scatto è stato preceduto da una lunga ricerca per individuare i luoghi, con le foto degli archivi Luce e Fondazione Fs ma anche con la ricerca in rete di immagini di viaggiatori che hanno condiviso il loro momento di attesa in stazione. Tutto il materiale fotografico ha arricchito la mia conoscenza dei luoghi dove non ero mai andata. Avevo un’idea con cui avevo previsualizzato il mio scatto, anche se poi arrivata sul posto, qualcosa è cambiato. A Firenze Santa Maria Novella un raggio di luce che ha attraversato il passaggio di un binario, mi ha totalmente rapita ed è venuto fuori uno scatto non progettato.