Post

C’era una volta Sergio Leone

C’era una volta il West e il suo cinema, raccontato e reinventato da un regista trasteverino, intriso di romanità, che nel 1964 ha avuto l’ambizione, riuscendoci, di riscrivere completamente le regole del western, il genere cinematografico allora più importante. “Il buono, il brutto, il cattivo”, “C’era una volta il West”, “Per un pugno di dollari”, C’era una volta in America”, sono film che appartengono alla memoria personale e collettiva italiana e internazionale e che hanno aperto le porte a un nuovo modo di fare cinema, fatto di silenzi da ascoltare, spazi dilatati,  suoni, rumori, intensi primi piani, di volti e di stivali,  pensati  dal regista per riscrivere, con pagine nuove, copioni che il tempo aveva in parte consunto. La sfida, coraggiosa e audace, completamente riuscita, ha lasciato una eredità preziosa, silente custode di un retroterra culturale che si muove agilmente tra ispirazioni e fonti culturali importanti, conservandone l’essenza senza sbandierarne la presenza. La semplicità dei grandi che in Sergio Leone passa anche attraverso un sigaro sempre acceso, che il regista considerava il vero protagonista del film, più dello stesso Clint Eastwood, il bang di un fucile e il nitrito di un cavallo. Roma omaggia Sergio Leone ospitando nel Museo dell’Ara Pacis, una mostra celebrativa, organizzata a 90 anni dalla nascita e a 30 dalla scomparsa, che racconta l’uomo e il regista, nel dialogo intelligente e avvincente tra una dimensione personale e professionale che si nutre di amici veri e affetti profondi, primo tra tutti quello per la città di Roma. La mostra, visitabile fino al  3 maggio 2020, coprodotta dalla Fondazione Cineteca di Bologna, la Cinematheque Francaise di Parigi, promossa dalla Sovrintendenza Capitolina e organizzata da Zetema Progetto Cultura, regala l’esperienza di vivere il sogno di “C’era una volta l’America” e degli altri film, indossando poncho e cappelli da cow-boy originali, ascoltando battute iconiche e pistolettate, osservando da vicino pistole e fucili, tabacchiere pregiate e oggettistica antica, espressione di una attenzione al dettaglio che tutti i suoi film restituiscono. E’ una mostra divertente ma che consente anche di entrare nel mondo più privato di Sergio Leone, ricostruito attraverso la generosità dei figli Raffaella, Francesca e Andrea,  che hanno aperto gli archivi di famiglia, esposto  mobili e libri, condiviso momenti di vita personali. E tra copioni, fotografie, cimeli, poltrone e scrivanie, è in mostra anche il pianoforte Petrof di casa Leone, quello sul quale Ennio Morricone suonava i primi accenni dei temi musicali che avrebbero contribuito allo straordinario successo dei suoi film. Sergio e Ennio erano legatissimi, compagni di classe in terza elementare, si erano persi e poi ritrovati, destinati a condividere una concentrazione di genialità quasi imbarazzante. “Direi che se è vero che ho creato un nuovo tipo di western, inventando personaggi picareschi in situazioni da epopea, è stata la musica di Ennio Morricone a farli parlare” dirà del compositore, Sergio Leone. Tante anche le fotografie del M° Morricone con gli spartiti originali delle partiture dei film. Emozione che aggiunge emozione. Ma la Roma che omaggia il regista, non può non essere grata anche al suo ruolo di produttore che ha intuito il talento immenso di Carlo Verdone e la sua romanità da Oscar,  lanciandolo nelle prime regie di “Un sacco bello” e “Bianco, Rosso e Verdone”. Un video di Verdone racconta, nel percorso espositivo, l’importanza del loro incontro umano e professionale. Roma renderà omaggio a Sergio Leone con una serie di iniziative tra febbraio e aprile che animeranno 20 giornate a lui dedicate nelle Biblioteche Civiche e alla Casa del Cinema.  Osservatorio Roma e America Oggi incontrano Raffaella Leone, figlia di Sergio e Amministratore delegato della Leone Film Group e Gianluca Farinelli, curatore della mostra e direttore della Cineteca di Bologna, per raccontare il rientro a Roma del più romano dei suoi registi.

 

Raffaella Leone, è una mostra, un racconto o un tributo? Come definire il ricordo che Roma dedica a Sergio Leone?

 E’ una mostra che racconta, con passione, dedizione e ironia, Sergio Leone padre, uomo, cineasta, regista  con un tributo che lo avrebbe sicuramente riempito di soddisfazione.  Noi figli siamo assolutamente orgogliosi di poterlo ricordare attraverso un omaggio tanto significativo.

C’era una volta Sergio Leone e c’è ancora. Perché?

C’è ancora perché ha lasciato tanto, il suo è un cinema che è stato e continua a essere ripreso, a fare scuola, è vivo nella generazione successiva, ha segnato una specie di spartiacque tra quello che c’era prima e quello che è venuto dopo. La sua tecnica di regia e il modo di concepire il cinema, entrambe innovative, sono rimaste e sono ancora presenti nel cinema di oggi. Il gusto per l’architettura e l’arte figurativa, la costruzione delle scenografie e delle inquadrature, il desiderio di raccontare il mito...la mostra racconta esattamente qual è stata l’opera di Sergio Leone, dove è arrivata e cosa ancora continua a .rappresentare.

Da Trastevere al mondo intero. Come è stato possibile?

Per realizzare questo, credo sia necessario avere qualcosa di speciale, quella specialità che lui ha avuto.

E’ più un sogno italiano o un sogno romano che si è realizzato?

Un sogno romano, senza dubbio, anche italiano inevitabilmente, ma soprattutto romano.

Cosa significa riportare a Roma, con una mostra, in un contesto espositivo importante come l’Ara Pacis, un regista cosi profondamente romano?

Significa tanto, per noi famiglia è fondamentale ma penso che anche lui sarebbe molto contento di essere celebrato, con una mostra a lui dedicata, in questo modo, con tanta sapienza e passione, all’Ara Pacis, in questo spazio fantastico. Ringrazio davvero tutti quelli che hanno reso possibile questo meraviglioso rientro.

La “Rivoluzione Leone” realizzata nel cinema italiano in cosa consiste?

Consiste nell’aver stravolto certi canoni classici di regia, con il lavoro minuzioso sui dettagli, i rumori, i suoni, i silenzi e le pause, la dilatazione temporale e i tempi sospesi. E’ il regista che apre la strada al cinema moderno, grafico, stilizzato. All’inizio ha stravolto sicuramente più il cinema straniero  ma oggi è tornato a stravolgere anche il cinema italiano. Dopo Sergio Leone nulla è più stato uguale.

Un pensiero al compagno di scuola, poi diventato insostituibile compagno di vita e di lavoro Ennio Morricone. Due geni insieme in terza elementare. Cosa aveva quella classe, quella maestra?

Erano due grandi amici, due persone fantastiche che discutevano, litigavano anche sulla musica, ma era un binomio fantastico, unico davvero.

 

 

Gianluca Farinelli, quali sono le fonti di ispirazione culturale del cinema di Sergio Leone?

Prima di tutto il cinema. Era figlio di un cineasta e sua madre era una diva del cinema muto, Edvige Valcarenghi, protagonista di un film western girato nel 1913, “La vampira indiana”. Poi  si è nutrito di cinema, era davvero un cittadino del cinema, già presente sul set di Ladri di Biciclette dove interpreta un piccolo ruolo. Naturalmente Vittorio De Sica ha un ruolo nella sua formazione culturale. Fonte di ispirazione sono i fumetti, Sergio Leone ha un’idea molto grafica del cinema, fa parte di quella generazione che scopre, in Italia, i fumetti italiani e americani, scopre gli eroi del West anche attraverso i fumetti. Ha inoltre una bella formazione letteraria, conosce i grandi classici, anche  americani, Jack London, Omero, Shakespeare, Cervantes e poi ha una bella cultura visiva che nel suo cinema è molto rilevante, perché la Pop Art arriva al cinema attraverso il modo nuovo in cui lui inquadra, fa primissimi piani non solo di esseri umani ma anche di stivali. Sergio Leone riesce a ridare vita a un genere che stava morendo, il West e lo fa con tutta la cultura italiana ed europea che conosce ed esprime, inventando un West che non è mai esistito,  molto mediterraneo, dove si muovono eroi assolutamente nuovi, tanto nuovi che in fondo Daniel Craig, lo 007  di oggi, assomiglia, più che ai primi 007,  all’eroe senza nome, al Clint Eastwood di Per un pugno di dollari.

 E’ questa la lezione di Sergio Leone oggi ancora tanto apprezzata e il senso del suo cinema?

Il senso del suo cinema è dato dalle invenzioni, dalla capacità di essere stato il primo regista ad aver portato la Pop Art nel cinema,  anche dalla sua invenzione di fare un cinema molto musicale, dove la partitura è importante quanto le immagini. Il suo è un cinema d’autore, nonostante la critica cinematografica, negli anni ’60, faticasse a riconoscerne il genere, che ha radici culturali profonde e solide fonti di ispirazione.  Oggi invece l’apprezzamento e il riconoscimento per la sua capacità innovativa è assolutamente unanime.

Tutte le partiture musicali affidate a Ennio Morricone

Si, al grande amico, con cui lavorava tanto insieme, con il supporto di Carla, la moglie di Sergio che era stata ballerina, coreografa, e che, con il suo orecchio musicale, aiutava questi due geni a parlare e a trovare una sintesi.

La romanità di Sergio Leone in cosa consiste?

Nella sua grandiosità. Romano di Trastevere, cresciuto in Viale Glorioso, una strada che termina con una scalinata imponente che sale a Monteverde, dove ha trovato il teatro delle sue prime avventure, non ha mai dedicato un film a Roma ma è fortemente permeato da questa città.

La mostra raccontata in due immagini simbolo?

La mostra sin apre con il trillo del telefono in “C’era una volta l’America” e si chiude con il sorriso di Robert De Niro colto in un momento di sospensione. Due immagini che comprendono un mondo. Sergio Leone è stato un genio che ha inventato nuove strade, che altri autori hanno ripreso e fatto proprie. Molti registi contemporanei, da Scorsese a Spielberg, da Coppola a Tarantino, da Eastwood a Ang Lee continuano a riconoscere il loro debito nei confronti del cinema di Sergio Leone.