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Cara Liviuccia
Giuseppe De Rita racconta Roma negli Anni ’40 e ‘50

Quattrocento lettere scritte a mano da un marito a una moglie, in un arco temporale che va dal 1946 al 1970, gelosamente custodite in un comò nel salotto di una casa romana. Alcune lettere, durante un trasloco o forse nel corso di lavori in casa, prendono una strada imprevista e finiscono in un mercatino. Un uomo le compra e le riconsegna alla legittima proprietaria. I figli ne fanno un libro e ne affidano la prefazione a un caro amico del padre. Basterebbe già questo a rendere interessante la ricostruzione della storia di una bella famiglia sanamente normale, con Roma tratteggiata sullo sfondo, in un carteggio preciso e puntuale sulle rispettive attività quotidiane di due coniugi lontani, nel periodo estivo in cui tradizionalmente il ceto borghese romano si divideva, mogli e figli in vacanza e mariti in città. La moglie destinataria delle missive quotidiane era la cara Liviuccia, appellata con vezzeggiativi diversi, virtuosa consorte, nobile giovinetta, cara moglietta, moglie in vacanza, ostrica e ostrichetta e lo zelante cronista di sé e delle sue giornate vissute nella solitudine umana delle estati romane ma nel turbinio di una intensa vita pubblica, era Giulio, Giulio Andreotti e la casa dove erano conservate le lettere, era l’appartamento a Corso Vittorio 326, un indirizzo conosciuto  a Roma al pari di quello del papa. La storia di un carteggio familiare si fa narrazione collettiva, raccontata da uno dei protagonisti di un tempo, 1946-1970, mai offuscato da ombre personali o politiche. L’amico che scrive la prefazione è Giuseppe De Rita, illustre sociologo, fondatore del Censis, straordinario interprete e narratore delle trasformazioni di una società e di una città popolata da “ex poveri ed ex morti di fame” che dal dopoguerra in poi hanno contribuito a scrivere un’ampia pagina di storia italiana. Fondazione Osservatorio Roma e ICN Radio lo hanno incontrato.

Professor De Rita, come era la Roma dove si passeggiava e si mangiava?

Era Roma del dopoguerra, gli anni dal 1945 al 1955, una città bellissima, una Roma straordinaria, vitale, con la borsa nera diffusa in tutte le strade, specialmente in alcuni luoghi come Porta San Giovanni, vicino a casa mia, dove si giocava tra bande di ragazzini e dove c’era una dimensione minuta del modo di vivere, non c’erano le macchine, si camminava a piedi, si passeggiava la sera, anche a mezzanotte. C’era un clima di tranquillità, con gente che aveva superato la guerra e voleva solo vivere e godersi la vita.

Cosa significava godersi la vita?

Andare a mangiare nei pochi ristoranti di allora, Il Pastarellaro, Ranieri, California, Il Passetto, ma godersi la vita era anche andare a Villa Glori a giocare ai cavalli.

Leggere le lettere di Giulio Andreotti alla moglie Livia cosa ha significato per lei?

Ho rivissuto la mia adolescenza e la mia giovinezza.

L’estate romana vissuta dai mariti rimasti in città mentre le mogli e i figli andavano in vacanza, che cosa raccontano?

L’importanza delle vacanze che dovevano essere familiari, il papà restava a Roma, la mamma doveva andare prima al mare e poi in montagna. La vacanza è stato il primo lusso che le famiglie italiane del dopoguerra si sono date. Mio padre cominciava dal mese di gennaio a scrivere alle PRO LOCO del Trentino per avere una casa in affitto in estate, a cui seguiva poi tutta una fase di scelta e contrattazione, per arrivare poi alla partenza che avveniva a luglio, dopo essere andati al mare.

Come erano le vacanze?

Erano vacanze semplici, il posto era limitatissimo, le padrone di casa che davano la casa in affitto per un mese erano sospettosissime, controllavano anche se sbeccavamo un piatto. Era però la nostra vacanza borghese che fino ad allora le nostre famiglie non avevano mai avuto, che dopo la guerra desideravano avere e se la son data.

 Roma in quegli anni perde la sua identità, ma cosa trova?

Roma ha due fasi di acclimatazione, accettazione e civilizzazione dei flussi migratori, la prima che vede l’arrivo a Roma di tanta gente, soprattutto impiegati pubblici, nei primi dieci anni dopo la guerra, che hanno dato a Roma una cultura cetomedicea, una cultura impiegatizia che ha fatto scomparire la vecchia Roma, quella degli artigiani, dei vinai, dei chioschi. La seconda riguarda l’immigrazione dal Mezzogiorno che ha trovato Roma del tutto impreparata perché non c’era identità. Mentre la prima identità di Roma nel 1945 era molto più ottocentesca, simile alla Roma del Belli quando era una cittadina da 800mila abitanti, molto compatta, con i suoi riti e le sue abitudini, la seconda immigrazione dal Mezzogiorno ha sconfitto queste abitudini, Roma è diventata sempre più ceto medio e sempre meno ceto popolare e artigiano.  Mussolini aveva già distrutto una parte, anche urbanistica, di questa realtà sociale che è morta definitivamente negli anni Cinquanta.

Da cosa è stata sostituita?

E’ stata sostituita da una propensione a una cultura borghese che è stata gratificante perché ha sentito crescere se stessa come classe borghese, ma che non dava la consistenza di cultura e identità collettiva alla città. Quando sono arrivate le grandi ondate migratorie senza identità, Roma è rimasta a galleggiare sul nulla.

Le piacevano gli squilli mondani della Roma di quel periodo?

No, io ne ero completamente fuori. Ho vissuto il dopoguerra, fino al 1951 quando ho cominciato a studiare per la laurea, in un ambiente di ragazzetti e ragazzotti, ragazzette e ragazzotte, adolescenti che governavano i giardinetti davanti la Basilica di San Giovanni e questa era la nostra mondanità, una mondanità molto popolare di un gruppo interclassista, in cui c’erano le giovani comparse di Cinecittà e le figlie del ricco ingegnere. Ho vissuto un periodo bellissimo ma molto lontano da qualsiasi parvenza di mondanità.

Cara Liviuccia è una lettura che serve a chi e a cosa?

Il libro va dal 1946 al 1970, è innegabile che chi ha vissuto quel periodo ci si ritrova, gode nel eggere certe cose, ammira il personaggio. Poi però il libro finisce nel 1970, quando i figli crescono e non vanno più in vacanza al Circeo o a Terracina con la mamma e questo coincide con l’inizio di anni disperanti, perché gli anni Settanta sono stati davvero anni disperanti, in cui c’è stato tutto il lutto possibile,  tutta  la contestazione possibile  nelle università, terribili omicidi di magistrati e uomini delle istituzioni.

Gli anni Settanta hanno cambiato l’Italia?

Certamente e la domanda che mi sono posto, e alla quale non so dare risposta, è se gli anni Settanta hanno cambiato anche Andreotti, perché se è riuscito a mantenere se stesso nel binario che aveva coltivato, la figura un po' ambigua di Belzebù con la quale è stato raccontato, è stata una operazione mediatica. Bisogna andare a leggere le carte di Andreotti negli anni Settanta, spero che i figli le abbiano, perché è in questo periodo che lui diventa un grande politico, prima era stato solo un ministro con funzioni medio alte. Negli anni Settanta diventa capogruppo della DC alla Camera, è il grande operatore e gestore della nomina di Forlani a primo ministro, diventa uno dei tre grandi della DC, insieme a Moro e Fanfani. Se Andreotti, come io credo, ha continuato a non tradire la sua dimensione di uomo semplice e tranquillo come è stato fino agli anni Settanta e queto libro lo racconta, ci sarebbe da riscrivere la storia della stampa e della politica italiana.

……….

Giulio Andreotti è consegnato alla storia. La pubblicazione di lettere personali e private è un gesto affettuoso e coraggioso da parte dei figli. Altrettanto coraggio e serenità sono necessari a chi legge, perché legga senza pregiudizio e a chi parla, perchè ne parli con il rispetto dovuto alle carte che raccontano la storia di una famiglia sanamente normale.