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Carlo Riccardi
Paparazzo e gentiluomo

Tre milioni di fotografie scattate in settanta anni di attività, molte delle quali realizzate con le lastre e il rullino fotografico, quando ogni scatto si ponderava bene, senza la compulsività a cui ci ha abituato la tecnologia digitale, raccontano sette decenni di storia italiana vista da Roma. L’Archivio Riccardi, straordinario custode della storia raccontata per immagini, conserva una ricca documentazione frutto della lunga e appassionata carriera di Carlo Riccardi che “con le sue istantanee ha colto ogni aspetto della vita culturale, politica, mondana, dello spettacolo e del cinema del nostro Paese, documentando con intelligenza e originalità eventi e protagonisti dell’Italia repubblicana”. Le parole del ministro della Cultura Dario Franceschini sono esemplificative del valore storico e sociale riconosciuto al racconto fotografico come parte integrante e importante del patrimonio storico culturale. Le fotografie scattate a Roma dal 1940, documentano, con incredibile forza narrativa e artistica, come cambia la città di un Paese che entra in guerra, come accoglie gli Americani e la Liberazione, come riparte, come vive il boom economico e la leggerezza dei favolosi Anni Sessanta, l’arrivo delle star internazionali, le Olimpiadi, il Premio Strega, l’avvicendarsi di sette Papi, da Pio XII a Papa Francesco. Una preziosa memoria storica costruita grazie allo sguardo curioso e appassionato di Carlo Riccardi, paparazzo e gentiluomo, l’occhio magico del fotogiornalismo italiano. Fondazione Osservatorio Roma e ICN RADIO NY incontrano, in occasione del 96° compleanno del Maestro, il figlio Maurizio Riccardi, fotografo e direttore artistico dell’Archivio Riccardi.

 La storia di Carlo Riccardi quando comincia?

Comincia a Olevano Romano, un paese vicino Roma, dove nasce il 3 ottobre 1926 e dove parte anche il suo precoce amore per la fotografia, suscitato dall’interesse per le opere di alcuni pittori tedeschi che vivevano ad Olevano nella dependance dell’Accademia Tedesca, una scuola d’arte. L’opera Il bosco della Serpentara, esposta in tutti i più grandi musei del mondo, è stata realizzato proprio ad Olevano Romano. Insieme ai pittori tedeschi, mio padre conobbe anche i primi fotografi che avevano macchine fotografiche giganti di legno e ne fu irrimediabilmente attratto. In piena guerra mio padre e la sua famiglia si trasferirono a Roma, nella Valle dell’Inferno, conosciuta oggi come Via delle Fornaci, dove costruivano i mattoni ma vivevano anche molti artisti. Il suo legame con il mondo dell’arte e della pittura in modo particolare, nasce in quel periodo, quando conosce Pericle Fazzini, lo scultore della Sala Nervi in Vaticano. Affascinato dalla fotografia, si costruisce da solo una macchina fotografica in ceramica, facendo finta di scattare fotografie. La fotografia entra prepotentemente nella sua vita.

Ha fotografato tutta Roma?

Si, ha conosciuto e fotografato tutta Roma, anche quella delle baracche, in un periodo in cui era difficilissimo farlo perché i tedeschi avevano requisito rullini e macchine fotografiche. Lui ci riuscì solo perché il suo datore di lavoro aveva murato le macchine fotografiche per proteggerle.  Riusciva a lavorare solo grazie ai rullini che riusciva a trovare all’Archivio Luce.

Quando a Roma arrivano gli Americani, diventa il fotografo ufficiale della Roma liberata

Conosceva l’inglese e questo lo agevolò.  Gli Americani gli misero a disposizione un piccolo ufficio dove sviluppava, stampava e colorava le foto che poi venivano vendute agli stessi Americani.

Gli anni Cinquanta e Sessanta raccontano una Roma felice, con Via Veneto che diventa il palcoscenico del mondo?

Mio padre ha cominciato a frequentare Via Veneto ancor prima della Dolce Vita, perché aveva un parente di Olevano Romano che vendeva il vino nei ristoranti di Via Veneto e un altro che faceva il portiere d’albergo e lo informava sulla presenza di personaggi importanti. Portava con sé un giovane fotografo calabrese, Rino Barillari, diventato famoso come the king of paparazzi. Carlo Riccardi conserva una incredibile memoria fotografica e archivistica di quegli anni vissuti a Via Veneto che era il centro del mondo. Il Caffè Carpano, il Caffè Strega, il Caffè de Paris,  erano tanti i luoghi in cui si incontravano personaggi diversi, l’industriale che diventava produttore, lo scrittore che diventava sceneggiatore.

Carlo Riccardi ha visto nascere il Premio Strega

Flaiano lo invitò a casa di Maria Bellonci, per partecipare a una riunione che doveva istituire un premio. Ci sono le foto degli scrittori che si riunivano la domenica e portarono alla nascita del Premio Strega, abbiamo le prime foto del Premio Strega dove si vedono anche gli attori che volevano contattare gli scrittori per diventare parte di quel racconto bellissimo e farne un film.

E mentre diventa amico di attori, re e regine, Carlo Riccardi scatta e fissa la storia su pellicola

In una Roma completamente diversa da quella di adesso, con scarse informazioni che arrivavano all’ultimo momento, Carlo Riccardi era sempre pronto, presente   e sul pezzo. In In quegli anni non ricordo mai mio padre a casa e quando c’era, sviluppava e  stampava quello che aveva fotografato. Sempre in giro tra set cinematografici, prime teatrali, ricevimenti, occasioni mondane, documentava anche la politica, in una città dove conosceva tutti e tutti lo conoscevano. E la sera, dopo che aveva girato per tutto il giorno, usciva di nuovo perché a Roma la notte era degli artisti e dei tanti amici pittori che si ritrovavano per stare insieme.

I personaggi famosi di cui diventava amico, da Flaiano a Fellini, entravano anche nella vostra vita famigliare?

De Chirico lo chiamava sempre a fotografare e a partecipare a incontri, Totò gli telefonava a casa per farsi spiegare il funzionamento delle macchine fotografiche, Fellini affidò al suo flash la luce su un riverbero d’acqua mentre girava La Nave a Cinecittà, preferendolo a Tazio Secchiaroli che era da sempre il suo fotografo di scena e che era stato allievo di papà. Noi figli rimanevamo sempre stupiti dai suoi racconti e dalle tante cose che scriveva sui suoi mille taccuini.

Episodi che lo hanno amareggiato?

Uno in particolare che riguarda il Vaticano, dove papà fotografò Suor Pasqualina, la suora che assisteva Papa Giovanni XXIII, mentre scendeva dalla macchina del Papa a San Pietro. Tornato in ufficio, sviluppò la foto e lasciò il rullino sulla scrivania. Un paio di giorni dopo, ricevette la visita di un famoso fotografo che gli chiese di vedere la foto. Papà stava uscendo, gli indicò distrattamente dove era appoggiato il rullino. Due giorni dopo, a sua totale insaputa, uscì l’Espresso con una copertina che fece scandalo perché era stata pubblicata la foto di Suor Pasqualina. Il Vaticano non gradì, mio padre fu convocato ma a nulla valse al sua sorpresa e le giustificazioni di aver scattato ma non pubblicato. Carlo Riccardi non potè entrare in Vaticano per molti anni, fino a quando una nuova pubblicazione di foto non autorizzate del papa morente, sul settimanale l’Europeo, rese evidente l’esistenza di un informatore   all’interno del Vaticano, che si scoprì essere il medico del papa. Mio padre fu richiamato in Vaticano, ricevette le scuse di un cardinale insieme a Suor Pasqualina che gli disse: “Abbiamo capito e abbiamo pregato. Tu puoi stare con noi”.

Cosa ha fotografato con maggior partecipazione?

Ogni essere umano, dallo spazzino al Premio Nobel, riuscendo a intessere con ciascuno relazioni personali ed empatiche. Quando venne il presidente Kennedy a Roma,  riuscì a parlare direttamente con lui, anche perché conosceva l’inglese. La concezione antropomorfica è sempre stata alla base del suo pensiero, l’uomo al centro e proprio per questo ha fondato la Quinta Dimensione, un manifesto pittorico che ha coinvolto tanti artisti internazionali.

Oltre all’amore per la fotografia e per l’arte, ci sono altre passioni?

La passione per la divulgazione e per la lettura. Pochi mesi fa l’Archivio Riccardi ha allestito una mostra sui Presidenti della Repubblica, da Enrico De Nicola fino a Sergio Mattarella 2°mandato, che ha interessato e incuriosito molto soprattutto i giovani, che avevano studiato e letto i presidenti senza mai aver visto le loro foto. La documentazione fotografica fa rivivere le cose, ci sono milioni di immagini che spaziano in ogni ambito, è una ricchezza immensa che dobbiamo a Carlo Riccardi perché non ha mai smesso di raccontare la storia italiana con la sua macchina fotografica. Oggi, a 96 anni, dorme ancora con la sua macchina sul comodino.

L’Archivio Riccardi a chi parla?

A tutti ed è consultabile previo appuntamento. Ha sede in Via Crescenzio, dove abbiamo uno spazio espositivo, Spazio5, nato da una Galleria d’arte, Le Scalette Rosse, che negli anni Settanta e Ottanta ha ospitato molti artisti romani del Novecento, dove allestiamo mostre e ospitiamo scuole. L’appartamento al piano di sopra è l’Archivio, ci sono stanze in cui sono divisi i negativi che partono dagli anni Cinquanta e arrivano fino ai nostri giorni. L’Archivio è stato riconosciuto di interesse storico culturale dal Ministero della Cultura. La lettera che il Ministro Franceschini ha scritto in questi giorni a mio padre, riconosce il valore storico, civile, morale e artistico della sua instancabile opera di documentazione.

Carlo Riccardi ha interpretato anche la pittura come  espressione di impegno civico?

Si con le maxitele, lunghissime tele dipinte che srotolava attorno ai monumenti danneggiati, per richiamare l’attenzione pubblica e delle istituzioni sul valore della conservazione e tutela del nostro patrimonio storico e artistico. Mio padre ha portato i pittori a dipingere nelle fabbriche, dove gli operai dipingevano con gli artisti. Ha sempre inteso l’arte come contaminazione umana e contaminazione di bene, un bene comune.

Tre milioni di foto, ma tra queste ha mai chiesto a suo padre quale è per lui lo scatto della vita?

Forse una foto privata, personale che abbiamo esposta in ufficio, mia madre in ginocchio in una Piazza San Pietro deserta e occupata dalle auto, dove allora si poteva parcheggiare, con il Papa affacciato alla finestra. Erano gli anni Cinquanta, l’immagine è davvero unica. E poi uno dei primi scatti  a una giovane Sophia Loren,  in Via Veneto, che voleva fare il cinema, aveva solo 18 anni e doveva essere aiutata. Ci sono però foto di mio padre che io ho nel cuore e  sono fotografie di bambini che si tuffano in mutande nella fontana di piazza Navona, di bambini sui camion che spruzzano l’acqua per pulire le strade e  foto della periferia, a Centocelle, con le ragazze che giocano con l’hula hop.

E’ vero che paparazzo nasce da un colloquio con Flaiano?

Flaiano portava i suoi libri da mio nonno che faceva il libraio. Mio padre gli chiese “professo’, Fanfani mi dice che sono un pappadaceo, ma che significa? Flaiano gli rispose che “al paese mio li chiamiamo paparazzi, sono le mosche cavalline, quelle  che ti vengono addosso e ti danno fastidio”. Nasce da questo scambio di battute tra Flaiano e Carlo Riccardi, paparazzo, una parola nota in tutto il mondo, da cui nacque un mondo.

Come paparazzo ha avuto mai problemi? E’ stato aggredito, ha avuto macchine fotografiche distrutte, insomma cose da paparazzi?

No perché aveva garbo ed educazione, faceva il baciamano alle signore e non provocava il personaggio per cercare la foto scoop.  Era empatico con tutti, riusciva a entrare in relazione con le persone senza scosse, seguendo Sophia Loren che saliva sull’aereo per andare in America, riuscì a cogliere lo scatto del bacio tra Sophia in partenza e Carlo Ponti che restava a Roma.

Carlo Riccardi, paparazzo e gentiluomo?

Mi piace molto come definizione, è assolutamente cosi.

Oggi che fotografo è Carlo Riccardi e come ha vissuto le trasformazioni della tecnica fotografica?

Non ha mai pensato al mezzo ma al fine, non considerando le lastre, i rollini 6x6 o quelli 135, migliori o peggiori del digitale. E’ stato uno dei primi ad avere la macchina digitale ma ha sempre detto che nella macchina, qualunque essa sia, ci deve essere l’occhio del fotografo. A un giornalista giapponese che gli chiese cosa pensasse sarebbe rimasto del digitale, rispose “io non so cosa rimarrà del digitale, so che i papiri ancora sono conservati”.