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Permette? Alberto Sordi

 Roma celebra il centenario del suo ottavo re, sindaco onorario per un giorno, l’ americano a Roma che  al suono di  orait orait sfida il “macarone e se lo magna”, il faccione immenso che nel cinema ha segnato un’epoca, la voce che ha fatto parlare Ollio, Oliver Hardly, agli Italiani, il romano de Roma che da Roma “nun se n’è mai annato, mannanno l’artri a quer paese, in musica naturalmente, perché anche quello sapeva fare. Alberto Sordi, icona della romanità più vera, furbetta e sfottente, ma anche simbolo di vizi e virtù dell’italiano medio che ha raccontato con duecento film, tanta radio, innumerevoli partecipazioni televisive,   personaggio e persona distinguibili solo in filigrana, verrà festeggiato con una serie di iniziative e con una mostra allestita nella sua casa museo sull’Appia Antica. La RAI ha inaugurato le celebrazioni  con un film biografico che racconta i sogni, le speranze e le prime realizzazioni professionali di un Sordi giovane, appassionato di cinema, di Roma e del suo accento che porterà sempre e orgogliosamente con sé, perché se Il vigile motociclista del Comune, il Medico della mutua, il Marchese del Grillo e Remo Proietti, marito di Augusta, che con lei patisce una vacanza culturale inadeguata alla loro semplicità, incarnano personaggi Italiani, Alberto Sordi ha sempre parlato la lingua di Roma, di quell’americano a Roma, “giovanottone romano di periferia che vestiva i bluejeans e andava in giro sulla Harley Davidson dei policemen americani, fannullone e sognatore” come Sordi definì Nando Moriconi, indimenticabile protagonista del film. Il giorno dei suoi funerali solenni, il 27 febbraio 2003, Roma lo omaggia con una partecipazione popolare che non ha precedenti, in Campidoglio e lungo tutte le strade del corteo funebre il  manifesto del Comune “Roma tua ti saluta”. A Piazza San Giovanni, due striscioni raccontano un unico sentimento: “Sindaco per un giorno, imperatore per sempre” e “Ieri un americano a Roma, oggi un romano in cielo”. Osservatorio Roma e America Oggi incontrano Luca Manfredi, regista e sceneggiatore del film “Permette? Alberto Sordi”, che arricchisce la narrazione  storica sugli esordi del giovane attore, con il ricordo personale del Sordi uomo, assaporato nella dimensione amicale perché è questo che capita quando si ha il privilegio di essere figli di un attore straordinario come Nino Manfredi che nella sua casa, aggiunge un posto  a tavola  per l’invitato Alberto Sordi.

“Permette? Alberto Sordi” è un titolo che introduce direttamente nel personaggio e abbraccia tutto Alberto Sordi?

Il titolo racconta la grande determinazione di Alberto che aveva deciso fin da bambino che avrebbe fatto l’attore, a tutti i costi. Ci è riuscito nonostante le difficoltà incontrate nel suo percorso, combattendo da solo contro tutti, un po' come uno dei suoi famosi personaggi, “Guglielmo il Dentone” che riesce a fare l’annunciatore televisivo nonostante il suo evidente difetto estetico.

Trasformare un difetto in  pregio è forse stata la più grande virtù di Alberto Sordi. La carriera di doppiatore nasce dalla sua voce da basso ma anche dal marcato accento romano che a Milano non fu affatto apprezzato?

Certamente, infatti il film racconta un Sordi giovane e privato, sconosciuto alla maggior parte del pubblico televisivo, nei primi anni della sua avventura artistica, dagli anni Trenta ai primi anni Cinquanta, quando fu cacciato dall’Accademia dei Filodrammatici di Milano perché la sua insegnante riteneva che fosse troppo limitato dal suo accento romano.

“La nostra realtà è tragica solo per un quarto: il resto è comico. Si può ridere su quasi tutto” diceva Alberto. Sui molti no ricevuti dal cinema nei primi tentativi, si poteva ridere o piangere?

Alberto è l’attore che ha raccontato, meglio di tutti, l’italiano medio con i suoi pregi e i suoi difetti, interpretando spesso le due facce della stessa medaglia, l’eroe o il vigliacco, l’ingenuo o il cinico calcolatore, la vittima o il persecutore. Attraverso la sua straordinaria capacità di osservazione del mondo esterno, ha rappresentato tutti noi Italiani, facendoci ridere e piangere allo stesso tempo come solo un grande artista sa fare. Ed è tra il riso e il pianto che è riuscito a realizzare il sogno di fare cinema, dai primi vani tentativi ai grandi successi.

Il film racconta una tenacia e una perseveranza nel fare l’attore che non sono esattamente qualità dell’italiano medio. Alberto Sordi quanto ha cavalcato questa immagine pop, cioè popolare che gli viene attribuita e quanto invece ne era forse diametralmente all’opposto?

Sordi è stato uno dei maggiori interpreti della Commedia all’Italiana, proponendo una galleria di personaggi indimenticabili, in oltre 200 film, in un gioco di tic e invenzioni, nel modo di parlare e muoversi che appartengono all’italiano medio. Il tipico “saltello” li racconta tutti.

“Un americano a Roma”, il film di Steno che con la scena iconica di Alberto alle prese con un piatto di maccheroni, segna l’inizio della Commedia all’italiana, che significato ha avuto per il Sordi attore ma anche uomo?

Il film ha rappresentato una grande opportunità, nata da una casualità. Un giorno Sordi incontrò per strada il regista Steno che stava girando “Un giorno in pretura”.  Aveva bisogno di completare il film con un episodio, mancandogli del metraggio e chiese a Sordi se aveva un personaggio divertente da proporre. Alberto presentò un personaggio stravagante che aveva conosciuto da ragazzo e che andava a fare il bagno alla Marana con un cappello alla David Copperfield, di pelo con la coda. Il personaggio determinò un tale successo nel film che ne fu fatto uno spin off che generò “Un americano a Roma”.

Il suo film racconta gli esordi fino alla svolta professionale. Sordi come visse questi anni?

Alberto, nato a Trastevere, cresciuto in una famiglia piccolo borghese, ha fatto tutto da solo, riuscendo a entrare nel mondo dello spettacolo senza nessun appoggio, ad eccezione dell’attrice Andreina Pagnani, unico grande amore della sua vita che lo aiutò in piccola parte a introdursi. Il film racconta questo amore nella sua complessità e, per l’epoca, quasi scabrosità determinata dalla differenza di età perché Andreina aveva  quindici anni più di Alberto. Sordi deve tutto alla sua grande tenacia e perseveranza, che lo hanno portato a vincere giovanissimo  il concorso di doppiaggio che lo fece diventare la voce di Ollio e poi a tutto quel che ne è seguito.

Il film tratteggia molto bene la famiglia Sordi e le sue dinamiche particolari. Quanto è stata centrale la famiglia nella vita anche professionale di Alberto?

Alberto era figlio di Pietro Sordi, un musicista del Teatro Costanzi che suonava il bassotuba o bombardino, la mamma Maria era una maestra che rinunciò all’insegnamento per dedicarsi alla famiglia. Alberto era legatissimo alla madre e alle due sorelle, Savina e Aurelia, maestre anche loro e al fratello Pino che seppur ingegnere, è diventato il segretario di Alberto. Tutta la famiglia si è dedicata a lui, supportandolo e accudendolo e lui si è dedicato alla famiglia, soprattutto alle sorelle, con le quali ha sempre vissuto nella villa sull’Appia.

I grandi incontri di quei primi anni, sono altrettanto ben definiti. Fellini, Steno, Corrado, De Sica sono stati compagni di vita e di lavoro?

Il film racconta gli aspetti privati del rapporto con la famiglia e con Andreina Pagnani ma anche gli incontri professionali più importanti, come l’amicizia con il suo mito Aldo Fabrizi, con il quale esordì con uno spettacolo a teatro che andò malissimo oppure lo stalkeraggio a Vittorio De Sica di cui era quasi un persecutore perché ogni volta che lo incontrava, si proponeva chiedendo un ruolo in un film. Ma fu proprio De Sica a intuire le potenzialità della voce di Alberto, tanto particolare e caratterizzante. L’incontro con il giovane Fellini, che all’epoca faceva il fumettista per il giornale satirico Marc’Aurelio, fu fondamentale non solo perché insieme girarono due film, Lo Sceicco Bianco e I Vitelloni, ma perché diventarono amici per la vita. L’incontro con Corrado Mantoni fu decisivo perché grazie a lui cominciò la popolarità alla radio.

Mario Pio, Il Conte Claro, il Compagnuccio della Parrocchietta sono solo alcuni dei personaggi che Sordi portò al successo in radio. Che Italia raccontavano?

L’Italia di quell’epoca. Alberto non sempre è stato gradito in quel periodo. Il film “Mamma mia, che impressione!”, nato dal Compagnuccio della Parrocchietta, si rivelò un flop perché il personaggio, fastidioso e petulante, non piacque alla Chiesa e il film fu boicottato e ne fu impedita la proiezione nelle sale parrocchiali che all’epoca erano la maggioranza. Sordi e De Sica avevano fondato una società “Produzione Film Comici” che rischiò il fallimento per questo motivo.

 Alberto ha mai perdonato Milano, città non particolarmente amica, per averlo rifiutato all’Accademia dei Filodrammatici?

Alberto si trasferì giovanissimo a Milano per inseguire il sogno della recitazione, facendo l’assicuratore che vendeva in giro polizze vita per mantenersi all’Accademia ma nei quartieri della Milano bene neanche gli aprivano la porta. Iniziò a frequentare i quartieri popolari, dove con la sua abilità riusciva a convincere le mogli degli operai a fare una polizza vita per i loro mariti a tutela della famiglia. Il problema era che veniva pagata solo la prima rata e non le successive, per cui Alberto fu licenziato e andò a fare il portiere d’albergo, dove incontrava De Sica e da dove cominciamo a raccontare, nel film, la sua avventura artistica, con un cast molto motivato e uno straordinario Edoardo Pesce, l’attore che interpreta Sordi.

Il film termina con Sordi e Fellini che percepiscono il successo de I Vitelloni, nascosti fuori la sala dove si proiettava la prima del film che consegna idealmente al cinema italiano uno dei suoi più grandi protagonisti. Come prosegue il viaggio di Alberto Sordi?

I Vitelloni riscosse un successo imprevisto, certamente non annunciato. I produttori avevano perfino cancellato il nome di Alberto dalla locandina del film e fecero una proiezione di prova, un test a Mestre perché temevano che la famosa pernacchia di Alberto ai lavoratori risultasse offensiva.

Alberto Sordi quando diventa consapevole di essere diventato Alberto Sordi, icona di romanità ma anche di italianità nel mondo?

I Vitelloni segnano il tempo della svolta, perché da allora in poi Alberto comincia a essere apprezzato come uno dei maggiori interpreti di quel periodo. Nel 1954 girò tredici film in un anno, destreggiandosi su tre diversi set al giorno, la mattina, il pomeriggio e la notte, lavorando con ritmi compulsivi, a catena di montaggio.

Erano anni bellissimi per il cinema italiano che raccontava, nel mondo, la rinascita dell’Italia con una generazione di straordinari attori e cineasti, tra i quali Nino Manfredi, suo padre, quasi coetaneo di Alberto. “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa” del 1968, è uno dei film che hanno girato insieme. Raccontavano Roma e l’Italia da prospettive diverse?

Il regista del film era Ettore Scola e in quella occasione  ricordo un pranzo organizzato a casa nostra con Alberto Sordi che dopo aver rivolto una sguardo alla nostra   famiglia riunita a tavola, papà, mamma e noi tre figli, disse: “Ammazza Nì, che bella famiglia che c’hai” e a papà che lo invitava a sposarsi e a metter su famiglia anche lui, rispose: ” E che sò matto, mica me metto n’estranea dentro casa”. Sono stato testimone, perché c’ero, di una battuta che ha fatto storia. I rapporti tra Alberto e Nino sono stati poi ammantati da una polemica che in realtà non ha alcun fondamento. Mio padre, dicendo che lui era un attore e Sordi un personaggio, gli riconosceva un talento naturale e un innato istinto artistico, superiore al suo e che naturalmente  gli invidiava. Consigliare Alberto di coltivare il suo talento con lo studio per raggiungere livelli davvero inarrivabili,  significava solo fargli un complimento.

Alberto Sordi era più persona o personaggio?

Le due cose si confondono, c’è molto Alberto nei suoi personaggi. Lui stesso ha dichiarato che quando andava a vedere in sala il primo montaggio dei suoi film, si vergognava perché si sentiva scoperto nei suoi difetti.

C’è un aspetto del carattere di Alberto che emerge già nelle prime fasi che il suo film documenta e che è stato  determinante per la sua carriera?

Alberto aveva una grandissima capacità di osservazione del mondo circostante, i suoi personaggi sono sempre ispirati a persone realmente incontrate e conosciute nella sua vita. E’ un aspetto che ha caratterizzato la sua fortissima personalità.

“Permette?Alberto Sordi” si inserisce nel suo impegno costante per tener viva la memoria dei grandi protagonisti del nostro cinema. Quanto sono importanti i film, la proiezione di pellicole, le mostre per tramandare un patrimonio culturale che non ha eguali, evitando che si parli di Sordi, Manfredi e tutti i grandi artisti della loro generazione solo in occasione dei centenari?

Il tema si pone e si impone. Un recente sondaggio fatto tra i giovani ha dimostrato che alla domanda “Chi è il nostro Albertone nazionale?”, quasi nessuno ha citato Alberto Sordi. Il servizio pubblico deve trasmettere i loro film, produrre film biografici che ne favoriscano la conoscenza alle nuove generazioni. E’ in gioco la memoria culturale del nostro Paese che va preservata dall’oblio e dalla dimenticanza.

Evviva Alberto Sordi, nel centenario della sua nascita.